Uomini d’arme e d’onore

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la nobilissima parabola socio-culturale del Cavaliere e del Samurai

Ci sono forse due figure di combattenti che fanno spesso capolino nella così detta cultura di massa e che sono ormai entrati in maniera conclamata e largamente condivisa nel parlare quotidiano: il Cavaliere (inteso nella sua accezione più nobile e pura) per quanto riguarda il continente europeo e il Samurai per quanto riguarda quello asiatico (in particolare nel contesto nipponico). Le due figure, sebbene siano geograficamente e storicamente lontane, condividono tra di loro molti aspetti strutturali del loro modo di essere.

Per quanto riguarda i Samurai è utile specificare che si prenderà in esame la loro parentesi storica che parte dal periodo Kamakura a quello Azuchi – Momoyama (cioè dal 1185 al 1600) invece per quanto riguarda la figura del Cavaliere si prenderà in esame solamente la figura legata all’ideale cavalleresco inteso non meramente come combattente a cavallo ma come membro di pii ed eruditi gruppi sociali (Ordini cavallereschi regi e pontifici).

I Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme conquistano Rodi dipinti da Feron Eloi Firmin (1840)

I punti di incontro tra le due figure sono molteplici come ad esempio: entrambi ricoprivano un ruolo fondamentale sia per quanto riguarda la vita di corte sia per quanto riguarda l’organizzazione piramidale della società civile di allora (i Cavalieri nell’Antica Grecia erano appunto un’alta classe sociale della Polis); le figure erano soggette e legate (attraverso patti di sangue o veri e proprio trattati) a un Signore che ne disponeva gli incarichi, gli onori e i compiti, inoltre non bisogna dimenticare la componente militare che contraddistingue le due figure.

Stampa di un samurai a cavallo con armatura tipo yoroi, arco (yumi) e spada (tachi), XIX secolo

Ma andiamo con ratio et ordine: i Samurai sono notoriamente conosciuti per essere l’estrema difesa del loro dignitario, fungevano oltre che da corpo élite (anche se scarsamente utilizzati nella maggior parte delle battaglie) anche da difensori personali. Essi erano legati infatti al loro Signore con un patto che durava fino alla morte di uno dei due, in compenso godevano di un occhio di riguardo da parte dell’aristocrazia (nonostante gran parte di loro venisse da famiglie samurai nobilitate) che oltre a destinare a loro un alto compenso permettevano di partecipare alla vita di palazzo frequentando gli stessi ambienti del loro padrone. Non dissimile è la figura del Cavaliere: notoriamente di buona famiglia, educato alle armi e membro del corpo élite dell’esercito: la cavalleria era infatti il vanto di ogni formazione militare ed era l’unità preposta a vigilare sul comandante (anche lui a cavallo) e sul portatore delle insegne (come ad esempio il leggendario caso di Alberto da Giussano e della Compagnia della Morte che difesero il Carroccio durante l’ultima battaglia dei comuni italiani contro Barbarossa).

I cavalieri della Compagnia della Morte difendono il Carroccio dipinti da Amos Cassioli (1860-70)

Ambo due le figure erano investite di un ruolo assai idealizzato, esse rappresentavano l’ideale perfetto di come doveva essere un uomo ed era il punto di arrivo al quale la popolazione doveva tendere, incarnando tutte le qualità che sia la filosofia classica che quella cristiana (o buddhista zen per quanto riguarda i nipponici) identificavano nell’ideale dell’uomo perfetto: intelligente, colto, timorato dagli dei, educato alle arti e alle pratiche militari, avente una forte morale e un’impeccabile nomea. A grandi linee, con lievi differenze, era questi i cardini sul quale si appoggiavano entrambe le figure.

The Accolade di Edmund Blair Leighton (1901)

Nonostante il Cavaliere e il Samurai non condividessero le stesse pratiche religiose essi facevano comunque un voto di fedeltà al loro dio dedicandogli ampi spazi della giornata (come spiegato nella Hagakure di Yamamoto); per quanto riguarda il primo era la presenza alle Messe e le contemplazioni-preghiere durante la giornata, mentre per il secondo oltre alla consacrazione mattutina dei propri Kami v’era una forma di contemplazione quotidiana continua chiamata zazen (termine Zen che implica una riflessione costante anche mentre si è intenti a fare altro). Altre analogie si rispecchiano nel rapporto di questi uomini-ideali con i propri familiari, sempre Yamamoto nel Codice Nabeshima recita: “Bisogna essere solidali coi propri genitori” e ancora “Fin da piccolo il bambino dovrebbe considerare i genitori come suoi maestri” una chiara spiegazione sulla sacrale figura dei genitori già identificata da Miyamoto ne Il libro dei cinque anelli cinquanta anni prima, nel quale già affermava che ogni mattina il buon combattente oltre a lodare gli dei lodava anche i suoi avi (che per il Giappone antico erano vere e proprie divinità esattamente come per i romani coi Numi) e i propri genitori. Per quanto riguarda il Cavaliere invece, rifacendosi all’ideale cristiano, egli non poteva che non seguire i Dieci comandamenti, onorare il padre e la madre, essere timorato da Dio e proseguire una via retta e virtuosa, dedita agli altri e fedele ai propri principi morali.

Stampa dell’epoca che rappresenta il Ronin Miyamoto Musashi in giovinezza

Vi è solo una grande, enorme, sorprendente, differenza tra le due figure: mentre i Cavalieri potevano essere solamente uomini, per quanto riguarda i Samurai invece anche le donne potevano percorrere l’aspra e tortuosa via del bushido. Nonostante le cronache di allora mettessero sempre a margine le donne che decidevano questo radicale cambio di vita, il loro numero reale è molto più grande di quello che la letteratura e i resoconti storici ci dicono. Tra i samurai “donna” più famosi possiamo sicuramente citare Hangaku Gozen che prese parte alla battaglia presso il forte di Tossakayama a capo di 3.000 soldati per difendere l’Impero e rovesciare lo Shogunato Kamakura.

Stampa raffigurante Hangaku Gozen in tenuta da battaglia, opera di Tsukioka Yoshitoshi

Entrambe le figure sono servite, e in alcuni casi servono tutt’ora, per immaginare un ideale di uomo perfetto, il più vicino possibile al proprio dio e che possedesse tutte le virtù per vivere in pace e armonia con gli altri e con sé stesso. Sebbene il Cavaliere ricercasse l’avventura, il pericolo e scegliesse sempre la situazione più complicata mentre il Samurai era più votato verso la quiete del dojo o della residenza padronale, tutti e due avevano fatto un voto che metteva gli altri al primo posto, divenendone i custodi, i sacri protettori.

L’erba estiva!
È tutto ciò che rimane
del canto dei guerrieri.

(Matsuo Basho)

Daniele Ruffino

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