Il Fantasy come denuncia sociale

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Miei cari lettori, come è ormai tradizione, sono qui per presentarvi un giovane esordiente. Questa è la volta di Nicholas Maurizio Mercurio, un giovane scrittore fantasy che da qualche anno ha esordito nel panorama della letteratura nazionale ( e non solo) con i suoi romanzi. 

Ciao Nicholas, per prima cosa, come da rito, ti chiedo di presentarti ai nostri lettori. Hai carta bianca, di’ pure tutto quello che vuoi che sappiano di te (la redazione provvederà a fornirvi i contatti social di questo bel figliuolo!)

Salve a tutti. Mi chiamo Nicholas Maurizio Mercurio, nato ad Aosta il 15 Giugno del 1995. Ho pubblicato su Amazon e concluso la mia prima serie La Saga dell’Ultimo e ora sto lavorando a una trilogia sempre incentrata sul mio mondo. Sono estremamente ambizioso, soprattutto nel mio lavoro. Prima di procedere con le altre domande, desidero ringraziare la redazione, Soraya e chi leggerà questa intervista. È un onore per me collaborare con voi.

Da qualche anno ormai ti dedichi in modo serio alla scrittura. Come ti sei avvicinato a questo mondo? È stato un colpo di fulmine o un approccio graduale?

Mi sono avvicinato alla scrittura all’età di otto anni. All’epoca leggevo qualsiasi libro mi passasse tra le mani. Devo ringraziare mia madre per avermi comprato Lo Hobbit così presto, per avermelo letto prima di andare a dormire e per avere così contribuito a farmi sognare di essere saggio come Gandalf e intrepido come Bilbo.

Sebbene fosse una lettura complessa, me ne innamorai subito: alla prima lettera, alla prima frase e alla prima riga. Fu un’infatuazione graduale, ma teneramente intesa e ricca di sorprese. Da allora ho sempre scritto molto, innamorandomi del fantasy poco a poco.

So che ti occupi principalmente di dark fantasy. Vi sono delle differenze importanti con il fantasy che comunemente conosciamo? Come mai hai scelto proprio questo genere?

Io sono dell’idea che il fantasy sia un genere che contiene più generi, e lo dimostra la sua storia. Ha il grande potere di farci innamorare, rattristire, sognare e combattere, comprendere quello che accade attorno a noi, apprezzandolo e difendendolo. Ci rende capaci di viverlo, insomma.

Molti scrittori dark fantasy prediligono vicende intese, difficili da trattare e alquanto dure. È delicato e particolare, ma le differenze rispetto a un epic fantasy sono sottili. Come ho detto, è un genere che contiene più generi. La fantasia è un bene universale che appartiene a chi osserva e critica, si pone delle domande e si meraviglia di fronte a un tramonto, all’alba o si smarrisce col pensiero verso luoghi sconosciuti, ma molto vicini.

In precedenti interviste hai dichiarato di inserire nelle tue opere anche delle riflessioni o degli spunti riguardo l’attuale situazione politica. Non ti sembra un azzardo? Come gestisci solitamente il pericolo di cedere alla tentazione di schierarti eccessivamente?

Lo spirito critico in letteratura è fondamentale. A mio parere, scrivere di qualcosa che smuova gli animi può far riflettere e può spingere gli altri a informarsi e a porsi delle domande.

È un azzardo quando un certo tema viene trattato male: si generalizza e cade in piccoli errori umani più che comprensibili. Io stesso ne commetto, anche nella stesura di un libro. Se affermassi il contrario prenderei in giro in primo luogo me stesso e soprattutto i miei lettori.

Ovviamente io cerco di essere il più distaccato possibile da quello che penso, prestando attenzione alle parole che utilizzo. L’obiettivo è uno: spingere sé stessi a riflettere, oltre a far sognare. È ambizioso? Sì, lo è. È difficile? Un sacco.

Sei uno scrittore molto “prolifico”. Tra i tuoi numerosi romanzi, ve ne è per caso uno cui sei particolarmente legato?

Sono legato a Il Signore dei Giusti, perché mi ha portato a essere conosciuto nel panorama fantasy italiano. Oltre a questo, è anche per via di una persona cui voglio bene ed è ancora parte integrante della mia vita, sebbene non sia più qui. Ogni mio libro le sarà sempre dedicato.

Per offrire il prodotto del tuo lavoro al grande pubblico hai scelto la strada dell’autoproduzione, a tuo dire l’unica strada possibile per fuggire dalle logiche di mercato. Qualora una grossa casa editrice ti offrisse un contratto, rimarresti sulle tue posizioni o la prospettiva di ampliare i guadagni ti porterebbe a rivalutare le tue posizioni a riguardo?

In questo momento io sono orgoglioso di essere un autore autoprodotto e credo lo sarò ancora molto a lungo. Ho dei miei valori personali che mi impongono di non accettare dei contratti da parte di alcune case editrici alquanto discutibili. Tuttavia, io non consiglio la mia stessa esperienza; sarei arrogante e pretenzioso. Ognuno di noi è diverso e deve fare ciò che sente, soprattutto in un ambito serio come questo. L’attuale situazione editoriale in Italia è in crisi da anni: non per mancanza di libri o lettori, ma per scelte dettate da un’errata linea di pensiero che ha portato sulle nostre librerie dei titoli ora impronunciabili. Da tempo mi domando cosa ci sia da migliorare e quali sono le giuste misure da prendere. Ecco, io vorrei che almeno le mode in letteratura non esistessero. 

Quali sono, secondo te, i “banchi di formazione” dello scrittore moderno?

Una luce spenta, sé stessi e una pagina vuota da riempire. Il resto, in un modo o nell’altro, viene da sé. Citando un mio caro collega e amico: “Un bravo scrittore deve essere un ottimo lettore”

Permettimi di concludere questa bella chiacchierata con la più classica delle domande: come ti vedi tra una decina di anni?

Non nascondo che sia una domanda complessa, quindi proverò a risponderti con molta attenzione. Tra dieci anni mi vedo sempre a scrivere nella mia stanza, pubblicando i miei libri con lo stesso amore di sempre. Ovviamente mi auguro che la mia carriera vada a gonfie vele. In ogni libro cerco di migliorarmi e di superare i miei limiti: è soprattutto una sfida personale oltre che professionale.

Tra dieci anni sarò ancora in Italia, ma i miei libri saranno tradotti per i mercati esteri. Questa è l’unica certezza che ho, dato che è qualcosa che intendo realizzare quanto prima.

A essere franco, mi vedo anche con una libreria più ampia di quella che ho in camera mia.

Soraya Galfano

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