La complessa macchina del male

Ricostruire i volti e le identità di chi effettivamente prese parte all’eccidio dei Romanov non è stato un lavoro semplice. Come detto nei precedenti articoli, le fonti sono spesso tra loro discordi e la ricostruzione che vi propongo oggi è quella accettata e condivisa dalla maggioranza di esperti in materia.

Cominciamo dal dato numerico: nella cantina di casa Ipatiev, come membri del plotone di esecuzione, entrarono  dalle dieci alle dodici persone.

Consentitemi di presentarvi, primo tra tutti, il c.d. “capo della casa a destinazione speciale”.

Yakov Juroskij fu colui che venne incaricato di occuparsi personalmente della preparazione, dell’esecuzione e del successivo occultamento dell’eccidio della famiglia imperiale e delle persone che l’avevano seguita: in totale sarebbero morte 11 persone. Venne nominato comandante della Casa a destinazione speciale, ossia della Casa Ipat’ev, dove erano detenuti lo zar deposto Nicola II e tutta la sua famiglia: fu lui, nelle loro ultime settimane di vita a gestire i ritmi della casa. Con la sua rigorosa, fredda e spiccata professionalità, Juroskij si guadagnò la fama di efficiente funzionario sovietico.

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Quando nei locali del Soviet degli Urali si tenne la riunione per decidere delle sorti dello zar e della sua famiglia, ci fu però per i vertici un’amara sorpresa: quasi nessuno tra gli oltre cinquanta soldati che erano stati posti in servizio in casa Ipatiev accettò di prendere parte allo sterminio che si stava progettando. Questa sorta di ammutinamento comune affondava le sue ragioni nel fatto che, conoscendo personalmente le vittime, si faceva fatica a percepirle come nemici, come un altro indistinto e diverso da sé. Con molta probabilità, come attestano anche alcune testimonianze dell’epoca, alcune guardie avevano iniziato a provare una certa simpatia per gli abitanti della casa, avevano smesso di vederli come l’ex zar e la sua famiglia e avevano associato a ogni volto un nome. Questa nostra teoria ci viene confermata anche dai diari personali delle granduchesse che testimoniano un cambio di linguaggio nei confronti della loro famiglia, dai primi giorni di prigionia agli ultimi; se all’inizio ci si riferiva a Nicola come cittadino Romanov o come cane assassino, successivamente ci si riferì a lui con il nome di battesimo o addirittura, in alcuni casi, con dei nomignoli quali Nicky o KoljiaLe guardie dunque fecero i conti con la propria coscienza: non riuscirono a neutralizzare i propri sentimenti; non riuscirono ad anestetizzarsi al punto tale da guardare in faccia i Romanov e sparare loro un colpo dritto alla nuca così come era stato loro ordinato.

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Per un certo verso è come se, in qualche modo, avessero cambiato i propri volumi interiori anteponendo l’essere uomini all’essere soldatiin un processo simile – ma ovviamente non uguale – a quello di un appartenente alla cosca mafiosa che sposta la sua fiducia, la sua obbedienza e la sua devozione dal boss alla famiglia. Magari, guardando i volti delle granduchesse, iniziarono ad associarli a quelli di mogli o sorelle; magari, il volto emaciato del piccolo Zarevic, ricordava loro il fratellino perso anni prima. Sta di fatto che, anche in un clima come quello rivoluzionario, ci fu qualcuno capace di imporre la propria volontà e di dire “no” all’autorità. Seguendo gli esperimenti di Milgram e lo sviluppo delle sue tesi relative al rapporto con l’autorità, la spiegazione che ho dato a questo fenomeno è che, in una situazione di stretta vicinanza con la vittima, l’iniziale evanescenza della figura dell’autorità, confinata tra le mura di un ufficio a centinaia di chilometri di distanza, abbia prodotto un avvicinamento emotivo ed empatico tra i soggetti tanto da portare i soldati a rifiutarsi di mettere in atto l’omicidio.

Rimaneva però, il problema di come comporre il resto del plotone d’esecuzione, se non le guardie, chi prendere? La scelta ricadde su due categorie: degli ex minatori della città di Ekaterimbug e dei prigionieri di guerra austro- ungarici. Perché proprio loro? I primi erano facilmente manipolabili a causa del contesto in cui erano cresciuti: un paese tutto sommato piccolo e povero, il lavoro in miniera, i patimenti della fame e della guerra e una certa arretratezza culturale, avevano contribuito a scatenare in loro un odio viscerale nei confronti di tutto quello che rappresentasse ricchezza e benessere. Per loro, per questi poveri uomini ridotti spesso a una vita simile a quella degli animali, uccidere lo Zar costituiva il giusto compenso a una vita che vita non poteva essere definita.

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Passiamo adesso alla componente “aliena” del gruppo. Probabilmente alcuni di voi si staranno chiedendo quale sia stato il motivo che ha spinto questi uomini ad accettare di prendere in mano una pistola, porsi a meno di due metri da una persona, guardarla dritto negli occhi e poi spararle. Il primo motivo per cui essi hanno accettato, è forse banale ma in sé, spiega già molto. Diventare degli assassini significava uscire dalla galera, diventare degli assassini significava scegliere di vivere. Avete presente il famoso detto “mors tua vita mea”? Ecco, qui calza a pennello. Immaginate questi uomini o meglio, concedetemelo, questi ragazzi – perché sappiamo tutti che i più erano solo dei bambini leggermente cresciuti – che si ritrovano improvvisamente catapultati in quello che è il più grande conflitto che la storia abbia mai conosciuto fino ad allora e che vengano pure catturati dal nemico e portati nelle prigioni in Siberia o negli Urali.  Chiudete gli occhi e immaginate questi ragazzi, probabilmente nostri coetanei, ammassati in trincea, coperti di fango, sangue e sudore e poi immaginateli ancora nelle galere, stipati come animali, con persone che gli urlano contro insulti in una lingua che non conoscono, che li picchiano e li seviziano. Riuscite a vederli? Sentite la vita che lentamente scorre via dai loro corpi? In quel silenzio inframmezzato solo da rumori sconosciuti, viene meno quel dialogo, quel confronto di cui tutti dovremmo essere avidi consumatori.

E qui mi torna in mente una celebre frase di Canetti:

“Quando si ammutolisce vengono meno tutte le occasioni di metamorfosi. Nell’eloquio tutto incomincia a scorrere tra gli uomini, nel silenzio tutto si irrigidisce.”

Pensate adesso che venga loro proposta la libertà in cambio di un solo e unico gesto. Serve solo l’indice della mano che si piega sul grilletto della pistola. E chi è il bersaglio? Il vecchio zar e la sua famiglia, quella che per questi uomini è la Russia. Ecco, eccoci arrivati al punto focale della nostra disquisizione, questi ragazzi accettarono di uccidere perché con la morte dello zar per loro moriva la Russia e tutto il dolore che aveva provocato loro. Dalla fine della vita dei Romanov dipendeva la fine della loro sofferenza e l’inizio della loro nuova vita.

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Questo progressivo indottrinamento al male, questo lento ma inesorabile percorso che ha trasformato dei comunissimi ragazzi di campagna in assassini a sangue freddo, mi ha in qualche modo fatto venir in mente un tema anch’esso già trattato in questa sede: la Misericordia. L’unica tra le beatitudini a essere connotata da una certa simmetria orizzontale e da proporzionalità:

“Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”.

Se  verso questi uomini, questi prigionieri di guerra, si fosse applicata una giustizia diversa, non una vendetta o una prevaricazione, si sarebbero forse comportati in modo diverso? Marguerite Duras scrisse : “ … e presto fu tardi nella mia vita”, come se l’ambiente, di tanto in tanto, lasciasse davvero poca possibilità di scelta. Questa domanda, questo “e se?” storico, rimarrà per sempre senza una risposta, gelosamente custodito tra le pagine della storia. Probabilmente però, a noi, dovrebbe servire come spunto per una riflessione ben più profonda ed importante.

Qui, concedetemelo, si ripropone anche  il pensiero di Arendt che, ricordiamo, ha sollevato la questione che il male possa non essere radicale: anzi è proprio l’assenza di radici, di memoria, del non ritornare sui propri pensieri e sulle proprie azioni mediante un dialogo con sé stessi (dialogo che Arendt definisce due in uno e da cui secondo lei scaturisce e si giustifica l’azione morale) che personaggi spesso banali si trasformino in autentici agenti del male.

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Ecco che in qualche modo si ripropone quello che è il perfetto meccanismo di ogni macchina del male, di ogni grande organizzazione criminale. I vertici, i capi, i gerarchi, sono comodamente seduti sulle loro poltrone, dispensano saluti e buoni consigli, i loro visi sono sereni e la sera dalle mani non tolgono sangue ma anelli. Il lavoro, quello dove c’è da sporcarsi le mani, non lo fanno loro, lungi dai loro pensieri, non se lo sognano nemmeno la notte! Il lavoro sporco spetta alla  bassa manovalanza, a chi non ha nulla da perdere, a chi in quella posizione ci si trova quasi perché, forse, costretto dal destino. Ed è un reciproco scaricarsi la coscienza un “ io che sparo non ho colpa, mi è stato ordinato. Io che comando non faccio nulla di male …”

Entrare nella logica dei carnefici, mostrare che questi hanno un nome, un volto, una dimensione umana, potrebbe apparire ad alcuni un modo sottile per costruire loro delle attenuanti, per scusare il loro operato. In realtà, se non cercassimo di comprendere i meccanismi che portarono degli uomini come noi, a farsi carnefici di altri uomini, non staremmo facendo un’analisi ma ne staremmo abbozzando  una caricatura. Il crimine di cui ci siamo fino a ora occupati è il realtà la punta di un iceberg, il culmine di un massacro ai danni della vecchia nobiltà e del clero che vide cadere parecchie centinaia di persone.

