Culti del morto: episodio I

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Tutti i morti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri

La Chiesa cattolica e quella anglicana dedicano il 2 Novembre alla commemorazione dei defunti.

Da millenni, il mondo dei morti e quello dei vivi si incrociano, si confrontano, viaggiano parallelamente. Il culto dei morti anticipa la fede, nascendo con la paura della morte e la mancanza dei propri cari. Tutte le società hanno riti funebri, anche estremamente diversificati. La pietà verso il defunto è legata al ricordo e quest’ultimo esiste già da passaggi dell’evoluzione precedenti a Homo sapiens. La sepoltura ha sempre avuto un significato ultraterreno, tanto che le sepolture più antiche presentavano decorazioni e oggettistica ornamentale. Secondo l’egittologo Jan Assmann, molte forme d’arte sono nate proprio per ricordare (i defunti), come le maschere, ma anche testi scritti, dipinti e vocalizzi (senza dimenticarsi, più di recente, fotografia e video). Esistono casi in cui i morti vengono sostituiti da figurine. Il culto rappresenta, inoltre, un momento di affetto, tanto che in diverse culture il morto viene vestito con abiti preziosi (in Occidente, allo stesso modo, è spesso elegante), lavato, profumato, ma anche abbracciato e baciato, o tenuto sulle gambe (vi dice qualcosa la Pietà vaticana di Michelangelo?). Per non parlare dell’uccisione delle mogli dei deceduti che, fino a pochi anni fa, avveniva in certe zone dell’India o l’automutilazione ancora presente in Papua-Nuova Guinea. In altri casi ci si “limita(va)” all’uccisione degli schiavi e degli animali domestici.

Pietà Vaticana – Michelangelo

Dopo aver celebrato il rito funebre, il defunto va verso una profonda mutazione fisica, soprattutto nelle civiltà che praticano la cremazione: per questo sono nate imbalsamazione e mummificazione, ma anche e soprattutto usanze e tradizioni postume. Queste variano più dei funerali e hanno spesso significati diversi. Un esempio? Indossare un determinato colore per manifestare il lutto è un’usanza diffusa. Ma se in Occidente e, più in generale, negli Stati a maggioranza cristiana, il colore del lutto è il nero, negli Stati a maggioranza musulmana o induista e nell’Estremo Oriente, il colore del lutto è il bianco.

Fino al 1743 il Regno di Danimarca utilizzava un’apposita bandiera bianca e nera per il lutto nazionale

In Cina il culto degli antenati ricorda soprattutto ciò che di positivo hanno fatto, una visione non solo religiosa, che riprende shintoismo e taosimo. Nella repubblica popolare esistono diverse feste dedicate agli antenati e ai loro spiriti, come quella del Qingming, dal 2008 festa laica e legalizzata.

Simili al 2 Novembre cattolico, vi sono numerose feste, a partire dall’antica festa persiana dedicata ai fravashi, gli spiriti degli antenati, che si celebrava appena prima del mese Fravardin e prevedeva l’offerta di cibo e vestiti agli spiriti dei parenti. La festa somigliava moltissimo a quella greca delle Antesterie, che precedeva il mese dell’Equinozio di Primavera e aveva il suo omologo romano, i dies parentales, nove giorni dedicati ai propri avi caratterizzati da sacrifici e offerte sulle e nelle tombe. Ma il 2 Novembre prende ispirazione da una festa bizantina, che si celebrava tra Gennaio e Febbraio, poi ripresa da Sant’Odilone di Cluny nel 998, che la pose a cavallo tra l’1 e il 2 dell’undicesimo mese, periodo che molte civiltà ritenevano coincidere con quello del Diluvio Universale, ma non solo. Infatti, la festa celtica della Notte di Samhain si festeggiava tra il 31 Ottobre e l’1 Novembre e non si perse l’abitudine di celebrarla nemmeno con il propagarsi del cristianesimo, fino a convincere Papa Gregorio, nel IX secolo a spostare la festa di Ognissanti dal 13 Maggio al primo giorno di Novembre.

Un’antica rappresentazione del Qingming cinese

Questo tentativo di ibernare i ricordi non vale solo per l’abbandono del mondo terreno, tanto che alcuni popoli hanno elaborato riti per coloro i quali sono ancora vivi, ma in condizioni irreversibili. Ne sono esempi l’estrema unzione, la lamentazione (che può essere anche postuma) e, più di recente, nei paesi scandinavi e anglosassoni, le feste d’addio.

Ma non tutto ciò che riguardava i defunti era legato al loro ricordo. In Età antica vi era la saltuaria precauzione di spezzare le gambe al cadavere, oppure di legarlo (magari strozzandolo), oppure ancora offrirgli cibo perché non lo cercasse, così che non potesse più tornare, fisicamente, nel nostro mondo. Famosi sono i casi medievali e rinascimentali di corpi seppelliti con grosse pietre in bocca, soluzione adottata in caso di sospetto vampirismo. In Giappone il cadavere è ritenuto impuro, poiché in una condizione di disequilibrio irreversibile. Si tende a non pronunciare il suo nome, a non ricordarlo fisicamente. Il corteo funebre passa sotto un portale provvisorio, nell’intento di impedire al morto di ritrovare la strada verso la vita. Oltre a negare il cadavere, in Giappone si negano i contatti sociali a coloro i quali se ne occupano, che spesso vivono in quartieri separati. Molte tribù indo-americane affrontano il dolore psicologico infliggendosene di fisico, anche per punirsi di quello che ritengono un avvenimento causato dalle loro colpe. Questo aspetto, piuttosto ancestrale, si lega palesemente ad un altro aspetto del lutto: il senso di colpa.

Testa di un supposto vampiro veneziano del XVI secolo, probabilmente morto di peste.

E il sesso? No, non con il defunto, ovviamente. In alcune aree del pianeta si soleva consumare maggiormente poco prima dei funerali, oppure durante i funerali stessi, così come in Basilicata ancora si usa raccontare episodi o barzellette oscene in presenza del morto: un bisogno che nasce dalla lotta allo sconforto, ma che, per alcune culture, è divenuto un modo di creare un ponte tra sessualità terrena e ultraterrena. Un’usanza che si protrasse fino al Basso Medioevo, tanto che, nel Sinodo di Londra del 1242, vennero messe ufficialmente al bando e vennero denunciate nuovamente nel Sinodo di Praga del 1366.

A proposito di sinodi, famoso è il Sinodo del cadavere, processo post-mortem a carico di Papa Formoso. Qui rappresentato nel Concilio cadaverico di Jean-Paul Laurens, 1870

La storia della livella, dunque, non appare poi tanto veritiera a un primo sguardo, dato che la morte prende connotazioni diverse in tutto il mondo, con colori, feste e disperazioni proprie di ogni popolo, di ogni area, di ogni famiglia.

Michele Radaelli

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