Intervista a Galeffi

Facebookgoogle_plusinstagrammail

“L’ho sentito una volta sola a marzo a Roma e con quel ricordo ho continuato a cantare le sue canzoni nell’attesa dell’album”. Dalle parole di una mia amica nasce così tanta curiosità che, quando ho scoperto della sua esibizione all’Ohibò il 15 dicembre, non potevo perdermelo. Ormai conosciuto sulla scena romana, approda finalmente a Milano Galeffi. Il suo album “Scudetto” di tecnicismi sul calcio ne contiene davvero pochi, quanto invece è una raccolta di inni all’amore in tutte le sue forme.

Galeffi @ Ohibò

Ti sei fatto conoscere nell’ambiente romano e anche attendere, ma finalmente Scudetto è arrivato, anche se Camilla è precedente (2016). Perché adesso e non prima? È soltanto una scelta basata su esigenze personali o c’è una tattica di gioco e hai volutamente aspettato che l’indie italiano arrivasse a questi livelli di ascolto?
Camilla è stata una delle prime canzoni che ho scritto in italiano ed è uscita prima perché in quel momento ci servivano una canzone e un video (che adesso è stato rimosso) per poter suonare e fare tutta quell’opera di gavetta necessaria per ottenere visibilità, per farci conoscere da parte delle etichette. Il disco è uscito adesso perché abbiamo avuto bisogno di un po’ di tempo per trovare la nostra etichetta, ci sono voluti non pochi passaparola. Abbiamo firmato il contratto a maggio, ma far uscire il disco prima dell’estate non avrebbe avuto senso. Abbiamo aspettato pazientemente e adesso finalmente è fuori.
Cosa ha influito sulla stesura e sulla coesione dei testi?
È un disco in cui racconto storie d’amore che ho vissuto in prima persona. Ogni storia d’amore ha delle sue sfaccettature che la rendono unica, quindi sì è un miscuglio di esperienze, sensazioni e vibrazioni che però ha come unico filo conduttore l‘amore vissuto (da me).
Ma allora perché “Scudetto”?
Scudetto perché io sono un calciatore mancato. Il pallone mi ha sempre accompagnato negli anni e ci tenevo a inserire questo elemento personale nel mio primo disco. Ho trasferito nella musica l‘obiettivo che mi ero prefissato di raggiungere in un altro campo.

Hai scritto anche canzoni in inglese. Perché abbandonare la premier League e preferire un campionato di serie A? Perché hai deciso di far uscire il tuo disco in italiano? E ci possiamo aspettare qualcosa di tuo in inglese?
In inglese non mi fanno più uscire le canzoni: sai, sono le etichette a decidere cosa far uscire al momento. Ovviamente se fai canzoni in inglese riesci a prendere solo una certa fetta di pubblico ma non un’altra e al momento per me sarebbe un po’ stupido procedere in quella direzione. Ma nella vita mai dire mai! La scelta del disco in italiano è il frutto di una serie di esperienze in inglese che a lungo andare mi avevano stufato: ho voluto fare qualcosa di nuovo per me, considerando che adoro le sfide e prendere nuove strade. Dovendo essere giudicato per quello che dico ho deciso di trasmettere i miei pensieri in italiano affrontando questa scelta come una nuova sfida.
Hai degli artisti che ti ispirano? Qualcuno in particolare che ti ha portato a questa scelta del cantautorato?
Devo essere sincero: non ascolto molta musica italiana generalmente, quindi di base no. Poi se ti devo dire il mio preferito è Cremonini, ma ormai si è scoperto. In realtà non amo la musica italiana, ascolto molto blues, soul, jazz e tanta classica.
“Io so che non è facile/ vivere favole/ se poi ti dondoli / tra l’imbroglio e la realtà”. Sembra quasi autobiografico. Quanto c’è della tua vita in “Burattino”? Ripeti più volte “superstite”, termine che potrebbe essere inteso positivamente come “sopravvisuto” e facendo così intravedere un barlume di speranza che si perde nel resto del testo. C’è o non c’è speranza?
Sì è una canzone autobiografica, come tutte le altre. Il tema è la depressione, legata a quella fase della vita in cui non riesci a fare niente e di conseguenza non ti va di fare niente perché non trovi la molla di fare qualcosa. Ma non mi andava di raccontarla in maniera cruda e mi è piaciuta l’idea di raccontarla in maniera fantasy. Mi è sembrato figo utilizzare la figura del burattino. Superstite: sì ti salvi, ma dall’altra parte sei l’unico, sei solo. Attribuirei al termine un’accezione neutra. Sono innamorato delle parole, mi piacciono le parole belle e superstite è una parola bella.

Temi la competitività dell’ambiente in cui ti sei tuffato?
No non temo la competitività, la vedo più come un forte stimolo. Fa poi parte del lavoro che ho scelto. So che c’è molto in giro e temo che nella mischia la gente non riesca a cogliere determinate cose. Parto da esordiente quindi no non la temo, non mi interessa.

Valeria Cascio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *