Le carte

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Gli sguardi delle persone possono insegnare tanto. Lì si cela la magia. È bello guardare gli occhi degli altri. Soprattutto quando li si trova isolati, ignari della presenza altrui. Fissano fuori dal vetro del bus, in una tazza di tè, una persona, il cielo. Per quanto ci si possa sforzare, è impossibile capire a cosa pensino quegli occhi. Ma si può immaginare come gli sia andata.

Una signora che gira per il cortile del caseggiato col suo cagnolino canuto al guinzaglio mentre parla disinteressata ai dipendenti dell’azienda di giardinaggio. Il finanziere ordinato in un bel vestito, mento alto, bocca stretta, con la valigia in mano che non bada affatto ai discorsi del suo giovane collega. Il volto emaciato dell’uomo sdraiato fuori da quell’edificio abbandonato mentre scherza col suo ultimo compagno di strada e sorride ai passanti.

È come essere seduti a un grande tavolo da gioco. Il tappeto verde, il mazziere non c’è più. O almeno, c’è ancora, ma puoi vederne solo le mani nella penombra, il resto è scuro. Sono mani di donna, ben curate. Non sono le mani della stessa donna che ti ha messo al mondo. Quelle ti hanno accarezzato per l’ultima volta quando hai preso la decisione di partire. 

Ti guardi intorno e i giocatori ci sono, ma non badano a te. Osservano pensierosi le loro carte. Un po’ titubante osservi le tue. Alcune si vedono chiaramente, altre no: la loro immagine è sfocata, si devono ancora definire. Altre ancora sono completamente bianche. Puoi vedere le tue mani forti, la tua spinta a legarti alle persone, la tua rigidità, il tuo cuore grande. L’entusiasmo contagioso. La voglia di ridere, di coinvolgere. La sensibilità. Il calore, la voglia di raccontare. La necessità di crescere da solo, il desiderio di poterlo fare assieme a qualcuno. Quelle che conosci è perché le hai già giocate, sicuramente più di una volta. Sempre, quando tornavano indietro i particolari erano più chiari.

Romano dice che la vita è un gioco. Charles invece dice che la vita è il più grande teatro che esista, e che per di più è gratis. Il palco è sconfinato.

Girando per le strade, osservando, capisci ancor meglio le regole. Si gioca da soli. La durata non dipende da noi, o non solo. La luce sul tavolo, è chiaro, può spegnersi improvvisamente. Le mani sono tante, molteplici. Si giocano contemporaneamente. Si possono vincere o perdere. Cosa ci sia davvero in palio lo si può scoprire solo a mano conclusa. Lo scopo del gioco non ci è dato di saperlo.

Le carte si dividono tra quelle che possono essere usate su più mani e quelle che possono essere giocate solo su una mano alla volta. Queste sono le più delicate. Possono ritornare meglio definite, i colori più sgargianti. Può capitare che tornino scolorite, lise. Esse si possono strappare. Possono bruciare, possono andare perse. Si possono ritrovare, o anche non tornare mai più.

Una certezza c’è. In questo grande palcoscenico, è possibile che capiti la mano perfetta. Le opportunità sono molteplici, esistono: non c’è alcun dubbio su ciò. Vien chiara anche un’altra cosa: può non capitare l’occasione giusta, nessuno ha mai detto che debba essere così. Il punto è che quelle misere carte si permeano del significato del tutto. Composte di quel materiale tanto delicato e deperibile, nascondono le speranze, l’amore, le aspirazioni. Tu sei quelle carte. Chi ti dice che potrai condividerle? Mostrarle a qualcuno? Farne buon uso? Chi ti dice che non si rovineranno a furia di maltrattarle o accarezzarle o nasconderle nelle tasche più profonde? Sbocceranno mai i desideri che custodiscono?

È difficile pensare che si è fatti di sogni che forse non vivranno mai. Di un’energia che non sarà sempre indirizzata nel modo giusto. Di un cuore che non è detto che potrà mai sintonizzarsi sul battito di un altro. Pensare di essere un istante pieno di un significato incompleto. Una luce negli abissi della propria anima.

Così, chiudo il computer. Apro la finestra, prendo una boccata d’aria. Mi guardo attorno. Per un momento nel cortile ricompare la signora, con quel suo camminare incerto e il cagnolino, che non sa che le sue zampette non torneranno mai a essere forti come un tempo. Allora vado in cucina, apro una birra, accendo una sigaretta e mi sdraio nel letto, mentre la luce della candela illumina ancora per poco quel piccolo insetto che si nasconde nell’insenatura all’angolo del muro bianco.

M.S.

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