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Dal 1917 al 1921 infatti si adottò uno specifico modus agendi che decretò la morte di chiunque avesse anche solo delle simpatie per il vecchio regime. Lungi da me volere comparare l’omicidio dei Romanov con la scia di sangue che la rivoluzione si lasciò dietro,  ci terrei semplicemente a sottolineare come tutte queste morti abbiano avuto una sorta di minimo comune denominatore, quello che Semelin definisce come la questione del potere, il potere di distruggere. L’atto di distruggere e uccidere è la pratica più spettacolare di cui un potere disponga per affermare la sua trascendenza, marchiando, martirizzando i corpi di coloro che sono designati come nemici. Ecco comparire dunque l’immagine di quella sfera del potere che molti di noi oggi identificherebbero come Stato, che in qualche modo legalizza la morte. Per comprendere davvero le dinamiche che legarono la complessa macchina dei rei alla società e alle loro vittime, prima e dopo il fatto criminale in sé considerato, dobbiamo uscire dall’ottica che l’omicidio non sia pensabile, la morte di un altro uomo è pensabile, la differenza tra un assassino e un uomo comune è – ahimè – banalizzata dal porre o meno in atto il crimine.

In che modo il partito bolscevico prima e  gli esecutori materiali del delitto poi, arrivarono a compiere quel massacro? Tutto comincia da una semplice operazione mentale, un modo di vedere l’altro, di stigmatizzarlo, sminuirlo, annientarlo prima di ucciderlo definitivamente. Qui ritorna l’importanza della stampa, della propaganda e di quella che comunemente chiamiamo opinione pubblica. Nicola veniva definito “il sanguinario”, “il cane”, “ il crudele”. Egli aveva perso la sua propria connotazione per assumere quella che gli era stata imposta dal nemico. Un processo simile a quello della propaganda della Grande Guerra dove gli uomini venivano invitati ad arruolarsi per difendere la Patria e le loro donne da un nemico straniero spesso raffigurato in veste di temibile bestia.

Abbiamo già parlato del malcontento e della difficile situazione in cui versava la Russia dei primi del ‘900, abbiamo posto l’accento sulla pluralità etnica e culturale che caratterizzava quel territorio, quello che non abbiamo ancora detto è che molti trovarono nel nuovo partito, nell’identificarsi con un gruppo di propri pari, la propria ragion d’essere. È come se la tessera del partito li avesse per la prima volta in centinaia di anni di storia, fatti sentire veramente fratelli. Così, similmente alle dinamiche dei clan giovanili, tutto divenne improvvisamente più semplice, tutto divenne lecito, pur di arrivare allo scopo. Cosa accomuna gli appartenenti a questo nuovo gruppo? Probabilmente il sentimento di vendetta,  che trova in qualche modo conforto e forza nell’esser condiviso.

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Partendo da quelli che sono i “piani alti”, i soggetti che nei fatti decisero sulla morte dello zar e della sua famiglia, possiamo affermare con certezza che Lenin provasse un risentimento profondo verso qualsiasi appartenente alla famiglia Romanov, accusandoli di aver giustiziato suo fratello, colpevole di essere un anarchico rivoluzionario. La verità è che dopo l’uccisione dello zar Alessandro II, zar riformatore e nonno di Nicola, ad opera di un gruppo di attentatori che piazzarono una bomba sotto la sua carrozza, i rapporti tra famiglia imperiale e popolo, risultarono compromessi. Costretti in una sorte di prigione dorata, per paura di subire nuovi attentati, ristabilirono un regime autocratico, sempre meno propenso alla concessione di quei diritti che il popolo da tempo reclamava a gran voce.

Fu proprio questa sordità, questo voler chiudere gli occhi davanti alla realtà, che portò lo zar a non capire cosa stesse succedendo finché non si ritrovò semplice cittadino, deposto non solo dal suo trono ma soprattutto privo del rispetto di quel popolo che lui tanto amava ma che non comprendeva.

Così presentandola, l’intera vicenda, sembra il dramma delle parole non dette, dei gesti non fatti, una sorta di dramma dell’incomunicabilità di cui la letteratura inglese è tanto ricca. In realtà i fatti non differirono molto da come ve li sto presentando. Il divario sempre più crescente tra la vita delle grandi città, dei salotti e quella nelle campagne e nei piccoli paesi, contribuì senza dubbio alla formazione di un senso di rivalsa che sfociò nel porre fine alla vita di coloro che erano simbolo di tutto ciò che stava dalla parte opposta della barricata.

Lo stesso Juroskij, a mio parere, trovò nel compito affidatogli, il mezzo più semplice di affermazione di sé. Sparando quei colpi, si sentì finalmente padrone si sé, finalmente vivo

Soraya Galfano

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