Buddisti nazisti, nazisti calamucchi

La Calmucchia oggi fa parte della Federazione Russa, con lo status di Repubblica di Calmucchia. È situata appena a Nord-Est del Caucaso, con un piccolo sbocco sul Mare d’Azov, non lontano da Rostov sul Don. La repubblica autonoma è formata da 13 distretti e un circondario urbano, tre sono i centri abitati con lo status di città, ossia Gorodovikovsk, Lagan’ e la capitale Ėlista/Ėlst, dove si trova il più grande tempio buddista d’Europa.

Grazie all’aria umida dell’Atlantico che ne lambisce le steppe, il territorio ha un clima relativamente mite rispetto alle terre asiatiche adiacenti, i cui abitanti, in passato, hanno più volte tentato di occupare la Calmucchia, utilizzandola anche come base per conquiste più occidentali. Primi tra tutti furono gli ungari nell’VIII Secolo, poi arrivarono i tatari cinquecento anni dopo, infine, nel XVII Secolo, vi si stanziarono i calmucchi, in seguito sottomessi dai russi. Nei secoli, da nomadi quali erano, i calmucchi divennero stanziali, costruendo abitazioni e templi in un processo durato fino a meno di un secolo fa. La Calmucchia divenne oblast’ autonoma il 4 Novembre 1920, mentre ottenne lo status attuale il 22 Ottobre 1935, sebbene 8 anni dopo fu posta sotto il controllo del governo centrale, a causa delle spinte autonomiste interne. Queste erano causate, oltre che dalle differenze culturali e storiche, anche dai disastri causati dalla collettivizzazione comunista, che mal si adattava sia alle tradizioni del popolo calmucco, basato su stirpi comandate dagli anziani, sia all’ambiente da loro abitato. I tentativi di ricostruire l’agricoltura causarono l’effetto contrario, portando a una progressiva desertificazione, mentre le industrie risultarono poco redditizie. Con il crollo dell’URSS, però, non si ebbe un miglioramento e anzi la situazione socio-economica peggiorò ulteriormente.

Bandiera della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Calmucca

La Calmucchia, però, ha una particolarità che la rende unica: i calmucchi. Infatti se geograficamente parlando la regione si trova in Europa, culturalmente non è propriamente così. I calmucchi (così chiamati dai russi già da prima del loro insediamento), infatti, sono gli unici nativi europei di etnia mongola, nonché gli unici a professare, in maggioranza, il Buddhismo tibetano (ma vi sono anche musulmani ed ebrei). Questo poiché i calmucchi (o calmicchi o kalmyki) discendono dagli oirati (dal mongolo oyrad), un insieme di tribù da cui provenivano le guardie personali di Gengis Khan. Questo popolo viveva nelle pianure eurasiatiche che si estendono tra Kazakhstan, Siberia, Mongolia e Cina. Proprio quest’ultima li assoggettò, dopo una plurisecolare lotta che vide gli oirati come ultimo ceppo mongolico a resistere alla Dinastia Qing, venendo infine massacrati in Zungaria. Il khanato calmucco, che occupò territori diversi in diversi periodi, si era esteso per gran parte dell’Asia, fino ad arrivare alla Russia meridionale, poco più a Nord dell’attuale Calmucchia. L’impero era tale non solo a fronte delle popolazioni sottomesse, ma anche perché i calmucchi avevano assimilato molteplici tribù di varie dimensioni, tanto da chiamarsi tra loro, ancora oggi, Dörvn Öörd,  cioè i quattro alleati. Questo nome deriva inoltre dal fatto che le tribù che maggiormente contribuirono all’occupazione dei territori erano quattro: tutta la tribù Torghuud, guidata dal leggendario Khoo Örlög, e parte dei Dörvuuds, nonché, più avanti nel tempo, Khoshuud e Ölööd.

L’attuale denominazione deriva da un termine turcico stante per “restare” e veniva già utilizzato nel ‘200, mentre il primo riferimento scritto è russo e risale al 1530. A 14 anni dopo risale la prima mappatura delle loro terre, opera del cartografo tedesco Sebastian Münster.

La Calmucchia visibile in Cosmographia di Sebastian Münster

I confini odierni risalgono all’incirca al XVII Secolo, dove, a partire dal 1630, si scontrarono con le potenti orde Nogai, costretti a fuggire verso quel crogiuolo di popoli chiamato Crimea. Nel ‘700, stanchi dell’ingerenza russa, circa 200mila calmucchi tornarono nella loro terra d’origine. Chi non riuscì o non volle partire rappresenta il popolo calmucco come lo conosciamo ai nostri tempi.

In tempi più recenti, ossia a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, Stalin pianificò la loro persecuzione, che principiò il 28 Dicembre 1945, con la deportazione in Siberia, e ben presto divenne vera e propria pulizia etnica, ancora poco conosciuta. Questo sta tutt’ora causando un progressivo abbandono della lingua e delle tradizioni calmucche, nonostante Chruščëv avesse permesso loro di tornare in patria nel 1957. Erano però ormai stati sostituiti da russi e ucraini, che lì rimasero occupando talvolta anche le case dei buddisti europei.

Monumento dedicato alle vittime della persecuzione staliniana in Calmucchia

Ma perché Stalin perseguitò i calmucchi?

Ultimamente, si sente spesso la bislacca massima:

Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani.

Ovviamente è puro Fantabosco. I dati parlano chiaro e dicono, sostanzialmente, che il terrorismo non ha volto né patria, tanto che, fino a due/tre anni addietro, il terrorismo più diffuso in Europa era quello separatista e, proprio in questi ultimi tempi, le persecuzioni ai danni del Rohingya da parte del governo birmano, paese a maggioranza buddista, stanno raggiungendo nuove preoccupanti frontiere. Qualcuno ha ben pensato di dire che i musulmani hanno fatto incazzare anche i buddisti, ma ovviamente non è così. La persecuzione dei Rohingya ha radici profonde, che poco hanno a che fare con la fede.

Allo stesso tempo non si può di certo dire che tutti i nazisti siano buddisti o viceversa. La verità è che la realtà è sempre più complessa di quanto si riesca a esprimere a parole. Le spinte indipendentiste calmucche portarono a mettere la nazione calmucca davanti a tutto, anche in contrapposizione con la disastrosa esperienza del cosiddetto socialismo reale. Per questo, moltissimi di loro decisero di schierarsi con la Germania nazista, come avevano già fatto i cosacchi del Don, sperando di ottenere l’agognata indipendenza e la fine del dominio sovietico. Sul fronte orientale operò dunque, a partire dal 1942, un’unità di cavalleria delle Waffen SS, il braccio armato delle SS, inizialmente classificata come Abwehrtruppe 103, ma in seguito meglio conosciuta come Kalmücken Kavallerie Korps, che in un anno raggiunse il numero di 24 squadroni, di cui facevano parte più di 5mila calmucchi. Quest’ultima effettuava azioni di pattuglia e controllo, ma anche in prima linea, alle dipendenze della 6ª Armata della Wehrmacht. Goebbels aveva già usato in precedenza i calmucchi per la sua propaganda, organizzandoli in un comitato a sostegno degli invasori nazisti. I calmucchi non erano nuovi alla lotta anticomunista, tanto che molti di loro avevano in precedenza combattuto nella fila dell’Armata Bianca, rifugiandosi poi, stabilmente, a Belgrado. Durante la ritirata della Wehrmacht dal Sud dell’Unione Sovietica, invece, la maggior parte delle famiglie dei calmucchi arruolati seguirono i tedeschi, stabilendosi in Slesia, in Polonia e soprattutto a Zagabria, dove si riorganizzarono e combatterono contro i partigiani titini. Quasi tutti vennero rimpatriati dopo la sconfitta dell’Asse, ma alcuni rimasero al di fuori dell’URSS, stabilendosi dapprima in Francia, Germania e Repubblica Ceca, successivamente anche in Lituania e negli USA, dove esistono ancora piccole comunità, che si vanno ad aggiungere ai circa 200mila presenti in Calmucchia ed agli altri 200mila sparsi per l’Asia.

Rappresentazione artistica di cavaliere dei KKK

Molti altri calmucchi combatterono nella fila dell’Armata Rossa, ma questa parziale rivolta, schieratasi dalla parte del torto, causò il risentimento dei vincitori, probabilmente non solo sovietici. Infatti i calmucchi, oltre ad aver combattuto in patria e, come già detto, in Croazia, erano stati impiegati in altre realtà, tra le quali, per gli ultimi due anni di conflitto, l’Oltrepò pavese e l’Appennino piacentinoalessandrino, dove davano letteralmente la caccia ai partigiani, macchiandosi di diversi crimini di guerra. La loro avventatezza e le loro capacità venatorie li resero, fin da subito, un grosso problema per la Resistenza, nonché, ovviamente, per la popolazione locale, che li considerava, assieme ai kirghisi, i più temibili invasori, ancora oggi ricordati, genericamente, come mongoli, sia per l’aspetto fisico, sia per le tecniche di guerra utilizzate, che prevedevano ancora il massiccio utilizzo del fuoco e urla. Oggigiorno sono più che altro una leggenda, spesso adoperata per spaventare i bambini più vivaci, ma in passato furono carne da macello di Hitler. Assieme ad altri popoli abitanti le steppe eurasiatiche e il Caucaso formavano la 162esima divisione Turkistan, fusione della Legione Turkistan con la 162esima divisione della Wehrmacht, con tanto di rivista settimanale, Svoboda. La guerra terminò e la maggior parte di loro tornò a casa, in una terra che ormai non li voleva più.

La verità è che la realtà è così complessa, che le guardie personali di Gengis Khan, dalla Mongolia, passando per la Russia, arrivarono sull’Appennino emiliano e seminarono il terrore tra le popolazioni locali, martoriate dal conflitto bellico, sebbene fossero tutti accomunati dallo stesso destino: la ricerca della Libertà.

 Michele Radaelli

 

Per approfondire:
G. D. Romagnosi, Dottrina dell’umanità
M. Talalay, Dal Caucaso agli Appennini. Gli azerbaigiani nella Resistenza italiana
G. Conti, Il grande fiume Po
S. Kropačev e E. Кrinkо, Il calo della popolazione in URSS dal 1937 al 1945: entità, forme, storiografia
C. Tagliavini, G. Pullè e G. Vernadskij, Enciclopedia Italiana (1930)
F. Costa, Storia della Resistenza nell’Oltrepo Pavese

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