L’investimento in fondi comuni per il futuro dei figli

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Una delle principali preoccupazioni dei risparmiatori è quella di proteggere i propri soldi. Quando, però, i risparmiatori sono anche genitori, si aggiunge la necessità di tutelare i propri figli in relazione alle esigenze economiche che essi avranno. La domanda che ci si pone a questo punto è quali strumenti utilizzare e con quali modalità.
La prima e fondamentale regola è pianificare: un’attenta e precisa pianificazione sta alla base di ogni piano di risparmio.
Nella pianificazione finanziaria di una famiglia rientrano molteplici domande circa la possibilità di dover affrontare spese straordinarie, il rischio di perdita del posto di lavoro, collegate al futuro scolastico dei propri figli, riguardanti le necessità contingenti di ogni giorno. Tutte queste domande sfociano per forza di cose in scelte che si concretizzano nell’accantonamento di risorse finanziarie in relazione alla capacità reddituale di ogni singola famiglia e in base alla propensione di rischio dei soggetti che ne fanno parte.

Prima della scelta della forma tecnica, tuttavia, è importante fare opportune valutazioni circa i costi da sostenere e quantificare le risorse da accantonare.

Senza troppi giri di parole dobbiamo partire da un dato di fatto: i figli sono un costoUn costo che, tuttavia, noi genitori sosteniamo ben volentieri, sicuramente più volentieri rispetto al pagamento di una bolletta o di una multa per divieto di sosta poiché mentalmente la parola “costo” viene sostituita dalla parola “investimento per il futuro”.

Torniamo dunque all’inizio del nostro ragionamento, dando per assodata l’equazione costo figli = investimento futuro; non ci resta che scegliere la forma tecnica con la quale fare questo nostro investimento.

Facile a dirsi, difficilissimo a farsi.

Il mercato è notevolmente cambiato, soprattutto negli ultimi anni: la consuetudine di aprire un libretto di risparmio o di sottoscrivere Buoni Fruttiferi delle Poste è ormai in disuso in quanto affiancata e oserei dire superata dall’avvento di altre forme di risparmio più flessibili e, forse, più vantaggiose.

Il fattore tempo, in questo caso, è una discriminante molto importante; prima si inizia, maggiori benefici si ottengono.

Ipotizzando di accantonare 100 euro al mese, nostro figlio, quando diventerà maggiorenne, si troverà un gruzzoletto composto da un montante di 21.600 euro…ma saranno sufficienti per pagarsi, ad esempio, gli studi universitari?

Si stima che un percorso universitario intrapreso in un ateneo della propria città costi circa 2.200 euro annui; ipotizzando di concludere nei tempi previsti, per una laurea magistrale l’esborso si aggira sugli 11.000 euro.

Discorso diverso e più oneroso per gli studenti fuori sede e per coloro i quali decidono di frequentare atenei all’estero o facoltà più prestigiose. Questo discorso è tuttavia molto semplificato in quanto non considera l’inflazione attesa da qui a vent’anni, che potrebbe triplicare il costo sopra riportato.

A questo punto si passa all’azione: per prima cosa bisogna vagliare il maggior numero di proposte possibili, poiché lo stesso prodotto o quantomeno con caratteristiche simili potrebbe avere costi di gestione parecchio diversi a seconda del soggetto collocatore. In secondo luogo, ci si deve prefiggere obiettivi alla propria portata: decidere di accantonare più risorse, rispetto a quanto effettivamente nelle proprie possibilità, potrebbe addirittura essere controproducente, costringendoci magari a svincolare prima della scadenza parte dell’investimento, sostenendo costi che potrebbero inficiare il guadagno. In ultima istanza è importante tenere i piedi per terra e diffidare da “false” promesse che hanno il solo scopo di attrarre l’investitore prospettando guadagni importanti: la famosa regola “rischio-rendimento” vale sempre. Per ottenere guadagni maggiori bisogna per forza di cose esporsi a rischi maggiori; l’importante è esserne consapevoli.

Non più in auge come gli anni addietro ma ancora utilizzati sono i libretti di risparmioDepositi a vista rimborsabili in qualsiasi momento, sono emessi da banche e poste e godono della garanzia dello Stato Italiano; permettono operazioni di versamento e prelevamento di solo contante e riconoscono un tasso di interesse annuo sulle somme depositate. In alternativa ci sono i prodotti prediletti da tanti nonni, generalmente poco avvezzi al rischio, vuoi per retaggio culturale, vuoi per scarsa cultura finanziaria: i Buoni FruttiferiTitoli emessi dalla Cassa Depositi e Prestiti, godono anch’essi della garanzia statale; garantiscono il rimborso del capitale investito e degli interessi maturati. Presentano rendimenti modesti, soprattutto sulle scadenze brevi ma non presentano costi di sottoscrizione e spese di gestione.

Una diversa soluzione può essere adottata avvalendosi di strumenti finanziari leggermente più complessi ma che permettono una maggior flessibilità garantendo anche rendimenti più interessanti: stiamo parlando dei fondi comuni. Questo tipo di investimento ha la caratteristiche di poter essere gestito mediante piano di accumulo, ovvero con versamenti ricorrenti a determinate scadenze e di importi prefissati; ciò permette di investire anche in mercati azionari, ovvero con un rischio maggiore, con il beneficio di mediare il prezzo nelle fasi alterne di mercato. Si tratta comunque di un investimento di lungo termine che abitua l’investitore a destinare una parte del proprio reddito come risparmio. I rendimenti, in questo caso, sono generalmente superiori rispetto ai prodotti sopra descritti soprattutto in una logica di investimento a medio/lungo periodo. La flessibilità del prodotto, inoltre, permette di disinvestire anche solo una parte di quanto accumulato senza incorrere in onerose penali e di sospendere il piano di accumulo ovvero modificare in aumento o diminuzione l’importo della rata così come la sua cadenza.

I fondi comuni investono in titoli diversificati e soprattutto in vari mercati dando all’investitore la possibilità di cogliere le migliori opportunità e, cosa ben più importante, ridurre il rischio.  Così facendo l’andamento di un singolo titolo non può influenzare significativamente il risultato del fondo; un concetto assimilabile all’antico adagio popolare che recita “non mettere tutte le uova nello stesso paniere”.  Inoltre il risparmiatore sa sempre quanto valgono i suoi investimenti e come sono gestiti poiché il valore giornaliero (il NAVnet asset value – del fondo) è pubblicato sui principali mezzi di informazione e consente un continuo monitoraggio dell’andamento dei propri investimenti. 

Tutto questo, ovviamente, ha un prezzo: le commissioni di gestione variano da fondo a fondo, più basse per i monetari, decisamente importanti per gli azionari. Se la commissione di gestione, ad esempio, è del 2%, un fondo che alla fine dell’anno ha reso il 3,5%, permetterà al sottoscrittore di mettere in tasca un netto guadagno del 1,50%, al lordo della tassazione applicata.

Luca Brambilla

 

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