Come sopravvivere all’ecdotica: copisti, testimoni, errori

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So benissimo, cari lettori, che dopo aver letto l’articolo di tre settimane fa non siete riusciti a dormire neanche qualche ora. Avete trascorso i giorni a contemplare la vostra copia della Commedia cercando di capire come sia possibile che ciò che avete davanti non corrisponda alle parole che Dante Alighieri ha fissato su carta qualche secolo fa. Se disgraziatamente fra i miei lettori ci fosse un dantista sappia che è una delle persone che ammiro di più al mondo. A tutti gli altri basti sapere che a oggi esistono quasi ottocento codici che riportano la Commedia (qui un elenco di tutti i manoscritti oggi conosciuti, il luogo dove trovarli e la digitalizzazione di alcuni). “Embè?”, direte voi. Ora vi spiego perché la situazione è così complessa.

“ma i’ ‘he tu fai? A te ti garba davvero quest’articolo?”

Abbiamo detto che la copia della Commedia che hai a casa (perché ce l’hai, vero?!) non corrisponde a quella che Dante aveva scritto davvero ma è una ricostruzione. Infatti, a oggi, non possediamo l’originale di nessuna delle tre cantiche ma solo centinaia di copie, frutto dell’instancabile lavoro dei copisti che hanno tramandato la Commedia attraverso i secoli. Le terzine dantesche, così come per qualsiasi altra opera scritta prima dell’invenzione della stampa, devono essere ricostruite attraverso il confronto fra i testimoni, cioè i codici che ci riportano il testo in questione.

Ma perché devo ricostruire l’originale se possiedo centinaia di copie della stessa opera?

Mamma mia come sei pedante… Beh, la motivazione è che quei poveri cristi dei copisti facevano una valanga di errori durante il processo di trascrizione, un lavoro lungo e stancante. Alla fine della copia, di solito, gli scribi ci danno delle simpatiche testimonianze di questa sofferenza; ecco cosa ci riferisce Leone di Novara a proposito:

“dorsus inclinat, costas in vertrem mergit et omne fastidium corporis nutrit”
“incurva il dorso, fa rientrare le costole e arreca ogni tipo di molestia”

Sono io, solo che davanti ho un PC e una tastiera. (Jean Miélot, seconda metà del XV secolo)

Dal confronto di questi errori possiamo raggruppare i vari testimoni per cercare di capire quali si avvicinino di più al fantomatico originale. Gli errori riconoscibili in una copia sono di diverso tipo e hanno motivazioni diverse. Nel passaggio dalla lettura dell’antigrafo, cioè il testo da cui sta copiando, alla scrittura dell’apografo, cioè il testo d’arrivo, nel cervello di un uomo può verificarsi di tutto. La presenza di due parole uguali a distanza ravvicinata, ad esempio, potrebbe indurre il copista a ripartire a scrivere dalla seconda ricorrenza di quella parola, saltando tutto ciò che sta in mezzo. Gli errori più importanti (e più pericolosi) nella nostra trattazione, però, sono le innovazioni, cioè i cambiamenti volontari del copista. Come insegna una delle mie professoresse di filologia, preferiremmo un copista scemo piuttosto che un erudito: il copista scemo tenterà di copiare pari pari l’antigrafo, quello erudito, invece, ragionerà sul testo e cercherà di correggere errori precedenti o di modificare delle parti che gli sembrano strane. Queste innovazioni, ovviamente, portano fuori strada il povero filologo moderno che vorrebbe solo capire come raggruppare le copie che possiede!

Un filologo davanti a tutti i testimoni da analizzare

Le motivazioni che portano all’innovazione sono molteplici, vediamone qualcuna:

  1. Opacità dell’antigrafo. Il modello del copista presenta dei deterioramenti che rendono una parte del testo illeggibile. In questo caso lo scriba scemo lascerà uno spazio bianco, quello erudito cercherà di correggere per intuito o affidandosi a un antigrafo diverso che potrebbe non presentare il deterioramento. Il filologo non si augura mai di imbattersi in quest’ultimo caso perché così facendo il copista creerebbe una contaminazione e sarebbe ancora più difficile raggruppare i testimoni;
  2. Banalizzazione e lectio difficilior. Si verifica quando il copista non capisce il significato di una parola da copiare e, credendola un errore, la modifica con un termine simile che gli è familiare; al contrario, nel caso della lectio difficilior (lezione più difficile), crede che l’antigrafo stia banalizzando e corregge con un termine più ricercato;
  3. Presupposizioni. Man mano che copia, lo scriba comprende sempre più a fondo il modo di scrivere dell’autore o le sue abitudini stilistiche, questo lo porta a fare una serie di supposizioni ancor prima di aver letto come continua il testo di partenza.

Alla luce di tutte queste problematiche cosa si decide di pubblicare? Nel corso degli anni sono state fatte varie scelte: è stata pubblicata la vulgata di un testo, cioè la copia che ha goduto di maggiore diffusione e lettura; oppure si mette a testo la copia “più corretta”: quella, cioè, che si pensa essere la più antica o la più autorevole (si parla di codex optimus).  

Siccome i filologi amano complicarsi la vita e, soprattutto, odiano l’idea di pubblicare un testo che non fosse vicino a quello, oggi perduto, realmente scritto da Dante o da qualsiasi altro autore, a oggi il metodo più utilizzato per la ricostruzione di un testo a tradizione pluritestimoniale (del quale, cioè, ci è rimasta più di una copia) è quello postulato da Karl Lachmann: il metodo stemmatico, metodo degli errori o, appunto, metodo Lachmann.

Lachmann mentre guarda sornione un filologo che tenta di districarsi nell’analisi di centinaia di testimoni

Il metodo Lachmann punta alla stesura di uno stemma codicum, una sorta di albero genealogico che raggruppa i codici dipendenti l’uno dall’altro al fine di comprendere quali copie potessero essere più vicine all’originale perduto e, in questo modo, arrivare a ricostruire il probabile originale. Se il vostro trisavolo ha scritto un romanzo storico sullo zappatore di Pralboino ma a voi sono rimaste le copie del nonno, del cugino del nonno, di suo figlio e della sorella del trisavolo, con il prossimo articolo scoprirete come ricostruire l’originale.

 

Daniela Marchesetti

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