Come sopravvivere all’ecdotica: alla ricerca dello stemma codicum

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Siamo giunti ormai al termine del nostro viaggio nel magico mondo della filologia testuale. So che ora hai davanti tutte le copie possibili del romanzo sullo zappatore di Pralboino, ma cosa voleva scrivere tuo trisavolo? Per trovare la risposta a questa domanda bisogna seguire diverse fasi, necessarie per una ricostruzione del testo quanto più vicina possibile all’originale.

1) Recensio

Con la recensio il filologo valuta e classifica la tradizione testuale. La prima fase è quella della recognitio codicum che consiste nel censimento vero e proprio di tutti i manoscritti conosciuti, cosa che tu hai già fatto. La recognitio non è mai definitiva: fondi di piccole biblioteche, collezioni private, la soffitta di un vecchio erudito possono spesso riservare grandi sorprese. Tu ancora non lo sai ma forse dietro la collezione di Famiglia Cristiana di tua nonna si cela una copia della Commedia che può modificare totalmente la conoscenza del testo! Oltre ai testimoni citati bisogna prendere in considerazione la tradizione indiretta, costituita da quei testi il cui scopo non è quello di tramandare l’opera in questione ma ugualmente importanti perché contengono citazioni o commenti al testo. Ma cosa fare ora? Se la recensio vuole essere curata il più possibile abbiamo bisogno di una descrizione dei manoscritti per poter conoscere e far conoscere ai nostri lettori le caratteristiche più importanti di ogni testimone: biblioteca di appartenenza, data, dimensione, numerazione delle pagine, tipo di scrittura eccetera.

La biblioteca laurenziana contiene molti importanti manoscritti di epoca medievale e non solo

2) Collatio codicum

Consiste nella collazione dei codici cioè il confronto fra i testimoni per poterli classificare. Cosa devi fare concretamente? Prendi il manoscritto che ti sembra più autorevole (deve essere completo e sembra essere il più antico, per quanto tu possa capire da un romanzo scritto dal tuo trisavolo…) e usalo come esemplare di collazione, tutti gli altri testi verranno paragonati a lui. Lo scopo di questa operazione è quello di costruire uno stemma codicum, di cui ho parlato brevemente nell’articolo precedente, cioè di definire le relazioni fra i vari manoscritti per arrivare a comporre un testo simile all’originale. Le relazioni si rappresentano, appunto, come uno stemma, un albero genealogico al cui vertice si trova l’originale (O) e dal quale si diramano i codici che possediamo (indicati con una lettera latina minuscola) e quelli che non possediamo ma di cui possiamo supporre l’esistenza (indicati con le lettere dell’alfabeto greco). Attraverso le relazioni possiamo dunque costruire varie famiglie di codici, ognuna rappresentante un ramo dell’albero.

lo Stemma Codicum dei principali manoscritti della Divina Commedia costruito da Giorgio Petrocchi, uno di quei pazzi dantisti di cui vi parlavo nel primo articolo

Le relazioni fra i manoscritti sono rivelate dagli errori che li distinguono l’uno dall’altro, non dagli elementi che hanno in comune. I manoscritti, infatti, possono anche avere tutti una variante corretta in comune ma solamente gli errori ci testimoniano la vicinanza di due o più copie. Come diceva un altro mio professore venti alunni di una classe elementare hanno tutti in comune il fatto di essere parte di quella classe, ma se quattro di loro il lunedì arrivano a scuola con i pidocchi significa che sicuramente si sono incontrati. Magari si sono visti anche gli altri ma noi non possiamo saperlo!

Non tutti gli errori possono essere presi in considerazione, gli errori comuni devono essere al tempo stesso congiuntivi e separativi. I primi non possono essere compiuti dai vari copisti in modo indipendente (se trovi lo stesso errore grammaticale nella versione di tuo nonno e in quella della sorella del tuo trisavolo non significa necessariamente che uno ha copiato dall’altro, possono aver compiuto semplicemente lo stesso errore), i secondi non posso essere corretti per semplice supposizione e possono passare inosservati. È chiaro che gli errori considerati non sono quindi quelli che ti correggeva la maestra nella verifica di grammatica, sono varianti più complicate che richiedono grande attenzione e che, spesso, si notano solo nel momento del confronto.

