Troppi (pochi) stranieri in Serie A

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Matteo Salvini, conosciuto principalmente per il realismo dei contenuti dei suoi profili social, appena dopo l’eliminazione della nazionale italiana ha scritto (o meglio, qualcuno ha scritto al posto suo):

Troppi stranieri in campo, dalle giovanili alla Serie A, e questo è il risultato.

#STOPINVASIONE e più spazio ai ragazzi italiani, anche sui campi di calcio.

Poco dopo, la sua sodale Giorgia Meloni l’ha più o meno citato.

Ma è davvero così?

Stando alle statistiche, il massimo campionato di calcio in Italia, per l’anno 2017/2018, ha il 53,3% di giocatori stranieri, quindi effettivamente la maggioranza nel loro insieme, ma in linea con la percentuale del Bundesliga (52,7%), effettivamente superiore a quello della Liga (42,8%) e inferiore a quello della Premier League (67,2%). Mentre il campionato ucraino (20%), quello ceco (27%) e quello serbo (25%) ne hanno meno e sono tutti messi un tantino peggio dei citati a livello di nazionali. È innegabile che proprio la nazionale inglese, negli ultimi decenni, sia peggiorata, ma allo stesso tempo è migliorata quella gallese, che fa capo allo stesso campionato, con un esordio agli Europei nel 2016 condito di semifinale contro il Portogallo vincitore del titolo. Bisogna precisare, comunque, che per quanto riguarda la Premier League, avendo la Gran Bretagna quattro diverse nazionali, vi sono un 9,1% composto da scozzesi, gallesi e nordirlandesi, quindi la Premier League presenta il 58,1% di giocatori che non possono giocare nella nazionale inglese, restando comunque davanti agli altri campionati maggiori.

Non si tratta, però, soltanto dell’ultimo anno, perché nel 2013/2014 la Serie A aveva addirittura percentuale minore di giocatori stranieri in Europa, con il 44,8%. Come se non bastasse, dopo il disastroso mondiale delle vuvuzela, è stato introdotto per la Serie A un ulteriore limite di acquisto di stranieri provenienti dall’estero, limite che in Germania e Belgio, ad esempio, non esiste. Una decisione anche più stringente fu presa dopo l’eliminazione al primo turno ai mondiali del ‘62 e del ’66, quando la Seria A fu totalmente preclusa agli stranieri, principiando una fase calante del campionato italiano, conclusasi solo nel 1980.

Dunque gli stranieri non sono il problema e questo parrebbe un dato di fatto. Si può poi parlare della qualità degli stranieri acquistati dai club di Serie A rispetto a quelli di altri Stati, ma è un discorso di valore parziale se pensiamo per esempio ai successi della nazionale islandese o quella uruguaiana.

Un momento buio, comunque, capita a tutti. Prima del mondiale brasiliano del 2014, proprio il Belgio aveva vinto solo 10 partite ai mondiali, adesso sono 14, il 40% in più. Proprio la Germania, dopo le pessime figure agli europei del 2000 e del 2004 (seppur con un secondo posto al mondiale 2002), non è mai arrivata sotto il podio, vincendo l’ultimo mondiale con il goal di un ventiduenne in finale contro l’Argentina.

Sono anni che la nazionale (o statale, come l’ha definita un amico) italiana vive alti e bassi, nascondendo i grossi problemi del calcio della Penisola dietro a colpi di reni come quelli degli ultimi europei. Permettetemi di approfondire la questione belga e quella teutonica.

Confine tra Belgio e Germania, ma anche Paesi Bassi, che ha un’altra nazionale caduta nell’oblio

La rivoluzione belga si è fondata soprattutto sulla collaborazione, con una cooperazione tra Stato, federazione, scuole e club a tutti i livelli, con selezioni effettuate da scout professionisti, su base regionale, che partono fin dalle elementari. Successivamente ci sono otto Topsport Schools sparse per il Paese dove calciatori tra i 14 e i 18 anni, selezionati, vengono allenati da allenatori professionisti a loro volta selezionati dalla federazione e seguiti anche dal punto di vista personale. A ogni modo, i selezionati non smettono di allenarsi con la squadra di origine, qualunque essa sia, ma hanno, in più, un approfondimento tecnico e un percorso quasi filosofico, esplicitamente costruito per portare i migliori a giocare in nazionale e dunque, a giocare nel 4-3-3, perché in Belgio si è pure programmata la formazione. Questo percorso, oltre a favorire la meritocrazia, riduce al minimo i tempi di ambientamento delle future leve, una volta giunte alla meta. Courtois, Mertens, De Bruyne, Dembélé, Defour, Witsel: più di 180 milioni di euro selezionati e aiutati da questo sistema. Ovviamente vi sono poi innumerevoli incontri volti a pianificare e a limare i contrasti, una sorta di Unione Europea del calcio.

Per quanto riguarda la Germania  che è uno Stato sicuramente più paragonabile al nostro per dimensioni – la federazione collabora, come quella belga, con tutti i club, ma sono previsti campi di allenamento con l’obiettivo della nazionale in cui si possono allenare anche bambini non tesserati (e per questo gli scout girano in lungo ed in largo il Paese, spesso soffermandosi nei piccoli centri urbani). Vi sono inoltre 29 coordinatori che si aggirano per i 390 vivai giovanili della nazionale maggiore allo scopo di uniformare e migliorare. I migliori di questi vivai finiscono nelle scuole d’elite, dove però si allenano solo i tesserati, benché di diverso livello: basta essere inseribili nel 4-3-1-2. I migliori vengono mandati ad allenarsi nei 45 centri d’eccellenza appositamente costituiti, dove viene data molta importanza anche al comportamento e alla resilienza dei ragazzi. Ogni tre anni vi sono poi meticolosi audit a carico dei club della Bundesliga, soprattutto in merito ad infrastrutture e settori giovanili. La Germania poi (come la Spagna) vede un ampio utilizzo delle squadre B, dove giovani promettenti, giocatori mediocri e professionisti in recupero da infortuni si incontrano, scontrandosi con altre squadre professionistiche di campionati minori.

Se Salvini si stava invece riferendo agli oriundi o, peggio ancora, a giocatori di fatto italiani quali El Shaarawy e Balotelli, be’…basti pensare che la nazionale belga ha integrato pezzi da 90 come Adnan Januzaj, Moussa Dembélé, Romelu Lukaku, Nacer Chadli, Divock Origi, Marouane Fellaini, Vincent Kompany, Anthony Vanden Borre e Axel Witsel, alcuni nati all’estero, alcuni immigrati di seconda generazione, altri ancora figli di coppie miste. E lo stesso vale per la Germania, con Jérôme Boateng, Antonio Rüdiger, Mesut Özil, İlkay Gündoğan, Emre Can, Leroy Sanée e Amin Younes. E tanti altri ancora. Sicuramente favoriti da leggi più semplici in merito di cittadinanza, ma delle quali da noi si fatica persino a parlare.

A destra la nazionale belga in occasione dell’esordio all’Europeo del 2016; a sinistra la Germania in occasione dell’amichevole giocata contro l’Italia a Marzo dello stesso anno

Il problema principale, dunque, sta a monte, con una federazione frammentata e debole, che non impone nulla forse anche per incapacità, e una gestione governativa dello sport che è più un laissez-faire di stampo statalista, con il risultato finale che in Italia i giocatori cresciuti nelle squadre in cui militano sono meno del 10%, in Germania e in Belgio quasi il 20%, con il risultato parziale di un mondiale mancato dopo ben 62 anni.

Per concludere, l’Italia non ha bisogno di autarchia, nazionalismo e chiusura, nemmeno in ambito sportivo, ma di lavorare sui giovani, di coordinarsi, di discutere per limare gli attriti, di più integrazione sociale e quindi sportiva.

L’Italia non ha troppi stranieri, ma ha troppi estranei.

Michele Radaelli

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