Call me by your name – Recensione

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Fuori, a Londra, è un giorno come gli altri.

A Londra un giorno come gli altri vuol dire che il cielo è grigio. Di tonalità diverse, ma pur sempre grigio. Vuol dire che l’inverno incalza più velocemente. Che la città corre. Tra le strade che vanno al contrario, tra i muri della metropolitana, tra i grattacieli, la “city” corre sempre. Vuol dire che ti chiedi ancora come mai sei finito in una città così grande, impegnativa, impersonale. E che ancora ti rispondi che un motivo in realtà c’è.

Mentre fuori a Londra è proprio un giorno come un altro, dentro alla sala 1 del cinema Odeon di Leicester Square una delle organizzatrici del BFI London Film Festival finisce di introdurre l’ultima opera di Luca Guadagnino, Call Me By Your Name. Le luci si affievoliscono, cominciano i titoli d’inizio. Le note di un delicato pianoforte ci cullano attraverso immagini di antiche opere d’arte.

E’ il 1983. Siamo da qualche parte nel nord dell’Italia, immersi nella campagna.

Elio è sdraiato nel suo letto quando viene sorpreso dall’arrivo di un ospite speciale: Oliver (Armie Hammer), uno studente dottorando, aiuterà il padre (Michael Stuhlbarg) del giovane nelle sue ricerche, in una splendida villa del diciassettesimo secolo.

Ed è qui, con sullo sfondo l’estate e il turbolento periodo politico dell’Italia del tempo, che, dopo un’iniziale ritrosia, esplode la curiosità di Elio (interpretato da un superbo quanto audace Timothée Chalamet) nei confronti di questo magnetico e affascinante studente americano. Curiosità che sfocerà in una vera e propria storia d’amore.

Raccontato così, il film potrebbe sembrare una qualsiasi pellicola che parla di un rapporto clandestino, come al cinema se n’è già viste. Ma non lo è affatto. Pur mostrando apertamente anche il lato più sessuale dell’amore, il regista ci racconta una storia che parla di complicità, curiosità, erotismo e passione, mantenendo sempre una delicatezza e un innocenza uniche. Quell’amore che non ha lingua, è universale, non ha religione, non ha precisi canoni d’età, né tanto meno una forma prestabilita. Quell’amore che è nuovo, è scoperta ed è sopra tutto. Anche sopra alla società e agli avvenimenti dell’epoca, che ci vengono presentati come un pendolo che scandisce un tempo che già si fa ricordo, un sogno lontano. 

Armie Hammer and Timothée Chalamet Credit: Sayombhu Mukdeeprom/Sony Pictures Classics

Quell’amore che è anche un’emozione, un’espressione naturale. Ed è proprio qui che le splendide location, scelte per l’ambientazione del film, ci trascinano ancor più in profondità, alla scoperta di noi stessi. A domandarci cosa sia davvero questo sentimento, quale sia la natura dell’uomo e dove nascano realmente quei canoni sociali che spingono a considerare una cosa giusta o sbagliata.Le location appunto. Fantastiche, tra le stradine di campagna, le vecchie cascine e i borghi antichi. Un omaggio alla più recente terra d’adozione di Luca. Anche il tema della cucina, del cibo, che nutre il nostro corpo, così come il sentimento nutre l’anima, si ripresenta come uno dei soggetti più a cuore del regista.

Guadagnino, adattando al grande schermo il romanzo Chiamami col tuo nome di André Aciman, dimostra per l’ennesima volta, e forse con ancor più maturità artistica, le sue abilità registiche: con riprese essenziali, inquadrature che incuriosiscono, invogliano ad esplorare e a perdersi; a farsi cullare, nel paesaggio, della campagna, nel profondo della natura umana, del sentimento, senza mai un’ombra di giudizio.

La potenza del film sta nel raccontare (con un budget umile per giunta) una storia d’amore, che racchiude un misto tra il “mai visto” e il “per nulla scontato”. E’ una storia di passione, ma non è una passione scontata. Nasce, cresce. Si evolve coi personaggi. Culmina in un’esplosione bellissima, si spegne. Come nelle favole.

Una favola che ci trasporta. Ci fa ridere di gusto. Ci coinvolge nei suoi profumi, nei suoi istinti primordiali. Ci fa commuovere. Ci fa sorridere. Ci fa riflettere, su di noi. Sul nostro fanciullo interiore che, in un certo senso, è ancora vergine, o forse deve sempre sentirsi tale.

Pietro Arcelloni

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