Racconto di un miracolo di Natale

Natale è l’unico momento dell’anno in cui torniamo tutti un po’ bambini e tra le luci degli addobbi e l’invitante profumo di biscotti, il confine tra realtà e fantasia si fa sempre più sottile.

Nei giorni che precedono questa festività unica, sembra che tutto possa accadere, ci sentiamo più buoni, propensi ad aiutare il prossimo, ad uscire dai nostri gusci ed aprirci al mondo.

Ma è davvero così?

In questa sera speciale, vorrei raccontarvi di un vero e proprio Miracolo di Natale.

Il «miracolo» del Natale 1914, di due avversari che dimenticano per un momento le ragioni per cui si trovano lì, su un campo di battaglia, in trincea, tra il sangue, la polvere e il fango, per unirsi in un abbraccio fraterno, rimase un fatto quasi isolato e ben presto trascolorò nel mito, tanto più quando il sentimento popolare degli europei nei confronti della Grande Guerra cambiò di segno: non più glorioso fatto d’arme ma massacro insensato, che aveva spazzato via una generazione.

La tregua di Natale venne quindi vista come la dimostrazione che gli uomini sono fondamentalmente buoni e che erano stati spinti alla guerra da governi stupidi e irresponsabili, tanto che appena liberi di farlo avevano scelto la pace e la fratellanza.

Ma cosa successe esattamente?

Fu un’iniziativa presa dal basso, dai soldati in trincea, che tra il 24 e il 25 dicembre  uscirono spontaneamente allo scoperto in alcune zone del fronte occidentale per andare a salutare e a fare gli auguri ai «nemici» senza che ci fosse, da parte dei comandi, alcun via libera. Anzi, proprio il contrario. Quando la notizia si diffuse grazie alle lettere dei soldati alle famiglie, i vertici militari di entrambi i contendenti si affrettarono a proibire altre iniziative simili: il generale Horace Smith Dorrien, comandante del secondo corpo d’armata della Bef, la forza di spedizione britannica in Francia, arrivò a minacciare la corte marziale per chi si fosse reso colpevole di fraternizzazione.

l caporale Leon Harris del 13esimo battaglione del London Regiment in una lettera  ai genitori che stavano a Exeter, scrisse:

È stato il Natale più bello che io abbia mai passato. Eravamo in trincea la vigilia di Natale e verso le otto e mezzo di sera il fuoco era quasi cessato. Poi i tedeschi hanno cominciato a urlarci gli auguri di Buon Natale e a mettere sui parapetti delle trincee un sacco di alberi di Natale con centinaia di candele. Alcuni dei nostri si sono incontrati con loro a metà strada e gli ufficiali hanno concordato una tregua fino alla mezzanotte di Natale. Invece poi la tregua è andata avanti fino alla mezzanotte del 26, siamo tutti usciti dai ricoveri, ci siamo incontrati con i tedeschi nella terra di nessuno e ci siamo scambiati souvenir, bottoni, tabacco e sigarette. Parecchi di loro parlavano inglese. Grandi falò sono rimasti accesi tutta la notte e abbiamo cantato le carole. È stato un momento meraviglioso e il tempo era splendido, sia la vigilia che il giorno di Natale, freddo e con le notti brillanti per la luna e le stelle.

Il riferimento al tempo non è di poco conto: «La vigilia — scrive Alan Cleaver nella prefazione al libro La tregua di Natale che raccoglie molte lettere dei soldati dell’epoca — segnò la fine di settimane di pioggia battente, e una gelata rigida e tagliente avvolse il paesaggio. Gli uomini al loro risveglio si trovarono immersi in un Bianco Natale».

Non si sa dove fosse schierata l’unità del caporale Harris ma gli eventi da lui descritti con tanta vivacità si ripeterono più o meno identici in molti punti del fronte. In una lettera alla famiglia del 28 dicembre, il bavarese Josef Wenzl racconta di essere rimasto incredulo quando uno dei soldati cui la sua unità stava dando il cambio gli disse di aver passato il giorno di Natale scambiando souvenir con gli inglesi. Ma quando spuntò l’alba del 26 dicembre vide con i suoi occhi i soldati britannici uscire dalle trincee e cominciare a parlare e scambiarsi oggetti ricordo con lui e con i suoi compagni. Poi ci furono canti, balli e bevute. «Era commovente — si legge nella lettera — tra le trincee uomini fino a quel momento nemici feroci stavano insieme intorno a un albero in fiamme a cantare le canzoni di Natale. Non dimenticherò mai questa scena. Si vede che i sentimenti umani sopravvivono persino in questi tempi di uccisioni e morte».

