Calcutta non sta cantando per voi (e non l’ha mai fatto)

La sua nuova canzone è uscita ormai da quasi un mese, ma il clamore mediatico scatenato dal ritorno sulle scene di Calcutta non sembra proprio volersi esaurire. In fondo, era anche prevedibile: Orgasmo, l’ultimo singolo del cantautore di Latina, è il solito bignami di melodie appiccicose, obliqua poetica e malinconia devastante. E contiene pure le colorite e provocatorie allusioni sessuali, a rammentarci dell’ormai rodato gusto di Edoardo per la canzone d’amore “diversa” (ve la ricordate “Arbre Magique”?). Insomma, che ne siate felici o no, “Orgasmo” è Calcutta al 200%, e non sarà l’arrangiamento maggiormente radio-friendly a contaminare quella che è a tutti gli effetti la continuazione di un racconto esistenziale lasciato in sospeso con il precedente Mainstream.

Federico Carpani Ph.

Quella che non si poteva prevedere – o, almeno, non con certezza – era l’idolatria che è scoppiata verso Calcutta con l’annuncio del suo ritorno, ben esemplificata da commenti del tipo “lui ci vede, è uno di noi”, piuttosto che “sa esattamente cosa proviamo”, per non parlare degli illuminati “se non ve ne accorgete, non capite proprio niente”. Ora, nonostante sia convinto che opinioni di questo tipo lascino un po’ il tempo che trovano, non posso negare che queste siano il sintomo di un evidente sentire da parte di una grossa fetta di ascoltatori di musica italiana: Calcutta non è solo il cantautore del momento, ma è ormai anche una sorta di icona, un punto di riferimento musicale per la generazione Y tanto quanto Vasco Brondi lo fu per quella precedente. Che lo vogliate o no, questo è un dato di fatto.

Come risultato del dibattito generatosi attorno a “Orgasmo”, mi sono quindi posto una serie di domande per fare chiarezza sul fenomeno Calcutta, le quali possono essere sommate in un’unica, grande, questione: Edoardo da Latina ha realmente le caratteristiche per essere il nostro “cantautore generazionale” o si tratta semplicemente di una sopravvalutazione dettata dal nostro sempre impellente e isterico bisogno di avere qualcuno da santificare?

Voglio agganciarmi a un articolo scritto da Francesco Pacifico per Il Sole 24 Ore all’uscita di Mainstream, nel novembre 2015. Nell’articolo, Pacifico scriveva che quella di Calcutta è “la musica del balordo”, “la musica di uno che vive, cosa che nell’indie c’è poco”. Credo che questa sia una puntuale e ancora valida disamina dell’artista in questione e dell’uomo che vi sta dietro; due personalità che, nel caso di Calcutta, coincidono perfettamente.

Calcutta non ha stile, ma ha un aspetto che non mente. Non potrebbe essere più lontano dalle pose da sad-boy tormentato imperanti tra le ultimissime leve del cantautorato indie e tra i suoi ascoltatori. Si presenta sempre imbacuccato in un copricapo sfatto, con indosso una felpa sciupata, sudato da fare schifo; al suo seguito, solo una manciata di canzoni dal micidiale tiro pop che paiono scriversi da sole. Esse non sono un biglietto da visita, ma un punto d’arrivo, l’approdo di un tormentato percorso di vita fatto di sconfitte, delusioni e groppi in gola buttati giù con bicchieri di alcolici scadenti. Un percorso di vita che è il suo, e di nessun altro.

Calcutta non canta di voi, né tantomeno per voi: non l’ha mai fatto e sarebbe anche ora di smetterla di credere il contrario. Calcutta canta di sé e per sé. Il suo è il dramma di ogni giorno, forse comune ad alcuni di noi, ma affrontato da una prospettiva assolutamente personale. Le sue canzoni parlano di un microcosmo di poche persone, comprendenti in sostanza lui e il suo sgangherato giro di conoscenze. Del resto, la stessa Cosa Mi Manchi A Fare, canzone che l’ha lanciato su scala nazionale, contiene sì un nazionalpopolare “e non mi importa se non mi ami più”, ma anche dei personalissimi e imperscrutabili “Pesaro è una donna intelligente” e “ricordami le olive sono buone”, versi che puoi rigirare in tutti i modi possibili ma che non potrai mai decifrare, in quanto diretti a persone ben precise – e che non siamo noi.

Calcutta non è uno di noi. E’ un freak, uno che cantava che “non ci arrenderemo mai, perché siamo i dinosauri” credendoci fermamente, uno che auspicava a una fuga a Peschiera del Garda “per fare un bagno” come massima occasione di evasione. Se stiamo ad ascoltarlo è perché ci arrivano il sentimento, la verità, l’urgenza espressiva dietro ogni sua parola. D’altra parte, tutto il suo bagaglio di vita – amori finiti, amicizie, tradimenti, viaggi in treno, fascinazioni esotiche, passione per la cultura portoghese – si riflette sulla sua voce sofferta, dal timbro graffiato, al retrogusto di saudade, rendendo tutto perfettamente eloquente: Calcutta non sta fingendo.

In Natalios, una delle sue canzoni più oscure, Calcutta cantava “Io non voglio andare in giro da solo / è la notte di Natale anche per me”. Sono due versi esplicativi dell’uomo dietro l’autore. Essi rappresentano un maldestro grido di dolore nel silenzio della notte, di un ragazzo solo come un cane anche nel giorno in cui tutte le famiglie sono riunite sotto a uno stesso tetto; un lamento senza mittente, non condiviso, rimbombante. E non c’è un cazzo di autocompiacimento, direbbe qualcuno.

Edoardo Calcutta è quello che mangia la pizza mentre è il solo sveglio in tutta la città, ci scrive sopra una canzone e poi la incide, ché in fondo della sua musica ci deve anche campare. E poi ci sono quelli che, mentre la mangiano, documentano il “disagio” del momento con una storia su Instagram, per sentirsi senza sforzo parte di “qualcosa”, coccolati e un po’ più belli; credo proprio che non esista atteggiamento più rinunciatario. Niente a che vedere con chi ogni giorno scrive canzoni rivendicando il diritto – perennemente negato – a vivere una vita tranquilla.

Tommaso Benelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *