“La speranza di pure rivederti m’abbandonava”

Eugenio Montale e Irma Brandeis, un amore fatto di nuvole e lontananze

La storia che sto per raccontare abbraccia mito, poesia ed epica. Ma allo stesso tempo sto per parlare di passioni carnali e sentimenti eterei, di amore ed egoismo, di infelicità e gioia salvifica. Quando scrivo provo le sensazioni dei miei soggetti, tutte insieme come in un folle turbinio che trascende da tempo, spazio, storia.

Il racconto inizia nel luglio del 1933, quando una ragazza americana di famiglia ebrea, già affermata dantista e appassionata di cultura italica, giunge nella capitale che ha dato i natali alla “lingua degli angeli”, Firenze. La ragazza, potenti occhi smeraldo, e un innocente caschetto di capelli neri, porta il nome di Irma Brandeis. Giunta al Gabinetto Vessieux riesce a incontrare il direttore, all’epoca Eugenio Montale; la giovane infatti, dopo aver letto Ossi di seppia, decide di incontrarne l’autore. Irma rimane affascinata da questo buffo signore che descrive come “davvero semplice, alquanto brutto e spesso, persino piatto”.

A.jpg
“L’amore trascendentale tra Eugenio Montale e Irma Brandeis”, Ph. Morris Gianasso

Tuttavia l’effetto di questo fatato incontro avrà seguito per i successivi cinquant’anni. I due, la bella americana e il misterioso poeta italiano, iniziano un periodo di corteggiamento, condivisione, appassionamento reciproco costituito da brevi e sporadici incontri ma soprattutto da una fitta corrispondenza epistolare grazie alla quale tessono un filo tra le loro anime, destinato a non spezzarsi mai, a volare oltre oceano con lei e a portare continua ispirazione a lui rimasto nella penisola. Montale, già impegnato con la donna che sarà poi sua moglie, Drusilla Tanzi Marangoni, immortalata con il soprannome di “Mosca”, ogni estate dal ’33 al ’39 cerca di dire addio a Irma: “Lo sai, debbo riperderti e non posso”, così scriveva ogni qualvolta cercava di abbandonarla, per poi ricadere nella stessa trappola di Eros.

Montale, vincolato in maniera morbosa a Mosca non riesce a lasciarla e a raggiungere la sua Irma in America, come invece più volte le promette. Tuttavia questa situazione di duplicità amorosa sembra rendere profitto al poeta, che scrive una serie di poesie che finiranno nella raccolta Le occasioni, dove la presenza di Irma ne è regina, incontrata qui mai col suo vero nome, piuttosto con il senahl di “Clizia”. Montale ricava questo appellativo dalla tradizione latina e poi dantesca. Il mito della musa Clizia ci viene raccontato da Ovidio nel IV libro delle Metamorfosi. Clizia, figlia di Oceano, è innamorata del dio Apollo. Il giovane dio un giorno ripudia la bella musa, poiché innamorato della terrena Leucòtoe e, assunte le sembianze della madre, si introduce nella sua stanza e riesce a sedurla. Clizia, offesa e gelosa, riferisce l’accaduto al padre della ragazza che la fa seppellire viva. Apollo, addolorato, cosparge la tomba dell’amante di un profumato nettare, che sarà poi incenso. Nonostante la vendetta attuata, Clizia continua ad essere ripudiata da Apollo e, infelice, smette di mangiare nutrendosi solo di brina e lacrime, passando le giornate ad osservare il dio che sul carro trasporta il Sole nel cielo. Consumata dalla tristezza si trasforma in un fiore che durante la giornata cambia inclinazione per seguire i movimenti dell’amato nel cielo, “e mutata anche così serba il suo amore”.

d
“Connessione di luoghi, ricordi e situazioni. Il filo rosso”, Ph. Morris Gianasso

Ovidio parla di questo fiore, chiamato eliotropo, come una pianta dal colore vermiglio che tuttavia l’iconografia rinascimentale e barocca ha restituito a noi con l’immagine del girasole, con la quale è stata poi eternizzata la figura della musa, la quale continua a venerare l’amato con lo sguardo ogni giorno, dal sorgere del sole al suo tramonto.

Sappiamo che Montale amava l’uso di nomignoli con i quali consegnare alla poesia le sue donne, questa tecnica, quella del senahl, risale alla poesia provenzale e successivamente ripresa anche dagli stilnovisti italiana. Clizia, nome-omen, deriva etimologicamente dal greco, dal verbo klinomai che significa “inclinarsi”, e dunque la spiegazione del suo modus vivendi è lapalissiana. La tensione del girasole sembra quasi essere caratteristica peculiare della stessa Irma, in un certo senso respinta o mai pienamente accolta, ma eterna debitrice al suo dio. Montale, dando questo appellativo a Irma, sembra quasi volerne scrivere il destino: anche lei, trasformata in eliotropo, infelice, continua a far ruotare la sua esistenza intorno all’amante, suo centro di gravità.

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

Il componimento che vi ho appena proposto è uno dei lavori montaliani che preferisco. La poesia è stata scritta nel 1925, è uno degli Ossi di seppia e sembra profetizzare l’arrivo di Irma. Notiamo dunque come la tipizzazione del girasole sia da sempre presente nel poeta. La richiesta che fa è “Luce”. Che sia stata Irma a portarla nella vita di Eugenio? La peculiarità di questo fiore, in connubio col mito ovidiano ha dato vita alla Clizia che tutti noi conosciamo, come regina indiscussa della vita poetica dell’autore. La Clizia di Montale è inoltre una novella Beatrice, salvifica e portatrice di pace, una cristofora: infatti spesso e volentieri il poeta inserisce allegorie ed allusioni a Cristo il quale agisce per mezzo della donna, come vuole la tradizione medievale.

c.jpg
“La luce come metafora del fiore, all’idea della donna montaliana”, Ph. Morris Gianasso

La donna montaliana è idealizzata, consegnata alla tradizione ed immortalata eternamente come perpetua creatura angelicata, trascendentale e divina. La Irma reale si scinde dalla Irma poetica, infatti quello che Montale ama della sua musa è, in verità, proprio l’esserne padrone di ispirazione. Lei, pozzo da cui dissetarsi, calamaio dove intingere la penna, perpetuo canto poetico, pare essere stata la meno amata tra le donne del poeta, eppure allo stesso tempo l’unica realmente indispensabile. Tra il 1933 e il 1939 si scrivono 155 lettere d’amore, appassionate e supplichevoli. Tuttavia il poeta mai riuscirà ad abbandonare Mosca, sua prigione volontaria, per ricongiungersi con la sua musa oltremare, condannando all’infelicità Clizia, imbrigliata nella rete spinosa della fama poetica di un uomo. Irma dunque rimpatria e dopo l’ultimo incontro con Eugenio nel ’38 il loro addio sarà definitivo. Ciononostante la presenza di Clizia nella vita di Montale sarà una costante; egli per tutta la vita perpetuerà quell’idea di pura ispirazione musaica che aveva visto in lei, tessendo un legame tra i due amanti possibile solamente nella sua irrealizzazione.

Mia cara Irma, io sono abituato a cibarmi di nuvole e lontananze, ma tu meritavi qualcosa di meglio!

Cosi le scrive, consapevole di non essersi donato completamente e di aver preteso, cleptomane d’amore, troppo da lei.

b
“Corrispondenza tra i due”, Ph. Morris Gianasso

Gli anni passano, la vita scorre, la poesia aderisce. Nel 1981, oramai anziano e consumato, Eugenio giunge a New York, quasi 50 anni dopo l’addio al suo eterno amore compiendo quel passo per cui per tutta l’esistenza gli era mancato il coraggio. Non andrà a visitare il suo angelo, ma riesce a scrivere ancora un ultimo biglietto, suggello di quella relazione epistolare e utopica, che aveva nutrito di letteratura i due mancati amanti: “Sei ancora la mia dea, mai Eugenio aveva abbandonato Clizia, e lei, che per tutta la vita, pur nolente, aveva assecondato quel suo “Lasciami solo e tienimi compagnia, forzata ad esserne l’ispirazione, rimane ancora legata al suo devoto amante, vivendo di un’oscillazione tra rabbia e adorazione, tra delusione e inebriamento poetico. Montale muore di lì a poco dopo aver sfiorato con la lontananza l’ultima volta lei, Clizia, Irma, benedizione e dannazione, unica musica del più poeta dei poeti.

Laura Izzo 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *