Dove l’aristocrazia costruisce, la borghesia sfrutta

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L’inattuale e anacronistico attacco all’establishment dei palazzinari borghesi

Nisi Dominus aedificaverit 

Palazzo Graneri della Roccia, attuale sede del Circolo degli Artisti e dei Lettori

L’Italia è un vero scrigno di tesori e bellezze, inutile elencare nomi e località dato che forse dovrei riempire tutte le pagine (infinite) della rubrica, quindi mi limiterò a parlare di casi specifici onde non sbrodolare il discorso in opulente e ridondanti retoriche (delle quali però sono ghiotto).

Durante lo sviluppo dei Comuni e delle Signorie l’intera penisola ha riempito le proprie città di palazzi e residenze delle famiglie nobiliari che con lo spostamento delle corti e l’aumento dell’attività politica cittadina hanno edificato la loro dimora in luoghi più centrali e vicino ai troni dei Signori (vedasi ad esempio zona Crocetta a Torino o i magnifici corsi Duca degli Abruzzi e Galileo Ferraris) riempiendo di fatto le scarne città di magnificenze architettoniche.

Torino, la città nella quale vivo, è stata durante la reggenza sabauda un vero e proprio laboratorio artistico che ha visto fiorire in ogni suo quartiere una residenza, un palazzo o una magione nobiliare affrescata e costruita con i canoni dell’arte imperiale molto in voga in Francia e Austria; come si può immaginare ogni palazzo era di proprietà di una famiglia dal quale prendeva il nome e nel quale alloggiavano i membri della dinastia più tutto il loro entourage (commessi, coppieri, segretari, accompagnatori, etc.) raggiungendo anche il numero di 20-30 individui per struttura.

Un tempo costruire il proprio palazzo significava redigere il proprio biglietto da visita, imperituro nel tempo e sempre visibile a tutti coloro che deambulavano per il dato spiazzo o percorrevano la data via, per ciò ogni casata prestava molta attenzione e denari onde essere sempre in regola coi gusti dei tempi costruendo palazzi sempre più belli, sempre più grandi e sempre più centrali.

Palazzo Barolo – Paolo Mussat Sartor e Paolo Pellion Ph

Toglietemi tutto: il mio esercito, i miei titoli e le mie mute ma non sfiorate nemmeno una pietra dei miei palazzi

Ludovico I di Baviera

I nobili che hanno svuotato la loro cassa fino all’ultimo centesimo sono molteplici, primo fra tutti Ludovico di Baviera che venne quasi cacciato da Corte poiché a forza di costruire castelli aveva completamente dissanguato le finanze del regno, oppure Federico II di Svevia che occupò gran parte delle casse del regno per edificare castelli di frontiera onde controllare in maniera più efficace i confini del regno. Questi sono i più noti ma moltissime sarebbero le famiglie da citare qui sotto.

Come ben spiegato, durante i secoli addietro il Primo Stato si è sempre interessato in maniera oculata e folle della cura estetica delle strutture familiari indebitandosi, pagando un occhio della testa i materiali e gli operai per utilizzarli. Insomma: i palazzi dinastici erano fortemente tenuti sotto stretta considerazione da tutta la nobiltà europea che infatti utilizzava i suddetti oltre che per vivere anche per riunire in sontuose feste e ricevimenti le più grandi menti di ogni secolo e gli esponenti più in voga dell’aristocrazia cittadina. Conoscendo i più rivoluzionari posso già immaginare le loro obiezioni, ma le sederò immediatamente facendo presente loro che non v’era solo un gioco di potere all’interno dei salotti porpora bensì anche una funzione sociale non indifferente: l’esistenza di questi luoghi ha prodotto dei risultati non da poco come, per esempio, la possibilità di visitare i palazzi dei signori e in alcuni casi anche di sostare nelle loro biblioteche a cadenza periodica (come per la famiglia dei conti Leopardi), oppure attraverso i propri “salotti del venerdì” quella di far incontrare menti eccelse della letteratura, della filosofia e della scienza (Kant era ospite fisso a corte, così come Voltaire, Manzoni o Pico della Mirandola) che raramente potevano incrociarsi se non ai caffè cittadini.

