La ballata delle chiappe infernali

Jeroen Anthoniszoon van Aken (quest’ultima parola fa pensare che la famiglia fosse originaria di Aquisgrana) nacque (forse) il 2 Ottobre del 1453, a Boscoducale (nei Paesi Bassi, il cui nome in lingua locale è allucinante, quantomeno scritto, ossia ‘s-Hertogenbosch). La famiglia apparteneva alla piccola borghesia, ma sposò Aleid van de Meervenne, più ricca. Figlio e nipote di pittori, fu conosciuto, in Spagna, come El Bosco, mentre in Italia con i nomi di Bosco di Bolduc e Gerolamo Bosco. Lui, però, preferiva un altro pseudonimo: Hieronymus Bosch.

Se, per caso, questo nome non vi facesse l’effetto che Carneade faceva a Don Abbondio, c’è proprio da sapere che costui era un pittore piuttosto originale. Così originale, nei suoi soggetti, da aver mosso l’interesse di diversi professionisti, tra cui antropologi, sessuologi e psicanalisti. Indubbiamente, comunque, si rifaceva al pensiero germanico diffuso all’epoca, che, a sua volta, si rifaceva molto all’irrazionalità, rispetto all’Umanesimo italico. I suoi dipinti, mai datati, si trovano perlopiù in Spagna, poiché Re Filippo II era uno suo grande fan. A differenza dei parenti, avendo sposato una donna benestante, dalla quale non ebbe figli, poteva lavorare in un proprio studio e non assieme agli altri nella bottega. Alla morte del fratello maggiore subentrò, però, alla guida di questa, e, nel giro di pochi anni, anche grazie all’appartenenza alla Lieve-Vrouwe Broederschap (una confraternita cristiana, che mangiava carne di cigno), diffusa anche nella gerarchia amministrativa degli Asburgo, Hieronymus iniziò a farsi strada nel mercato.

Alcuni storici dell’arte ritengono che Bosch appartenesse anche ad almeno una setta segreta, molto probabilmente quella degli Homines Intelligentiae, che predicava e praticava il nudismo e il libero amore come mezzi per il raggiungimento dell’innocenza paradisiaca. Per altri era semplicemente e segretamente un cataro. Ma queste teorie sono da prendere con le pinze. Come se non bastasse a renderlo un uomo indecifrabile, Bosch, come già detto, non datava le sue opere e per questo è difficile riordinarle. Inoltre, le notizie in merito anche solo alle sue commissioni scarseggiano, rendendo difficile proprio capire quali siano le sue opere e quali siano i prototipi (essendoci diverse copie originali delle stesse). Fortunatamente dipinse esclusivamente su legno di quercia, facilmente databile e identificabile. Sta di fatto che, non si sa precisamente influenzato da chi (se influenzato), Hieronymus sviluppò uno stile tutto suo, incentrato sulla finezza dei dettagli, i volumi plastici, con bizzarrie tipiche delle miniature medievali, con ripercussioni su artisti del calibro di Pieter Bruegel il Vecchio – va detto che la sua eredità pittorica non si espresse subito e non si è mai largamente diffusa a causa del suo stile unico e visionario.

Tra i vari artisti influenzati da Bosch, seppur blandamente, si annoverano: l’Arcimboldo, David Teniers il Giovane, Joseph Heintz il Giovane, Jan Mandijn. In particolar modo, la sua popolarità crebbe incredibilmente nei primi anni del ‘900 grazie ai surrealisti, il cui stile ricorda fortemente quello dell’artista nederlandese. Si dice che, sia Miró che Dalí, considerassero Hieronymus Bosch un maestro incompreso, tanto che, soprattutto il primo, lo citò diverse volte nelle sue opere. André Breton non lo incluse nel Manifeste du surréalisme, nel 1924, solo perché venne riscoperto più tardi.

“L’Incoronazione di spine (o Cristo deriso)”, olio su tavola – Hieronymus Bosch

Tra i suoi dipinti più famosi, si annovera quello che nei secoli ha avuto più nomi, ossia La Lussuria, I peccati del mondo e I compensi del peccato, meglio conosciuto come Giardino delle delizie (o Il Millennio), un trittico di 220cm x 389cm, conservato a Madrid, presso il Museo del Prado. L’opera indubbiamente più ambiziosa e particolareggiata dell’artista, zeppa di citazioni colte, allegorie religiose ed assurdità. È composta da un pannello centrale con due ali richiudibili a dare un’ulteriore superficie dipinta. Le scene del trittico aperto parrebbero da visualizzare da sinistra a destra, come fossero una sorta di fumetto.

