1983: una canzone d’amore da Sanremo all’URSS

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Nel 1983 pare si sia evitata la Terza Guerra Mondiale. Un’esercitazione Nato rischiò di aprire una crisi irreversibile con l’URSS. Era stata chiamata Operation Able Archer 83 e vennero coinvolte 40mila truppe, nonché le più grandi basi aeree NATO europee, che dovevano simulare un attacco sovietico ai Balcani e alla Scandinavia. Tutto questo baccano non fece che risvegliare l’assopita bestia sovietica, che credette di essere lì e lì per essere attaccata. Il Cremlino diede ordine di caricare i bombardieri presenti in Germania e Polonia con armi atomiche, allarmò le piattaforme di lancio missilistiche e fece nascondere i suoi sottomarini. A salvare il mondo fu una donna conosciuta soprattutto per la sua calma e la sua morbidezza, Margaret Thatcher: informata di quanto stava accadendo oltre la cortina di ferro, mobilitò le ambascerie perché convincessero gli statunitensi a tenere un atteggiamento più prudente. Secondo Paul Dibb, esperto di intelligence australiano, quella volta si arrivò più vicini all’olocausto nucleare di quanto non lo si fosse rischiato 21 anni prima, con la crisi cubana.

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Lo stemma della baronessa Margaret Thatcher

Il clima, quell’anno, era inoltre già particolarmente teso a causa della strage del volo Korean Air Lines 007, un aereo civile abbattuto per errore dai sovietici, e dal misfatto sventato dall’ufficiale Stanislav Evgrafovič Petrov, quello famoso che capì che non era in corso alcun attacco nucleare da parte degli USA, in data 26 Settembre 1983. Ma, nonostante ciò, nel 1983 si ebbe la prima grande apertura alla TV generalista occidentale da parte dell’URSS. Infatti, già a partire dalla fine degli anni ‘70, l’Italia era vista, anche nel blocco sovietico, come il luogo della spensieratezza, dei Di Maio e dei Berlusconi.

L’errore fatale fu forse una trasmissione sovietica che proponeva alcuni tra i più famosi brani di molteplice provenienza. Fu così che furono mandati in onda spezzoni del precedente Festival di Sanremo, tra cui, soprattutto, Felicità (qualcuno cantava “voglio la macchina e il televisore, felicità”), di Al Bano e Romina, e Storie di tutti i giorni, di Riccardo Fogli. Nonostante la trasmissione avesse orari piuttosto improponibili per uno Stato operaio ebbe un grande successo, in particolar modo per quanto riguardava proprio gli artisti italiani.

Ma l’amore dei russi verso l’Italia e, in particolare, verso Sanremo, aveva messo radici già agli albori del XX secolo, tanto che perfino l’ultimo degli Zar, Nicola II, trascorreva sulla riviera di ponente le sue vacanze, accompagnato da schiere di notabili. Qui nacque anche la denominazione italica della celeberrima insalata russa, creata a Mosca da uno chef francese. Musicalmente parlando, tutto principiò negli anni ’60, con tale Robertino Loreti, scoperto da un produttore danese in un bar di Roma, che ebbe un successo smisurato, dapprima in Scandinavia e in seguito anche in URSS (il padre era comunista, ma non si sa se il PCI abbia effettivamente avuto un ruolo), dove vendette più di 50 milioni di album e divenne la colonna sonora di Valentina Tereshkova (la prima cosmonauta) nello spazio.

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Un giovane Robertino Loreti che, tra l’altro, cantò Un bacio piccolissimo

Ma arriviamo al misfatto. I dirigenti sovietici non vedevano di buon occhio la musica borghese occidentale. Il massimo dell’apertura erano un festival polacco, uno bulgaro ed uno della DDR. Sotto una pressione impalpabile, Andropov decise di aprire leggermente l’URSS al mondo. Si decise che questa apertura doveva riguardare, quantomeno in partenza, radio e TV, che fino ad allora avevano trasmesso saltuariamente qualche balletto della DDR e gli ABBA a Pasqua per evitare che la gente andasse a messa. Vennero presi in esame i programmi più svariati, ma si arrivò presto ad individuare nei festival musicali un alleato innocuo.

E quale festival può essere più innocuo per una dittatura, se non quello di Sanremo?

Fu così che, nel 1983, alcune settimane dopo il reale svolgimento su suolo ligure, il Festivàl sbarcò al di là della cortina. Prima bomba capitalista a colpire il comunismo eurasiatico. E così, Toto Kutunio (da allora idolatrato dai cutugnisti, che per lui hanno anche imparato l’italiano) sbancò con L’italiano, forse anche grazie a una cover finlandese, dello stesso anno, a opera di Kari Tapio. Ma anche i quarti Matia Bazar di Vacanze romane, nonché, soprattutto l’ultimo classificato Pupo, con Cieli azzurri, ebbero un grande successo a Mosca e dintorni (il cantante toscano, anni dopo, si cagò letteralmente addosso durante un concerto, ma questa è un’altra storia).

Terminato il tutto, una pioggia di lettere sommerse la TV di Stato: tutti volevano ripetere l’esperienza. Il successo si ripeté quindi l’anno seguente, nonostante il Festival fosse stato trasmesso con persino 5 mesi di ritardo. Le strade si svuotavano non appena iniziava la messa in onda, per un evento atteso tanto quanto le Olimpiadi. In generale non vi fu una grande censura, per volere di Sergej Lapin, presidente dei media sovietici, in contrasto con i principali ideologi del PCUS. Alcune puntate furono tagliate maggiormente per rimuovere Nina, di Mario Castelnuovo, canzone di guerra e occupazione che non piaceva un granché a chi stava occupando l’Afghanistan. Fu l’anno della definitiva consacrazione di Al Bano e Romina, con Ci sarà, ma anche dell’apparizione di Eros Ramazzotti, che si presentò tra le Nuove Proposte. In realtà Ramazzotti non apparve in TV, a fronte dei jeans strappati e del braccialetto di pelle che lo facevano sembrare sempre e solo un povero comunista (no, aspetta, cosa?!), ma passò alla radio. Le canzoni venivano replicate più volte alla settimana e l’esibizione di Toto Cutugno venne trasmessa persino la notte di Capodanno. Il 1985, con l’ascesa di Michail Sergeevič Gorbačëvv (poi ospite a Sanremo nel 1999), segnò un punto di svolta anche nell’intrattenimento. In quell’anno, infatti, oltre ad essere, per la terza volta, trasmesso il Festival di Sanremo, i suoi vincitori, i Ricchi e Poveri, furono scelti per un tour in URSS, un tour che si svolse l’anno seguente e che si snodò in ben 44 concerti con più di 780mila spettatori ed una comparsata sulla TV sovietica. Nell’ ’87, invece, arrivò la prima ospite russa: Alla Pugačëva.

La musica leggera italiana era in ogni dove. Gruppi amatoriali sovietici suonavano canzoni del Bel Paese senza capirne il significato e spesso inventandosi le parole. Il contrabbando di musicassette aveva raggiunto l’apice, rendendo quelle che, in alcuni casi, erano solo canzonette, un baluardo libertario e liberatore. I Pooh ricoprivano il ruolo che in Occidente era stato dei Rolling Stones prima e dei Black Sabbath dopo, Pupo (che ha addirittura cantato in occasione del 2795esimo  anniversario della fondazione di Erevan) era il loro Justin Bieber, mentre Al Bano e Romina erano il duo per le giovani coppie.

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Giuseppe Saronni che, a Sanremo, nel 2983, vinse la Milano-Sanremo

Negli anni ’90 il Festival sparì. L’arrivo del capitalismo cancellò la sua prima traccia in Russia dopo la Rivoluzione d’Ottobre. L’Eurovision era ormai diventato il principale evento musicale russo, anche se, col nuovo millennio, gli artisti italiani iniziarono nuovamente a esibirsi in Russia, arrivando al culmine nel 2013 con la reunion organizzata dal ricchissimo Andrej Agapov (che ha anche scelto le canzoni) di Al Bano e Romina alla Crocus Hall di Mosca [presentato da Evgenia Koveshnikova e Pupo (quel Pupo)], in occasione del settantesimo compleanno del pugliese, accompagnato, tra gli altri, anche da Gianni Morandi. Un concerto. Impossibile non citare, inoltre, i concerti di Pupo, Ricchi e Poveri, Toto Cutugno e Riccardo Fogli, in seguito all’annessione unilaterale della Crimea da parte della Russia. Insomma, gli italianzy al completo.

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La Crimea

Sanremo aiutò ad abbattere la bestia sovietica, nel suo piccolo, mostrando che il Paradiso, ammesso che esistesse, non era sicuramente l’URSS, ma al massimo l’Italia, che certo non era immune all’edonismo degli anni ruggenti di Re Ronald Reagan e da sempre era quasi totalmente priva di elementi di protesta. I sovietici iniziarono a vedere l’Italia come qualcosa di meglio, a sognarla, a volere una vita diversa.

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Aspetta, ma cosa c’era scritto in fondo al manifesto?!

Ma le prospettive non sono rosee (o rosse), Pupo, in un’intervista di pochi anni fa, si disse preoccupato per il futuro della musica italiana nell’Est Europa/Asia Centrale. Si disse anzi preoccupato perché a Sanremo non ci sarebbero più giovani che fanno musica melodica italiana (wtf?!). Insomma, pare che il futuro della musica nostrana sia solo in Italia, almeno secondo Enzo Ghinazzi. Dopo tutto ciò che abbiamo fatto per il blocco sovietico.

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Il Justin Bieber de noantri (in Russia) nel 1979

Ma non mancano piccole leggende urbane, tra le quali spicca soprattutto quella riportata dai Matia Bazar stessi durante un’intervista in occasione dei loro 40 anni di attività (nel 2015), quando suonavano uomini e cantava una donna, cosa che accadeva quasi solo con i Fleetwood Mac (quelli di The Chain, contenuta nell’Awesome Mix vol. 2 di Guardiani della Galassia vol. 2 ed in precedenza utilizzata nella pubblicità della Jeep nel 2011), all’epoca. Il gruppo in questione ha riscosso un buon successo in terra italica, ma anche all’estero, soprattutto in Sudamerica e, ovviamente, nell’Unione Sovietica, nonché in Medio Oriente, con concerti in Giordania, Siria, Israele e Libano (dove vennero anche bombardati).

Comunque, tornando a Sanremo, la Russia e affini, il batterista dei Matia Bazar, Giancarlo Golzi (l’unico sempre presente, nato proprio a Sanremo e morto proprio dopo 40 anni passati a suonare per la sua band), racconta di come divennero famosi nell’allora URSS grazie al Festival dell’ ’83, quello di Vacanze Romane e dell’album Tango. Il tour dell’anno seguente fu un grande successo, tanto che Antonella Ruggero, che era la cantante del gruppo in quegli anni, venne invitata a cantare al sopracitato megaconcerto per il compleanno di Al Bano, nonostante ormai fosse data a musica più sofisticata e di minor successo. Rifiutò però, in quanto assolutamente contraria alla reunion con la sua vecchia band.

I concerti nell’ ’84 furono un successo e resero il gruppo ancora più famoso oltre la Cortina di ferro. Nonostante ciò, però, come tutti gli altri artisti e turisti, vennero accompagnati da un incaricato, ufficialmente dipendente dell’Ente turismo e cultura. Come accade oggigiorno in Corea del Nord, però, questa sorta di guida era probabilmente molto di più: serviva infatti per controllare che non si facesse attività di spionaggio e/o propaganda anti-soviet. Ad accompagnare i suonatori genovesi pare fosse un ragazzo di circa 30 anni, biondo, austero, apparentemente smorto, che si metteva in fondo al pullman per scrutare tutti i presenti. Era una sorta di Mr. Wolf russo. Aveva un nome comune, si chiamava infatti Vladimir. Non lo videro più, ma nessuno di loro si chiese che fine avesse fatto. Poi, nel 1999, divenne prima premier e poi presidente della Federazione Russa e apparì dunque anche nei media italiani. Sì: Vladimir era Vladimir Vladimirovič Putin (non è in grassetto così non ci buttate subito l’occhio e la sorpresa è più sicura). O almeno così ha dichiarato Giancarlo Golzi.

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Putin che ringrazia i Matia Bazar

L’URSS è caduta e si è sfaldata, la Russia è cambiata. Il comunismo è stato sconfitto e l’Europa si è fatta Unione, inglobando una parte di quel mondo che un tempo era secondo. E non si può negare (forse) che se l’Estonia ha l’euro (ed è un bene, sì) e gli scambi commerciali tra Italia e Polonia sono aumentati di più del 30% negli ultimi 10 anni, sia anche merito del Festival di Sanremo: quello che giusto negli anni ’80 diventava sempre peggio; quello che, col suo carico di nulla e melodie perlopiù a cavallo tra le sagre di paese ed il kraut rock, ha fatto un buco nella Cortina di churchilliana memoria, la quale, a differenza della macchina del capo, non poteva essere aggiustata con il chewing gum. Ma questa, be’, questa è un’altra storia.

Michele Radaelli

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