Con il declino della nobiltà e il relativo decollo della borghesia tutto questo magico sogno è finito sotto i colpi di una ghigliottina azionata da urlatori in berretto frigio; la nobiltà è stata cancellata o comunque limitata in maniera brutale facendo crollare tutto il sistema di economia e di persone che ruotava attorno alle dinastie gettando i patriarchi nella miseria più assoluta con l’abolizione della rendita dei terreni. Man mano che le famiglie si impoverivano e i loro eredi erano bistrattati dalla “nobiltà del Municipio” divenne necessario ahimè mettere in vendita i propri palazzi secolari per poter far fronte alle spese ma soprattutto ai debiti.

Palazzo Ceriana-Mayneri, attuale sede del Circolo della Stampa di Torino

Da chi potevano essere comprati questi palazzi se non dalle persone più ricche del momento cioè i borghesi? Gran parte dei magnifici palazzi neoclassici, barocchi e liberty finirono in mano ad avvocati, notai, magistrati o semplici commercianti arricchiti che poco avevano a che fare con la dinastia che li aveva eretti. Immaginate ora questi magnifici palazzi invasi da uno straniero, una persona esterna che non apprezza, non ama ma soprattutto non possiede nemmeno un centimetro quadrato di un palazzo che magari la Vostra famiglia ha costruito 200 anni fa dissipando il patrimonio. Provate a immaginare se ad esempio Ludovico I non avesse prosciugato i conti per costruire centinaia di castelli fatati (che ora tutti postano sui social sornioni) in Baviera. Probabilmente a quest’ora non sarebbe una delle regioni più turistiche dell’intera Germania. Immaginate se i Colonna, i Pamphilj, i Della Rovere, i Pizzi e i Graneri non avessero abbellito Roma di perle architettoniche dove metteremmo ora i nostri amati musei che tanto piacciono ai Radical Chic che vivono su Instagram? Rispondete Voi per me.

A Torino, città che amo con tutto me stesso, la faccenda non è diversa: gran parte dei palazzi nobiliari sono in vendita, le famiglie che li possedevano si sono perse nei tempi o sono state costrette ad abbandonare casa loro per folli regole di mercato e di tributi (palazzo Saluzzo Paesana, palazzo Barolo, palazzo Martini di Cigala, palazzo Costa Carrù della Trinità, etc.). Ma a Torino, così come ho potuto vedere anche a Verona, il danno non è bastato e qualcuno ha deciso pure di metterci la beffa: i palazzi non venivano comprati da borghesi per viverci ma da multinazionali per farci boutique di dubbio gusto o uffici di direzione che certamente non rendono onore all’incredibile storia umana e artistica posseduta dalle strutture. Al contrario però diversi palazzi sono stati utilizzati per essere sede di organi nazionali e provinciali o per ospitare attività culturali di alto livello come palazzo Graneri della Roccia nel quale sono situati il Circolo dei Lettori e il Circolo degli Artisti.

Palazzo Solaro del Borgo, ultimo baluardo dell’aristocrazia piemontese ospitando al suo interno la Società del Whist – Chiara Ferraresi Ph

Dove l’aristocrazia costruisce la borghesia sfrutta, senza ritegno, senza rispetto e senza pudore, questo perché ormai tutto è comprabile con il vile denaro e non c’è titolo, storia o usanza che possa essere tenuta ancora in considerazione dato che siamo nell’era della spettacolarizzazione dello schifo e del ribrezzo. Chi eri, chi erano i tuoi parenti, cosa ha fatto la tua famiglia per la Patria ormai non conta più, conta solo il tuo curriculum, che lavoro fai e quanti 0 possiede il tuo conto corrente.

Che Dio, o almeno Ludovico I ci salvi.

Daniele Ruffino di Cabanera

Un commento

  1. Giovanni Bianchi Bandinelli

    D’ altro canto, anche i piagnistei di scalpitanti e bizzarri nostalgici reazionari sono uno dei tanti aspetti – fortunatamente minoritario – dell’ esecrata “era della spettacolarizzazione dello schifo e del ribrezzo”, il cui pregio è proprio quello di consentire il fiorire di questa umanità varia, che ad osservarla, ad ascoltarla, se non ci consente di trarre un insegnamento edificante, ci permette almeno di sollazzarci.
    P.s. L’ aristocraticità o nobiltà – intesa rettamente nel senso di prerogativa dello spirito, e mai privilegio di casta -, si è sempre espressa nelle forme della misura, dell’ equilibro, dell’ armonia, sia nei costumi sociali che, in riferimento ad un testo, nello stile e nel contenuto: elementi di cui questo articolo è desolatamente privo.

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