Non vi è una datazione certa del Giardino delle delizie, tanto che, prima dell’analisi dendrologica, si pensava che l’opera appartenesse alla sua ultima fase artistica, mentre appartiene agli ultimi anni di quella giovanile. La prima traccia del dipinto risale al 1517, un anno dopo la morte dell’artista, quando un prelato pugliese lo descrisse dopo averlo visto nella dimora dei conti Nassau a Bruxelles. Pare infatti che a commissionare l’opera sia stato Enrico III di Nassau-Breda, alto funzionario nei Paesi Bassi per conto degli Asburgo e accanito collezionista di stranezze, soprattutto artistiche, facendo forse a gara con Filippo il Bello, altro collezionista di opere di Bosch. Il fatto deve averlo reso famoso tra i vari diplomatici d’Europa, così da permettere la diffusione delle sue opere, ma, soprattutto di copie – l’equivalente delle moderne cover musicali. Numerose copie del dipinto sono presenti in vari Stati, anche sotto diverse forme, come l’arazzo presente all’Escorial. La grandezza dell’opera fa pensare che sia stata commissionata, ma non ci sono prove certe in merito. Si sa solo che i Nassau la lasciarono in eredità agli Orange-Nassau, ma, in seguito alla rivolta dei Paesi Bassi contro la Spagna, l’opera fu requisita e trasferita a Madrid, dove tutt’ora si trova.

Enrico III di Nassau-Breda

Ma veniamo all’opera in sé. Innanzitutto, l’opera, per quanto ricca di simboli anticlericali, è molto probabilmente stata una pala d’altare. Il trittico, citato anche in una puntata de I Simpson, non è in realtà un vero e proprio trittico, poiché, una volta che le ali laterali sono chiuse, appare un’ulteriore superficie dipinta. Ivi è rappresentato un mondo sferico, forse al momento della creazione (al terzo giorno, per l’esattezza), in scala di grigi, così da far risaltare i pannelli interni, secondo la tradizione nederlandese. Probabilmente la scelta cromatica è anche correlata alle credenze bibliche di una terra buia, non ancora illuminata da Sole e Luna, in contrasto con l’abbondare di creature all’interno dell’opera. Il tutto avviene sotto lo sguardo severo del Creatore (con tanto di Bibbia in mano e tiara in testa), raffigurato nell’angolino in alto, sulla sinistra.

Citazione del terzo pannello in una puntata de “I Simpson”

Giusto per non farsi mancare un po’ di parole altisonanti, i due pannelli che vanno a formare il dipinto esterno condividono la scritta:

IPSE DIXIT ET FACTA SUNT. IPSE MANDAVIT ET CREATA SUNT“.

Essa proviene dal Salmo XXXII e significa

“Perché egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste”.

La maggior parte degli studiosi ha interpretato questa citazione come la chiave di lettura per la comprensione dell’opera nella sua interezza, che sarebbe dunque da ricondurre alla didascalia cristiana.

Trittico chiuso, ovvero il progetto della Morte Nera

Aprendo le ali si scoprono quindi i tre pannelli interni, i più famosi e interessanti. Partendo dal pannello di sinistra, notiamo come vi siano rappresentati Dio ed il giardino dell’Eden, tanto da venir detto Paradiso terrestre o Giardino dell’Eden o Unione di Adamo ed Eva; quello centrale (il più grande) contiene una miriade di bizzarrie sottoforma di flora, fauna ed elementi geologici, venendo propriamente chiamato Giardino delle delizie; il terzo pannello raffigura invece l’Inferno, ma quello è sempre un Inferno e così è denominato (ma anche Inferno musicale). Osservando i primi due pannelli da sinistra, possiamo notare i dettagli tropicali, come la giraffa (forse citazione di dell’opera Viaggio in Egitto di Ciriaco d’Ancona), probabilmente legati alle scoperte geografiche del periodo storico.

A sinistra la giraffa nel Viaggio in Egitto, a destra quella dell’Inferno musicale

Per quanto riguarda invece il terzo pannello, possiamo notare la presenza di diversi demoni e dannati, ma, tra tutti, la creatura più strana è indubbiamente il cosidetto uomo-albero, probabilmente autoritratto dello stesso Bosch e già presente in almeno un altro disegno dell’artista, senza però richiami infernali. L’essere contiene biscazzieri e ubriaconi, raffigurando forse l’Anticristo. In generale, il terzo pannello ricorda soprattutto il Visio Tnugdali, un testo religioso del XII Secolo, molto diffuso durante tutto il Basso Medioevo.

