Ermak, una storia Eastern

Questa è la storia di un bandito fuorilegge, di un uomo che da predone si è tramutato in eroe, in conquistatore. Questa è la storia di Ermak Timofeevič, ed è una storia western.. pardon, eastern*.

Nato forse nei pressi di boh, magari nella prima metà del cinquecento, non si sa nulla delle sue origini. Qualcuno ritiene che provenisse dai territori di Mosca, ma la faccenda finisce qui. Lo stesso nome è anch’esso un mistero, così come è giusto che sia per un personaggio che rievoca figure malandrine, da pistolero del vecchio ovest. Ciò che è noto, è che “Ermak” non voglia dire proprio nulla: non è un nome e non si capisce il senso. Alcuni studiosi ipotizzano che sia un epiteto, forse nato da un antico gergo cosacco che starebbe per “grande”, altri pensano che derivi da forme turco-mongole dialettali o da lingue tatare non più parlate, con valenze che spaziano da “uomo incisivo e tagliente” a “super figo”. Molto probabilmente si chiamava qualcosa come Hermann – poi storpiato all’inverosimile – che non dovrebbe affatto stupire, in uno stato con più di una radice germanica.

Ad ogni modo, il giovane e inquieto Ermak, avrebbe presto lasciato i territori moscoviti e sarebbe in qualche modo giunto nel sud della Russia: il regno dei briganti, peggio delle Due Sicilie in epoca borbonica e più o meno la porta del far west… pardon, east*. Da lì avrebbe fatto strada nelle gerarchie cosacche, radunando eserciti sempre più grandi e divenendo nel tempo atamano, cioè il capo. Piccola parentesi, il fatto che i boss russi e una vasta moltitudine di gerarchi militari dell’Europa slava/germanica si chiamassero “atamani”, ha per me un fascino indiscusso, quasi mistico. Non posso che immaginare fortissime contaminazioni ottomane, da locuzioni turciche come “ata” e “man”, in un miscuglio culturale impossibile da decifrare e che in realtà è ben più antico… Ma questa è un’altra storia, come direbbe il mio caro collega Rada.

Tornando a bomba sul pezzo, Ermak, dal buon cosacco che era, amava depredare i territori del basso Don; pare fosse molto bravo e così finì ben presto per destare le attenzioni dello zar. Ivan il Terribile non era di certo un tipo ragionevole, ma in questo caso si mosse nel senso più inatteso. Si creò un dualismo particolarmente morboso fra i due. Ermak, nella fattispecie, passò dall’essere il peggior nemico pubblico al primo dei suoi fedelissimi mandatari. Da lì in avanti, si delineò l’ordine militare più famoso della storia russa, i cosacchi, uomini coperti dall’immunità, eternamente estranei al tessuto sociale e sempre dediti, su compenso, al saccheggio di qualche città nemica, o al ripristino della legge in questo o quel distretto. La Russia non è mai stata piccola, anche quando era la metà della metà: ciò che è cambiato è la percezione di “enormità” da parte degli uomini. Nel XVI Secolo i territori russi erano semplicemente fin troppo grandi per essere amministrati dagli uomini dell’epoca e il caos imperava ovunque. Se non fosse stato per individui come Ermak, assoldati per combattere il problema da loro stessi creato, la nazione si sarebbe naturalmente dissolta. Fare la guerra sarà l’unico modo per tener a bada canaglie tumultuose come queste, che nelle decadi serviranno tutti gli zar e verranno ricordate per la ferocia, i cambi di casacca e l’incredibile valore. Ma anche questa, è un’altra storia.

