Quanto vale un omicidio

COSA HO VISTO DIETRO AL FEMMINICIDIO-

Quante parole sapete? Quante ne sapete definire? Quante ne riuscireste a spiegare a un bambino? Centinaia di termini che usiamo tutti i giorni e di cui sappiamo il significato, chiaramente. Tra queste, da circa cinque anni si è aggiunta una parola pesante, usata con un tono greve: femminicidio.

Molti hanno trovato questo termine inappropriato poiché, di fatto, distingue le vittime in base al sesso. Una volta placate – o quasi – le grida di sessismo, fu data dai media e da varie istituzioni (pubbliche e private) la definizione del termine che tutti conosciamo:

L’omicidio di una ragazza o di una donna da parte di un uomo.

In realtà, sono certa che abbiate ben in mente degli esempi, anche molto recenti, dove l’omicida non è “un uomo” qualsiasi, ma un familiare, un amante, un marito o compagno. Eppure innumerevoli sono nel mondo ogni giorno gli omicidi di donne da parte di sconosciuti, di amici o di colleghi di lavoro.   

Il punto è che ci hanno abituati parlando di “femminicidio” a un piccolo sottoinsieme di ciò che questa espressione comporta. Il femminicidio non è solo l’omicidio vero e proprio, ma una sistematica perpetrazione di atti di violenza psicologica e fisica nei confronti di una donna. Il movente non è l’amore, né la gelosia, ma una profonda e culturalmente radicata concezione della donna come oggetto, una merce da possedere e, in caso, di cui sbarazzarsi.

Ora, per motivi più o meno legittimi, al grande pubblico è difficile spiegare interamente quanto insondabilmente profonda sia questa concezione anche nella cultura occidentale, nonostante le nostre pretese da Grande Faro del progresso e di uguaglianza (cosa vera, ma in una percentuale molto minore di quanto ci siamo convinti).

In definitiva è stata compiuta una scelta insiemistica sul grande dominio di sfaccettature che il femminicidio comporta: cosa può colpire abbastanza la gente da destare interesse? A questa domanda la risposta è evidente a chiunque ne abbia sentito parlare. All’atto pratico: non sentirete mai parlare di un femminicidio quando un protettore o un cliente uccide una prostituta. Eppure, quello è un femminicidio, quella era una donna e la sua vita aveva lo stesso valore di quello di una madre di famiglia.

E allora perché?

Scrivo queste righe ben consapevole di non avere alcun tipo di Verità, che ogni mia parola sia opinabile, ma dopotutto è sempre un’opinione.

La ragione secondo me più facile da trovare è quella dei giornali. Quale notizia farà vendere più copie (o avere più click virtuali): l’omicidio di una giovane ragazzina perpetrato dal suo fidanzatino o quello di una ragazzina (magari di pari età) che vendeva il proprio corpo per strada da un malvivente qualsiasi? Non significa essere cinici, ma realisti. Diamo per scontato che una prostituta abbia una probabilità di essere uccisa molto più alta: non stupirebbe nessuno, in fondo. Nessuno ne rimarrebbe sconvolto, nessuno comprerebbe un giornale incuriosito da questa notizia.

E’ ciò che in gergo si chiama valore-notizia, ennesima conferma del fatto che le informazioni siano una merce a tutti gli effetti. Il valore di tale prodotto si fonda sui valori del pubblico cui viene venduta. E il fatto che il valore-notizia di un femminicidio familiare sia assolutamente il più alto in Italia, ci dovrebbe far riflettere su chi siamo noi Italiani nel 2017. La famiglia resta un Valore, un Valore cui siamo affezionati. E lì dove il nostro cuore giace, l’informazione e i media sanno di avere un punto debole da toccare quando si tratta di far audience.

Da quando i media hanno finalmente dato copertura a questo fenomeno centenario, anche la politica li ha seguiti a ruota. Non  importa il colore del Partito, se l’Opinione Pubblica sente che c’è un’emergenza (quante volte avete sentito parlare di “emergenza femminicidi”, quando fino a pochi anni primi questo termine non era nemmeno compreso nei dizionari?), allora la Politica si muove. Solitamente grossolanamente e frettolosamente, esattamente come in questo caso – introducendo l’aggravante di femminicidio alla pena solo in caso l’omicida abbia avuto una relazione affettiva con la vittima.

Allora forse il problema non è il termine sessista, ma la continua visione parziale delle cose. Pretendiamo di cambiare il Mondo, eppure non usciamo mai dagli schemi che ci vengono proposti. La visione della donna, i femminicidi e la distinzione basata sul sesso persino nella morte cesseranno di esistere quando riusciremo a guardare con gli stessi occhi interessati ogni donna, uomo e tutti i generi nel mezzo.

Sia chiaro: non bisogna colpevolizzare né l’attaccamento italiano alla famiglia, né la ricerca di pubblico da parte dei giornalisti. Sono entrambi connaturati, il primo come retaggio culturale ancestrale; il secondo per le leggi del mercato più basilari: se un giornale non vende copie, chiude.

Sembrerebbe così un circolo vizioso, ma le cose stanno cambiando. Parlare della violenza sulle donne, benché in modo parziale ancora, sta sensibilizzando e rendendo consapevoli del problema. La consapevolezza è il primo passo del cambiamento sociale (in questo mi ritrovo d’accordo con il vecchio Karl).

La cosa che si fatica davvero a fare è rompere le barriere che recintano questi argomenti. Parlare però di parità di genere nelle scuole, di cosa sia la violenza di genere ma soprattutto di rispetto per l’altro al di là della sua identità sessuale, sono tematiche che vengono tenute lontane dai banchi di scuola (in particolare dove porterebbero più giovamento, ovvero tra i più piccoli). L’unica cosa che ad ora posso fare è parlarne qui, nel mio piccolo, perchè non si smetta mai di farlo.

Anche se tra le pagine di cronaca nera, nessuno deve più tacere.

Claudia Giulia Tiranti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *