L’uomo in bicicletta

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La realtà attorno a noi cambia velocemente. Cambiano le città, cambiano le abitudini, cambia il modo di vivere. Cercando foto anche solo di un anno prima, analizzando il vissuto, ci si rende conto quanto sia mutato ciò che è attorno a noi. Ed è proprio il cambiamento il punto centrale de “L’uomo in bicicletta”, romanzo di Federico Carolla.

Mario Tinelli è un ragazzo di poco più di vent’anni. La sua vita trascorre in un’estenuante monotonia, senza stimoli e senza apparenti vie di uscita: eterno secondo, non riesce a ottenere alcuna delle gratificazioni che la vita riserva al suo unico “amico”, Fabio Giorgioni. A nulla sembrano essere valsi gli sforzi compiuti per diventare uno psicologo né paiono avere sortito alcun effetto le vessazioni subite in attesa di una rivalsa, da sempre attesa ma mai concretizzatasi.

La sete di migliorare il proprio status e di emergere in quella società crudele e arrivista che Fabio ben rappresenta conducono Mario all’esasperazione. Sarà proprio il suo sentimento di livore, covato per anni, a dargli la forza di compiere un gesto estremo: uccidere Fabio. Nessun pentimento, nessun senso di colpa: Mario preferisce la libertà – anche se tra le mura di un carcere – a una vita da schiavo.

Trent’anni: una pena lunghissima in un carcere vecchio e fatiscente in cui non esistono pietà né misericordia. La sua vita cambia, lentamente; cambia il suo aspetto fisico; cambiano le sue idee; cambia il suo spirito. Sarò proprio durante la sua pena che Mario incontrerà l’unico vero amico della sua vita, ergastolano e, come lui, deriso dal destino. E sarà sempre in carcere che Mario capirà come gli uomini fragili, spesso deboli, necessitino di diventare brutali per evitare che il mondo si prenda ancora una volta gioco di loro.

Esiste per tutti una seconda occasione: il carcere cambia l’anima ma non ferma lo scorrere del tempo. Scontata la sua pena, Mario deve ricominciare a vivere. Come quando da piccoli si impara ad andare in bicicletta, provando e riprovando senza mai arrendersi alla prima caduta, così Mario deve rialzarsi. E sarà proprio una bicicletta a farlo rinascere, guidandolo verso le strade di una nuova vita senza più paura di affrontare il prossimo e di prendere tra le mani le redini del proprio destino.

Un romanzo che non ha niente da invidiare ai grandi nomi che troviamo in libreria. Un libro perfetto per chi non ha paura di mettere in discussione se stesso, riflettendo sulle proprie azioni e sulla propria vita.

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Ho incontrato Federico per un caffè e gli ho fatto qualche domanda.

Ciao Fede, grazie per avermi concesso un po’ del tuo tempo. Prima domanda (che non è una domanda): parlami de L’uomo in bicicletta

Ho scritto L’uomo in bicicletta quando avevo 19 anni. Ho optato per una trama lineare, senza filoni secondari – salvo qualche parentesi tarantiniana sulla vita di alcune figure – e senza salti temporali. Non sono molti i personaggi che compaiono nella storia, ma la peculiarità è forse il fatto che siano tutti uomini. A tal proposito, una volta un critico mi aveva detto che è un romanzo per scapoli.

“Un romanzo per scapoli”: bella definizione. Passiamo oltre. E’ autobiografico? 

No, per nulla. O almeno non ancora (ride, ndr). Avevo in mente una storia che di autobiografico poteva avere poco. Certo, ci sono elementi che appartengono a me: la musica, la bicicletta, alcune citazioni di libri letti e piaciuti. A livello di azione e narrazione però no. Direi però che tutte le influenze subite negli anni comunque sono emerse.

Parli di “influenze”. Chi ti ha ispirato? 

Ho avuto molte fonti di ispirazione durante il periodo del liceo. Hugo, per esempio, mi piaceva e mi piace da morire, ma oggi non cercherei di scrivere come lui (e comunque, anche volendo, non sarei in grado di scrivere come lui). Un altro esempio è Tarantino:  molte immagini possono essere ricondotte a lui, al suo stile.

A proposito di stile. Mi hai detto che hai impiegato cinque anni per concludere il tuo romanzo e che si possono notare dei CambiaMenti (e non è pubblicità occulta) tra la parte iniziale e quella finale. Quali? 

Beh, confesso che i cinque anni sono stati solo una questione di pigrizia e anche di limiti legati all’età. Avevo bene in mente una storia, i personaggi e come rendere il tutto scorrevole. Il tempo, poi, ha fatto la sua parte. Per quanto riguarda lo stile, nella prima parte ho preferito dare spazio all’oggettività, ai fatti; nella seconda invece ho sottolineato le emozioni e le riflessioni del protagonista.

Perché la scelta di una bicicletta come strumento per la rinascita? 

Mario Tinelli trova per caso una bicicletta. Da lì, per ragioni che per ovvi motivi qui non posso svelare, ne deriva una sorta di rapporto maniacale. In realtà la bicicletta avrebbe potuto essere anche una donna, ma forse il fatto che sia un oggetto rende alcuni punti della narrazione un po’ diversi, più elastici.

A mente fredda e, si presume, con un po’ di maturità in più (si scherza, dai), lo riscriveresti? Hai altri progetti in cantiere?

Sì, lo riscriverei ma in modo diverso: come sempre, quando analizzi il passato a distanza di anni vorresti cambiare tutto e partire da capo. Faccio però tesoro di quanto imparato e cercherò di non ripetere i medesimi errori. Per quanto riguarda una nuova pubblicazione, qualcosa bolle in pentola. Ho scritto circa una cinquantina di pagine: tante sensazioni, tanti personaggi ma manca una storia di base. Ora vorrei però ritornarci, avendo capito come intervenire e come creare una vera e propria trama. Ho provato a scrivere anche dei racconti ispirandomi a diversi stili di scrittura, ma è molto più difficile che scrivere un romanzo.

Ed ecco la domanda da un milione di dollari: un consiglio che daresti a chi vuole scrivere un romanzo?

Dato che ho scritto L’uomo in bicicletta in una fase precoce della mia vita, per certi aspetti quando mi accingo a scrivere oggi é come se fossi ancora alle prese con la mia prima esperienza. Mi riesce quindi difficile dare consigli mirati e, anzi: in un certo senso mi sposto anche io dal lato dei neofiti, come se fossimo compagni della stessa avventura. Ecco che allora mi viene da dire che prima di scrivere bisogna anzitutto leggere tanto e libri di stili diversi; leggere anche autori che non ci piacciono ma che hanno avuto successo. Penso serva per capire come usare le parole e il linguaggio. E’ poi fondamentale è lo spirito di osservazione. Osservare la gente e rilevare le sensazioni che diverse atmosfere suscitano può essere la base per la stesura di una bella, vera e vincente storia.

Beatrice Broglio

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