La Corda

La tensione che mi lega e mi spinge nella ricerca di una libertà che non ho mai perso.

Ecco come percepisco me stessa nei confronti della Provincia in cui sono nata e cresciuta.

(Con la collaborazione di un compaesano, che ha preferito le foto alle parole).

Credits: Luca Riva.

Se qualcuno mi chiedesse cosa significa crescere nelle pianure padane (domanda che in verità ha scatenato questo articolo), inizierei dalla tensione: superata la prima adolescenza, verso i 14 anni, qualcosa scatta dentro al cuore di ogni provinciale: “Che palle”. Si inizia a odiare tutto: dalle persone che ci sembrano ipocrite, incattivite e meschine con gli altri, ai luoghi sempre uguali a sé stessi, immutati, mentre noi tutti avevamo ingordigia di scoprire cose nuove.

Così, dal gregge omogeneo che aveva caratterizzato elementari e medie, ci si scinde in due grandi gruppi. Il primo conta i giorni di prigionia ed evita accuratamente il contatto con i compaesani; il secondo passa ogni momento libero fuori di casa: al bar, davanti all’oratorio, al bar, al parchetto (la prima sigaretta rubata dalla borsa di mamma), bar, oratorio, Netlog e Rx ai mex.

Nonostante i tentativi di distrazione, la tensione rimane e si annida dentro: ovunque un campagnolo andrà a vivere ne sarà accompagnato, come un filo (o forse una corda) che dal fondo dello stomaco di allaccia al proprio paese.

Credits: Luca Riva.

La meraviglia accade quando finalmente credi di esserci: sei andato a vivere/studiare in città. Finalmente lontano dalla melma di immobilismo che hai sentito addosso per anni. Ma è proprio lì che te ne accorgi. Tu non sei di città, non lo sono i tuoi piedi che in estate erano abituati alle infradito costanti, mentre ora sono imprigionati costantemente in scarpe alla moda. Non lo sono le tue ginocchia, abituate a scontrarsi di tanto in tanto con la polverosa terra di un campetto da calcio, e non con il duro cemento. Non lo è la tua pancia che ha sempre preferito la domenica a pranzo dalla nonna con tutti gli zii, i cugini (e pure gli amici del nonno) a una costosissima cena a base di sushi.

Eppure a te la provincia faceva proprio schifo. Non c’era mai niente da fare di nuovo o stimolante, le persone le conoscevi tutte e tutte conoscevano te. Il che rendeva impossibile non essere oggetto, almeno una volta, di succulenti gossip su cose che hai fatto, ma più probabilmente che non hai mai fatto e che nemmeno sapevi di voler fare. Non ti mancano quelle facce che hai visto ogni giorno, che non sanno cosa significa prendere il tram, la metro, l’aperitivo sulla terrazza in centro che serve cocktail trendy.

Poi un giorno torni a casa e decidi che non hai voglia di morire sul divano dei tuoi guardando Netflix, decidi di scendere al bar, quello dove c’erano sempre tutti. Vai e lì, non c’è più nessuno, molto probabilmente neanche il bar.

Ecco la corda che tira. Allora cammini e vai nell’altro bar, quello che non potevi frequentare da ragazzino; un po’ perché tutti “quelli grandi” ti avrebbero guardato come un alieno , un po’ perché se lo fosse venuto a sapere tua madre saresti morto.

Entri e lì trovi la gran parte di quelle facce che credevi di non sopportare più. Sono tutti sinceramente contenti di rivederti, sono tutti ingrossati, ingrassati o/e barbuti, mentre le ragazze sono ancora tutte belle, con i vestiti eleganti dentro un bar di persone che si conoscono tutte. E ti rendi conto che da lì non te ne sei mai andato davvero.

C’è chi decide o chi non può far altro che restare in Provincia tutta la vita. Forse non è più comparabile alla vita che i nostri nonni e padri facevano qui e sebbene io voglia andarmene, in fondo capisco chi non lo farà mai.

Credits: Luca Riva

Calvino diceva:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”

Questo vale per chiunque, ovunque si trovi, ed è una sfida che tutti dobbiamo prima o poi affrontare. Anche per i paesani di provincia questo non cambia; c’è chi vive questi luoghi, quello che rimane della Natura e del tempo lento di una volta, come una liberazione dal frastuono incessante e svuotante delle città; chi si arrende alla prigionia di una terra con poche occasioni e cerca l’evasione (con modi più o meno ludici e legali). Ma per chiunque qualcosa rimane: la sensazione – per lo più fittizia – di essere al sicuro, una vera rarità.

Credo, e qui è solo un mio pensiero personale, che la criminalità stessa sia diversa in queste campagne. La cattiveria intrinseca è meno perché meno è la tensione con cui le situazioni si vivono. Quando si cresce in un paesello, qualsiasi cosa accada, si ha la sensazione che ci sia sempre qualcuno pronto a tenderti una mano. E’ la differenza che passa tra la Comunità, dal sapore antico, e la Società, spersonalizzante e moderna, per Durkheim (sociologo che dovevo citare, pena l’annullamento della mia Triennale).

La Provincia si prende qualcosa da te. Si prende il tuo anonimato, la tua privacy in alcuni casi. Si prende la libertà di non essere giudicato per come ti vesti, per come parli e di cosa parli (e anche con chi parli). E ti ridà tanto altro. Ti regala il tempo, quello che solo chi non è di fretta conosce. Ti dona la libertà di perderti, soprattutto tra i campi, che poi basta che prosegui dritto e una cascina che conosci la trovi. Sentirti a casa nel bar. L’opportunità di creare qualcosa da te, perché nella maggior parte dei casi, qualsiasi idea in paese è un’idea nuova.

Credits: Luca Riva.

Io non credo che passeggerò per le vie del mio paese tutta la vita (e dico credo perché poi non si sa mai come la vita inciderà sul mio volere). Tuttavia, se un giorno dovessi avere dei figli, vorrei regalargli l’infanzia e il senso profondo di attaccamento a questi luoghi; vorrei regalargli questa tensione, questa fame insaziabile che ti porta a desiderare di fare le cose in grande. Questo sentimento che ti spinge a non accontentarti di quello che hai, in un tempo in cui tutto sembra a portata di mano. Questo sentimento però che ti regala una radice, una corda che non si spezza nonostante la distanza, nonostante tutto.

Claudia Giulia Tiranti

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