Hieronymus (ma è per caso parente di Euronymous? No signor Burns, il loro cognome si scrive e si pronuncia in modo diverso) ha comunque spesso rappresentato l’Inferno, ma qui lo fa in modo ancora più particolare, con demoni-grilli(ni) che torturano i dannati anche attraverso l’utilizzo di strumenti musicali (senza del cul far trombetta), quasi a burlarsi del Diavolo e dei suoi sottoposti. Vi è anche un dettaglio dell’Inferno musicale nella parte alta, nella quale una luce bianca illumina alcuni dannati in cammino verso un cancello, tanto che sembra un concerto dei Queens of the Stone Age. Un pannello in totale contrasto con i due che lo precedono, ricco di forti simbolismi, come del resto tutta l’opera, ma molto più criptici, come per esempio le due orecchie giganti attraversate da una lama, sulla quale è incisa la lettera M, che potrebbe stare per Mundus (no, non c’entra House of M). Si trova anche un classico simbolo apocalittico medievale, come quello della lepre che aggredisce un essere umano, in questo caso una donna, ma questa be’, questa è un’altra storia.

C’è un dettaglio, però, appartenente all’Inferno musicale, che stuzzica l’appetito e la fantasia, soprattutto dei musicisti. Nonostante però la visibilità dell’immagine e la curiosità che indubbiamente può destare, nessuno, fino al 2013, ha estratto la traccia incriminata. E proprio di traccia si parla, in tutti i sensi, perché – finalmente! – sto parlando de La Ballata delle Chiappe Infernali.

In basso a sinistra, ma non esattamente nell’angolo, possiamo trovare un uomo nudo schiacciato da un enorme strumento a corda e tormentato dalla lingua di un demone umanoide (che forse sta incidendo le note). Cinque secoli sono parecchio tempo (anche se i Canti Hurriti ne hanno più di 3mila, ma questo tuttavia non sminuisce il lavoro, tutto sommato semplice, di chi ha riesumato lo spartito).

Una ragazza, autodefinitasi una grossa nerd, di nome Amelia (di cognome Hamrick, ma non si trova facilmente), amante dei gatti e di Tumblr, ha postato sul suo profilo social un’interpretazione scritta dello spartito in questione, elaborata assieme a un fantomatico Lucas. La trascrizione è avvenuta considerando la seconda linea della pentagramma, un DO, come avveniva all’epoca del pittore, e cercando di dare un senso alle ultime note poco visibili (quelle sulla chiappa destra). La ragazza, che studia alla Oklahoma Christian University, ha dunque caricato, l’11 Febbraio 2014 (quarantunesimo compleanno di Varg Vikernes), una versione per piano, semplicissima, di quello che ha chiamato Torture-victim’s Backside Hymnal, ottenendo da subito migliaia di repost ed un articolo su The Guardian.

Lo spartito di Amelia

La musichetta è piuttosto inquietante, monotona, tanto da far pensare ad Amelia di avere sbagliato qualcosa e inducendola a rivolgersi al dipartimento di musicologia del suo college per ottenere una versione più accurata dello spartito.

Nonostante ciò, un altro utente Tumblr, sul blog EVEN SPEEDWAGON IS FURRY, ne ha pubblicato una versione coristica, con un testo alquanto particolare:

butt song from hell

this is the butt song from hell

we sing from our asses while burning in purgatory

the butt song from hell

the butt song from hell

butts”

La versione è però breve e non troppo riuscita. Nel frattempo, circa un mese dopo il post di Amelia, il musicista statunitense James “Jim” Spalink, artista focalizzato sulla musica medievale, rinascimentale e popolare, ha pubblicato, sul suo canale YouTube, una versione verosimile dell’ormai celeberrima Butt Music. Così riarrangiato, lo spartito prende senso e significato soltanto con liuto, arpa e ghironda. Ne esce una melodia in parte dissonante, ma tutto sommato piuttosto armoniosa.

ASSOLUTAMENTE INQUIETANTE.

Un simile motivetto (non è il caso di parlare di aria) non poteva che provenire dal deretano di un dannato, che non “avea del cul fatto trombetta, ma per oltre cinque secoli è stato probabilmente l’unico custode della ballata delle chiappe infernali.

Michele Radaelli

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