Do you know Charles Ponzi?

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Tempo fa abbiamo parlato di Joe Petrosino, uno degli eroi della grande migrazione italiana negli Stati Uniti, un poliziotto che ha affrontato la Mano Nera, impietosamente assassinato a Palermo dalla prima Mafia esistente. 

Oggi, invece, a dimostrazione di quanto la storia sia magistra vitae, ma anche di come l’Italia e l’italianità siano complesse, multiformi, poliedriche, si presenterà a noi un altro prototipo di italiano emigrato: Charles Ponzi.

Nella moltitudine intrisa di povertà che arrivò negli USA a fine ‘800 era difficile scorgere un profilo, dei lati comuni al popolo italiano che andassero oltre quelli che poi diventeranno autentici stereotipi; era difficile, insomma, più di ora, andare oltre il fatto che chi sbarcava sulle coste di Ellis Island fosse un italiano.

Ma torniamo a noi, agli individui, a quelli che gli stereotipi li creano, li modellano, o li distruggono.

Carlo Ponzi nel 1925 ha una bellissima villa a Lexington, con una piscina riscaldata. Ha un sorriso smagliante, è ricchissimo e cordiale. Charles ha un autista personale che lo porta a spasso per la città, nella sua auto di lusso. 

Ma Carlo/Charles non è sempre stato quest’uomo: ha vissuto una storia interna, lui. Ha qualcosa da raccontare che va ben oltre l’immaginazione, il pensabile, il credibile; che va molto oltre il suo sorriso accattivante, la sua simpatia e il suo savoir-faire.

Perché?

Nato in Romagna, anni prima Carlo era stato mandato dai propri genitori a studiare giurisprudenza a Roma, dove in realtà bighellonava allegramente, sperperava quattrini, giocava d’azzardo. Finiti i soldi, rubava. Data la problematicità del ragazzo – che rischiava anche di finire in carcere – la famiglia senza indugio lo spedì in America.

Ci arrivò senza un soldo, non perché come il 99% dei suoi compaesani avesse una valigia di cartone tenuta chiusa da uno spago, le scarpe rotte e lo sguardo triste, ma perché in nave si era giocato tutto. Amava il gioco d’azzardo e l’ozio, Carlo.

Nei suoi occhi c’era una luce diversa da quella della disperazione. Un’aggressività vivace, ribelle e curiosa lo spingeva a non accontentarsi. Si trasferisce, così, in Canada dove trova un altro italiano che ha aperto una banca, Luis Zarossi. Comincia a lavorare per lui. Diventa un bancario, non un Diogo, un umile italiano operaio.

Il suo capo, l’italoamericano Zarossi, non è un grande gestore. Le casse della banca, infatti, sono semivuote e tutta la fiducia accordata dagli investitori è – a dir poco – mal riposta. Qui, in questo esatto momento, fiuta l’affare il nostro Carlo.

Messosi d’accordo con un altro italiano, Angelo Salvati, Ponzi lo presenta a Zarossi, proprietario della banca in crisi, come ricco ereditiero di illustre famiglia parmigiana e, con la sua sorridente cordialità, lo convince a fornire al suo amico un credito di 50.000$. Si tratta solo di una formalità, un piccolo favore a un amico che aspetta tanti soldi in arrivo dall’Italia, dice Carlo, non c’è niente di cui preoccuparsi. Apparentemente almeno. Perché, dopo un po’ di tempo, questo denaro non arriva, e Zarossi – complice la sua gestione pessima della banca, le sue piccole truffe ai clienti – fiuta di essere sull’orlo del fallimento e scappa in Messico.

Allora Carlo emette un assegno, falso, lo fa incassare al suo amico Salvati e qualche giorno dopo viene arrestato.

Il suo amico, incassati i soldi, aveva fatto una soffiata.

In galera – ci sta 3 anni, poi altri due per accuse di sfruttamento della prostituzione poi rivelatesi false – Ponzi è lontanissimo dall’essere quell’uomo che abbiamo intravisto nel 1925, quello che ha una piscina, una villa, un autista, tanti tanti soldi.

Nel penitenziario di Atlanta, Georgia, Charles conosce un banchiere finito in cella per appropriazione indebita e, vuoi il suo sorriso, vuoi qualche sigaretta in compagnia, impara tanto da lui.

I tagliandi internazionali di risposta erano, a quell’epoca, dei semplici francobolli. Funzione di questi tagliandi era di consentire risposte a lettere mandate dall’estero, usandoli, in America come banconote da scambiare per il francobollo locale. Insomma, il fratello rimasto in Italia scriveva una lettera al fratello emigrato nel Paese delle Opportunità, e per consentirgli di rispondere, allegava nella busta il tagliando. Quest’ultimo, letto lo scritto, tra una lacrima di nostalgia e l’altra, si recava all’apposito ufficio e scambiava questo tagliando – comprato a poche lire in Italia – con un francobollo che comprato lì, in America, sarebbe stato molti $ in più. 

Carlo fiuta uno dei suoi affari: decide di giocare con le differenze di valute comprando un po’ di tagliandi all’estero e rivendendoli, così fonda una società, la Securities Exchange Company.

Siamo a Boston e Carlo Ponzi, il giocatore d’azzardo che “studiava” a Roma, è ora Mr Ponzi, un imprenditore, un uomo d’affari, che sta per intraprendere la sua ascesa, per cogliere la sua opportunità nel Paese che ai suoi conterranei spesso le negava.

Non c’è niente di illegale nell’attività del nostro. Assolutamente nulla. Quello che serve, però, sono capitali, investimenti. Allora si comincia a procacciare investitori. Dapprima tra amici e familiari, poi tra conoscenti e amici di amici.

Carlo sfodera il suo sorriso e va in giro promettendo un guadagno stratosferico a chiunque volesse investire nella Securities Exchange: il 50% nel giro di due mesi. E dice il vero. I soldi arrivano. Gli investitori, nel giro di due mesi, cominciano ad incassare. C’è un grande giro di parola, Carlo non deve più sforzarsi e può cominciare ad imbrillantinarsi i capelli.

Chi investe 100$, preso il suo 50% dopo due mesi, lascia a Ponzi gli altri 50$, perché continuino a fruttare. Fiutano una miniera d’oro.

Ma Ponzi l’aveva già fiutata tempo addietro, forse già in carcere.

Il guadagno promesso passa dal 50% al 200%. La folla, confortata dal fatto che i primi investitori avessero effettivamente incassato i soldi previsti, si fa più numerosa.

Investire 100$. Presentarsi due mesi dopo ed incassarne 200? Un sogno, a great opportunity.

Una opportunità così grossa, da essere finta.

Si chiama Schema Ponzi, quello che nel 1925 significa per Mr Ponzi piscina e resto appresso. Una truffa bella e buona per quella folla, semplice ma – a dir poco – efficace.

1. Promettere interessi fuori mercato per attirare innumerevoli investitori;

2. non investire il denaro in alcun modo;

3. pagare gli utili promessi con i soldi dei nuovi investitori. 

L’invenzione di Ponzi è quasi banale, ma gli permette di diventare ricco. L’importante è che si sparga la voce. Servono tanti investitori. Gli utili saranno distribuiti (almeno ai primi), si accantonerà sempre di più, fino a quando si arriverà al punto in cui nessuno ritira più i soldi, in modo da far fruttare sempre di più l’investimento.

La Securities Exchange si espande in tutti gli USA.

Fino a quando tutti si fidano, lo schema Ponzi funziona alla perfezione. I problemi incominciano quando in tanti vogliono ritirare il proprio investimento.

Quando un creditore fa causa alla società, asserendo di averci investito dei soldi a inizio attività, il Tribunale comincia ad indagare, gli investitori a diminuire, la stampa ad attaccare Ponzi.

Per incassare circa 250.000$ al giorno, come asserito, la società avrebbe dovuto scambiare un numero di tagliandi superiore a quelli presenti in tutto il mondo! È un grosso scandalo.      

Bancarotta con un debito di 7 milioni di dollari.

Ponzi, soprannominato il mago dal Boston Post, finisce in galera. Ci resterà dieci anni, prima di essere rimandato in Italia. Morirà in patria per una ischemia polmonare. 

Ne è valsa la pena (forse).

 

Andrea Conte

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