Se il figlio del cugino di tuo nonno ha copiato da suo padre ma a un certo punto si è reso conto che il testo presentava degli errori o delle lacune si sarà affidato a un altro testo, copiando in parte da un nuovo testimone. Quel pazzo ha operato una contaminazione perché il codice non ha più un unico modello ma dipende da più fonti. In questo caso sarà ancora più difficile comprendere le relazioni fra i testi.

I copisti che hanno contaminato bruciano nel fuoco dell’inferno creato per loro dai filologi (De civitate Dei, Amiens, Bibliothèque municipale, ms. 216, t. II, fol. 339v)

3) Codices eliminandi

A questo punto possiamo eliminare alcuni testimoni dal nostro esame. Non ci è utile, ad esempio, un codice che deriva direttamente da un altro che pure possediamo (codex descriptus): i due sono identici.

 

4) Costruzione dello stemma codicum e constitutio textus (urla di giubilo e trombe festanti in lontananza)

Siamo pronti per costruire il nostro stemma in modo da poter rappresentare schematicamente i rapporti fra i codici e comprendere, di conseguenza, quali varianti erano probabilmente scritte nell’originale. Il tutto avviene attraverso una reductio ad unum, una riduzione, cioè, ad un unico caso. Per farlo bisogna confrontare gli errori di codici vicini per capire cosa ci fosse scritto nel manoscritto perduto comune a tutti i codici di quella famiglia, come se dovessimo cercare le caratteristiche comuni di tutti i figli per comprendere quale fosse l’aspetto del padre. A questo punto potremo confrontare le caratteristiche di questi stessi codici in una casistica naturalmente ridotta fino a determinare con più o meno certezza quali varianti fossero state scritte nell’originale. Non si opera secondo una legge della maggioranza ma secondo una pratica che mano a mano riduce sempre di più le varianti fino a trovare quella che probabilmente era contenuta nel testo di base.

Siamo giunti, dunque, alla fine di questo percorso con le dovute semplificazioni e abbreviazioni; mi perdoneranno tutti i filologi se non ho reso giustizia a un lavoro immenso, frutto spesso di decenni di studio, molto più spesso di una vita intera. Voi lettori, invece, con questo articolo potrete forse ricostruire l’originale del romanzo storico dello zappatore di Pralboino, forse no. Spesso il filologo è costretto a fare delle scelte che non dipendono da un percorso così logico e determinato come quello descritto da Lachmann, un metodo, il suo, non privo di criticità. Ci sono errori che diventano inspiegabili perché non si possiedono i codici che potrebbero dare un senso a certe varianti, ci sono varianti che non possono essere corrette né per confronto né per supposizione tanto che il filologo è costretto ad apporre al testo una crux desperationis per indicare che in quel punto è impossibile capire cosa ci fosse scritto, ci sono enormi patrimoni letterari nascosti chissà dove, distrutti dalle guerre o celati da collezionisti, sottratti così allo studio dei filologi.

Se vuoi davvero provare a capire l’enormità del lavoro del filologo (e sei davvero motivato) allora consiglio la lettura di Capitoli di filologia testuale di Alfonso D’Agostino (CUEM, 2006).

 

Il senso di questi tre articoli voleva essere quello di mostrare come dietro un libro da una decina di euro posto sullo scaffale di una libreria ci siano decenni di lavoro, vite intere dedicate alla ricostruzione di testi antecedenti la stampa, filologi che hanno speso anni per cercare di trovare un metodo di lavoro comune. Tutto questo, tutti questi nomi, tutte queste vite per far sì che tu possa allungare la mano, prendere un libro dallo scaffale, acquistarlo, leggerlo, apprezzarlo nella sua forma, nel suo contenuto e studiarlo senza neanche accorgerti che quel singolo testo contiene una storia ancora più grande di quanto avessi potuto immaginare.

Daniela Marchesetti

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