Quei bravi ragazzi dei cosacchi, in una foto di inizio ‘900

La svolta per un ignaro Ermak arrivò su carta bollata e sigillo regale, fra il 1558 ed il 1574, quando Ivan autorizzo gli Stroganov – potentissima famiglia di imprenditori e latifondisti – a colonizzare la grande regione del fiume Kama e le terre oltre la catena montuosa degli Urali: praticamente la trama di un western… pardon, easter*. Questi spazi incontaminati erano la casa degli Indiani d’America di Russia, i Khan siberiani ed il loro popolo di Sibir’. Inizialmente, gli Stroganov si erano occupati della costruzione di avamposti e basi logistiche, ma dopo qualche anno iniziarono a subire gli attacchi delle truppe guidate da Muhammed, fratello del Khan. Fu allora che la famiglia ricevette il permesso di assoldare truppe mercenarie – non tanto per difendersi ma proprio per attaccare – e così venne chiamato in causa Ermak. Al seguito si mosse il grosso delle sue fedelissime truppe cosacche e in poco tempo iniziarono le scorribande… alla solita maniera, alla maniera dei banditi pistoleri. Senza alcuno sforzo, dopo pochi mesi avevano già conquistato l’antica capitale di Sibir’, Çinki-Tura, nonostante fosse difesa da una nutrita guarnigione e da alte palizzate. Lì, Ermak decise di passare un inverno, usufruendo di tutti comfort degli abitanti sottomessi. È indubbio che i Sibir’ fossero arretrati – tutt’al più se vi paragoniamo degli europei come i russi – ma va detto che disponevano di un governo vero, regolato attraverso la sharīʿah coranica, e che in un certo modo erano vicini a tutti i principali stati islamici. La religione musulmana, purtroppo, fu solo un aggravante e così il santo Ermak fu legittimato a compiere ogni barbarie immaginabile. I Sibir’, armati di arco e frecce – proprio come gli indiani che si opposero agli yankees – non avrebbero mai potuto resistere.

Il bellissimo Ermak, conquistatore

In primavera in Siberia non si combatte, fa ancora troppo freddo e il timido disgelo lascia spazio ad un inquietante pantano. Con una condizione simile, il nostro eroe dovette unicamente difendersi da modesti attacchi, sempre orchestrati da Muhammed, il fratello del Khan: nulla che i moderni archibugi russi non potessero respingere. Un tentativo di epilogo si ebbe fra luglio e ottobre dello stesso anno, quando Ermak decise di attaccare violentemente il grosso dell’esercito siberiano, che, nonostante fosse numericamente nettamente superiore, vinse. No, vi chiedo scusa!! Volevo solo scherzare… Persero ancora una volta, miseramente. Gli sconfitti ripiegarono nelle praterie ed Ermak, senza incontrare resistenza, entrò nella nuova capitale, Isker. Lì, raggiunto nei giorni da nuovi contingenti russi, cercò di chiudere la partita con il Khan, senza successo. Lì fece prigioniero il fratello, eterno perdente, sfortunatissimo. Lì… Lì si concluse la sua storia! Lì trovò la morte in una notte d’estate, esattamente il 6 agosto 1585, quando fu sorpreso nel sonno e sgozzato da infiltrati nemici.

Di lui si disse che cercò invano di difendersi e che tentò un ripiego verso un fiume vicino, arrendendosi unicamente alle acque, per il peso dell’armatura, stoico fino alla fine. Tutto falso… Morì nel modo miserabile che vi ho raccontato.

 

Questa non fu la vittoria dei Sibir’, fu esclusivamente la sconfitta di Ermak. La sua violenta dipartita fece incazzare ancor di più il pluri-nevrotico zar, che un po’ per paura (e un po’ per pazzia), pensò di essere vicino a un tracollo inesistente. Poco dopo, venne chiamato il vero esercito russo e per i Sibir’ non ci fu più storia: un intero Khanato fu distrutto. Solo le sue originarie tribù scamparono e ancora oggi esistono, arricchendo il panorama etnico della Federazione Russa. Ma ciò che davvero non è scomparso è il nome Sibir’, che da allora verrà ricordato come il far west russo, la Siberia! E diventerà, in tempi ben più recenti, anche qualcosa di molto caro a me: il mio cagnolone.

Un antico cacciatore di Sibir’ e il mio.. di Sibir’

Con Ermak, esattamente in quel preciso momento storico, iniziò la vera colonizzazione imperiale russa, una colonizzazione dal sapore di banditi armati di pistola e cattive intenzioni, una colonizzazione dal sapore western.. pardon, eastern*.   

 

Riccardo Crotti

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