Alitalia: non ci resta che sperare

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5 maggio del 1947. Un trimotore Fiat G.12 “Alcione”, pilotato da Virgilio Reinero, vola da Torino a Roma e poi a Catania. E’ il volo che sancirà la nascita della Alitalia-Aerolinee Internazionali Italiane.

Dopo 70 anni da quel primo volo, Alitalia rischia di vedere restare a terra – questa volta per sempre – tutti gli aeromobili con la livrea rosso-bianco-verde a causa del bilancio da “profondo rosso”, chiudendo un drammatico 2016 con oltre 600 milioni (600 mi–li–o–ni!) di perdita.

Si è cercato di salvare capra e cavoli con un pre-accordo, siglato tra sindacati e azienda il 14 aprile 2017; peccato che, per evitare un fallimento ormai certo, si prevedevano circa 1000 esuberi, un taglio medio degli stipendi di circa l’8% e la drastica diminuzione del monte ferie di ogni dipendente. Come era facile immaginare, una volta sottoposto tale accordo al personale Alitalia, questo venne bocciato drasticamente, sancendo il 67% di voti contrari alla proposta. La decisione, di fatto, affossa per sempre la compagnia di bandiera e le sue speranze di rilancio e di ristrutturazione, portando il consiglio di amministrazione a decidere, al termine dell’assemblea, di presentare formale istanza di ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria.

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Il passo prima del fallimento

I “traghettatori” scelti dal Ministero dello sviluppo Economico sono Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari: a loro il compito di gestire l’amministrazione straordinaria di Alitalia e 600 milioni di euro, prestito ponte di durata semestrale concesso dal Ministero con il benestare dell’Unione Europea. Si cercano dunque, disperatamente, acquirenti interessati. Entro sei mesiIntanto Luftansa, Ferrovie ed Intesa si svincolano dal possibile affare indicando esplicitamente come “non abbiano intenzione di acquistare Alitalia”.

Ma come si è arrivati a questa situazione? Analizzando i numeri, che in questo caso sono impietosi, possiamo cogliere le motivazioni che stanno alla base del dissesto economico della compagnia; non è facile trovare una strategia vincente nel mercato del volo, diviso tra coloro i quali propongono viaggi brevi a basso costo e chi si concentra invece sulle tratte a lungo raggio. Alitalia, è rimasta nel mezzo e qui si è impantanata, pagando a caro prezzo la concentrazione sulle rotte a corto raggio (sulle quali quasi tutte le compagnie sono in perdita) e non riuscendo a recuperare questi costi sulle tratte a lungo raggio.

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Aerei Alitalia all’aeroporto di Fiumicino in una immagine d’archivio. ANSA

Di fatto Alitalia non ha tratte a lunga percorrenza: le scelte aziendali nelle ultime due gestioni sono state focalizzate sul breve raggio, sperando di trovare un partner che si occupasse dei voli intercontinentali. Proprio nel 2001 era stata siglata una alleanza con Air France per avere accesso ai collegamenti internazionali, ma il progetto non prese il volo per difficili rapporti tra le due compagnie. Ci si riprova nel 2013, alleandosi con Etihad e con un piano industriale che prevedeva il pareggio di bilancio proprio nel 2017; ma già a fine 2015, con le dimissioni di Cassano, il progetto si ferma in maniera definitiva.

Da uno studio di settore è emerso come il 90% dei passeggeri Alitalia si muova tra Italia ed Europa. Presto fatti i conti. Il costo stimato per passeggero è di circa 0,065 centesimi a chilometroquasi il doppio di quello che spende Ryanair sulla medesima tratta (circa 0,035 centesimi) e comunque più dei 0,006 cent dichiarati da Easyjet. Sembrerebbe, inoltre, che la manutenzione degli aeromobili della compagnia di bandiera comporti costi più alti del 40% rispetto alla media del settore (praticamente €150.000.000 in più rispetto ai competitors a parità di interventi di manutenzione.) I servizi di terra, infine, si stima costino circa il 19% in più sempre rispetto alla media (e anche qui, €60.000.000 di costi in più). Per non parlare poi dei costi del carburante e del relativo risparmio che si potrebbe ottenere. Altra nota dolente è data dal load factor, ovvero la capacità di riempire gli aerei (addirittura in eccesso, arrivando al famoso e temuto “overbooking”). Ryanair ed Easyjet hanno una media del 96%, mentre Alitalia si ferma ben prima, al 75%.

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Se a tutto questo, aggiungiamo che Alitalia ha 2.000 dipendenti in più a parità di passeggeri mossi, ecco chiuso il cerchio e spiegate molte delle problematiche che hanno contribuito al fallimento della compagnia aerea.

Oggi, a margine della presentazione del rapporto 2016, il commissario straordinario Stefano Paleari afferma che ci sono ben 32 manifestazioni di interesse per Alitalia e che tutte queste sono al vaglio della commissione. E dunque? Non ci resta che sperare. 

Luca Brambilla

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