Scene simili si verificarono anche tra tedeschi e francesi e tra tedeschi e belgi, pur se in misura molto minore: dopo cinque mesi di guerra, circa un milione di vittime, con molte zone del Belgio e della Francia orientale occupate e dopo i massacri di civili compiuti dai soldati tedeschi, i sentimenti di fraternità erano parecchio meno diffusi. E comunque anche nelle zone inglesi ci furono morti e feriti per il fuoco nemico perfino nel giorno di Natale: alcuni soldati che avevano cercato di prendere contatto con il nemico sporgendosi dai parapetti delle trincee furono fulminati dai cecchini avversari. «A Natale — racconta lo storico Max Hastings in “Catastrofe 1914” — il Secondo granatieri inglese ebbe tre uomini uccisi, due dispersi e 19 feriti; un altro soldato fu ricoverato in ospedale con sintomi di congelamento, come altri 22 la mattina dopo».

Ovviamente queste storie finirono rapidamente sui giornali dell’epoca, con titoli abbastanza sensazionali. Il Manchester Guardian del 31 dicembre 1914 titolava: «Tregua di Natale al fronte — I nemici giocano a calcio — I tedeschi ricevono un amichevole taglio di capelli». E il 6 gennaio lo stesso quotidiano strillava: «Nuove notizie sullo straordinario armistizio ufficioso — I Cheshires (un’unità inglese, ndr) cantano Tipperary a un pubblico di tedeschi». Fu sui quotidiani britannici che fu raccontata la vicenda della partita di calcio giocata nella terra di nessuno da inglesi e tedeschi in una zona imprecisata del fronte, che sarebbe finita 3-2 per i tedeschi. Per molto tempo fu una storia considerata non sufficientemente provata dagli storici (tutte le fonti erano indirette, qualcuno che raccontava che qualcun altro gli aveva detto che c’era stata una partita…), ma che entrò prepotentemente nel mito: la si ritrova nello spot della Sainsbury, nel film ferocemente antimilitarista “Oh che bella guerra” di Richard Attenborough (1969) e anche nel videoclip di “Pipes of Peace” di Paul Mc Cartney del 1983. L’ 11 dicembre 2014,a cento anni esatti dalla tregua di Natale, nella cittadina belga di Ploegsteert,  Michel Platini ha inaugurato un monumento a ricordo del giorno in cui il calciò unì i giovani di due nazioni nemiche.

Alla fin fine, comunque, pare che il mito avesse ragione e gli storici scettici torto: è stata scoperta una lettera del generale Walter Congreve (decorato con la Victoria cross, la più alta decorazione britannica al valor militare) che racconta alla moglie della tregua e della partita di calcio anche se ammette di non averla vista con i propri occhi ma di averlo saputo da testimoni oculari. Ma poiché era un generale, non si faceva illusioni e sapeva i bei momenti sarebbero finiti. Ne dà conto, con una battuta piuttosto macabra, nella stessa lettera: «Uno dei miei ha fumato un sigaro con il miglior cecchino dell’esercito tedesco, non più che diciottenne. Dicono che ha ucciso più uomini di tutti ma ora sappiamo da dove spara e spero di abbatterlo domani».

Sì, la guerra sarebbe continuata, i generali testimoni della tregua non si facevano illusioni, sapevano che si trattava comunque di un episodio sporadico, di una preziosa pepita in un catino pieno di terra, bossoli e morti.

La tregua era stata uno spiraglio di luce in una delle notti più buie dell’intera umanità, ma si trattò davvero solo di questo?

Quello che probabilmente fu il più grande merito della Tregua di Natale, risiede nell’aver permesso ad ogni singolo soldato, di riconoscere il volto dell’altro, di non vedere più il nemico attraverso il binocolo, di non percepirlo più solo come un punto nero ed informe dalla parte sbagliata del campo di battaglia, no, dopo quelle ore di tregua, quando ogni uomo tornò al proprio posto, imbracciando le proprie armi, ebbe chiaro che dall’altro lato della trincea, vi erano uomini come lui, padri di famiglia, amici, fratelli e figli.

E l’assumere un volto a quello indistinto del nemico, in una guerra estenuante e logorante come lo fu la Prima Grande Guerra, è un fatto di notevole importanza.

Se da un lato l’anonimato permetteva di neutralizzare la voce della coscienza e di sparare per uccidere quanti più nemici possibili, dall’altro rendeva gli uomini meno uomini perché non permetteva loro di prendere coscienza delle loro azioni.

La tregua di Natale non si concluse sul campo ma diede probabilmente vita al primo vero e proprio tumulto interiore tra le trincee. Nei giorni che succedettero al Natale 1914, per la prima volta si mise in discussione il motivo per cui si faceva la guerra.

Soraya Galfano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *