“Can’t help falling in love with you”: elogio dell’uomo dei miei sogni

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Spesso ci lamentiamo delle cose che non abbiamo, dei traguardi che non riusciamo a raggiungere, della fatica che compiamo per inseguire i nostri sogni. Probabilmente è la nostra stessa natura, umana e fallace, a porci nella prospettiva sbagliata, a non permetterci di vedere quello che ci circonda per quello che è veramente, un dono – spesso immeritato – di cui dovremmo umilmente far tesoro.

Il Natale appena trascorso per me è stato diverso dagli altri: per la prima volta in tanti anni ho avvertito sulla mia pelle lo scorrere inesorabile del tempo e forse, altrettanto inaspettatamente, ho provato  il bisogno disperato di fermare le lancette e rivivere in eterno quei momenti.  

A Natale, per la prima volta, ho visto mio nonno sulla sedia a rotelle e con la memoria che fa sempre più scherzi, l’ho visto trascorrere le sue giornate a casa a guardare la televisione e a lamentarsi dei palinsesti. Fermo e statico come una vecchia statua, lui che fino a qualche mese fa andava a lavorare quando il sole non era ancora sorto e tornava tardi, mai stanco, senza  lamentarsi e sempre con il sorriso sulle labbra. 

Probabilmente mio nonno è la persona di cui parlo maggiormente alle persone a me vicine, è uno dei protagonisti assoluti della mia infanzia, una delle persone che mi ha insegnato di più e che continua a ispirarmi in ogni più piccolo gesto. Mio nonno è stato il mio primo compagno di giochi e – concedetemi di dirlo – anche il migliore. Io sono sempre stata un vulcano pronto a esplodere,  ne ho combinate di ogni e ho sempre parlato più del dovuto. Quando ero piccola, nella cittadina di mare in cui eravamo soliti trascorrere le vacanze estive, per un periodo, furono di istanza alcuni gruppi di soldati americani. Quelle figure imponenti colpirono la mia attenzione forse più del dovuto e fu così che un giorno decisi che da grande avrei fatto il generaleInutile dire che i tentativi di dissuadermi furono innumerevoli, mamma e nonna in particolar modo non si capacitavano di come una bambina potesse avere quelle idee. Ma mio nonno no, mio nonno non si stupì affatto, anzi: lui assecondò pienamente la mia idea e fu così che nacque uno dei mie passatempi preferiti. Nelle sere d’estate, quando tornava dal lavoro, ci sedavamo insieme sul dondolo in veranda e voleva che gli facessi rapporto su quella che era la situazione nel nostro perimetro di guerra (ovviamente io avevo trascorso il pomeriggio a inventarmi di tutto e di più); da lì mi faceva salire su uno dei furgoni dell’azienda – che io chiamavo furgoncione – e giravamo per tutto il paese fingendo di essere militari che controllavano la zona. A molti di voi sembrerà magari un gioco privo di senso, ma vi assicuro che contribuì a sviluppare la mia fantasia e la mia percezione di quello che come “femminuccia” mi era lecito fare.  Quando ci fermavamo davanti la spiaggia e lui mi chiedeva “generale, pensa che quelle navi all’orizzonte minaccino la nostra sicurezza?” io mi sentivo forte, padrona di me stessa e del mondo, sapevo che il futuro di quel nostro piccolo mondo immaginario era nelle nostre mani…

Quando oggi sento le discussioni su quali siano i giochi da femmina e quali da maschietto, un po’ mi vien da ridere perché penso a quella bimba con i codini a bordo di un automezzo gigantesco che fingeva di far la guerra e di comandare intere schiere di uomini; penso allo sguardo serio e composto di mio nonno e, per un attimo, torno a essere quella bambina convinta di poter davvero essere “una tosta”.

Mio nonno è nato in tempo di guerra, in una Sicilia martoriata dalla vera povertà e dalla disperazione più nera e profonda, eppure non si è mai dato per vinto. Aveva sette anni quando cominciò a lavorare: vendeva porta a porta gli oggetti della bottega di famiglia perché lui, piccolo e gracile, sentiva già il dovere di dare una mano alla famiglia, di contribuire al sostentamento dei suoi fratelli. Mio nonno è uno di quegli uomini all’antica, uno di quelli che uomo lo è stato ancor prima di diventarlo davvero, uno di quelli che per la famiglia ha sempre fatto di tutto, uno di quelli – come si dice in Sicilia – che ha buttato sangue tutta la vita. Ma non ha mai fatto pesare niente a nessuno, è sempre andato avanti per la sua strada.

Se da una parte ho avuto una mamma che mi seguiva con l’amuchina per pulire la mani e con le salviettine disinfettanti perché  non si sa mai, se da una parte c’era nonna che mi ha dato lezioni di portamento e di ballo perché “queste son le cose che convengono a una signorina di buona famiglia”, dall’altra c’era nonno che mi insegnava a piantare le fragole, che quando in campagna veniva morso da una vipera le tagliava la testa e come se nulla fosse andava al pronto soccorso con il corpo del nemico stretto in pugno. Quell’appoggio un po’ matto e incondizionato non è mai venuto meno, si è solo tramutato con il tempo. Quando pochi giorni prima della maturità mi presentai a casa con i capelli corti a maschio, non suscitai chissà quali reazioni di supporto tra i miei familiari: mia mamma mi diede un ceffone ben piazzato e mia nonna recitò l’intero rosario. Nonno no, nonno fu diverso, come sempre. Lui disse che stavo bene e che non erano di certo i capelli lunghi o qualche boccolo a far di me una donna.

Mio nonno mi ha sempre insegnato che ognuno di noi può far grandi cose nella vita, che tutti siamo in grado di seguire e raggiungere i nostri sogni, basta solo crederci e mettercela tutta.

Quando a sei anni puntai i piedi e dissi che per me i Romanov sarebbero stati compagni di vita, tutti scossero la testa, lui drizzò le orecchie. Quando a quindici cominciai a tappezzare camera di loro fotografie, mentre mamma mi correva dietro strappandole, lui mi chiedeva di parlargliene e adesso che la gente mi saluta dicendo “ toh, la bimba degli zar”, lui guarda con me le loro foto su Instagram

Poi c’è la musica, compagna di una vita, i tasti del piano strimpellati insieme, le vecchie canzoni d’amore cantate a squarciagola e gli assoli alla batteria, perché sì: mio nonno da giovane era un grande batterista e i primi balletti scomposti io li ho fatti proprio nello scantinato di casa sua a ritmo di vecchie melodie (ci tengo a ricordare La donna riccia cantata e suonata letteralmente in tutte le salse!).

Con mio nonno ho tanti ricordi, tante istantanee che si sono sommate anno dopo anno contribuendo sempre più a far di lui l’uomo dei miei sogni. E quando lo dico e la nonna si arrabbia perché dice che dovrei prendere esempio dalle donne di famiglia e non dagli uomini, sulle mie labbra spunta un sorriso sincero perché è stato proprio mio nonno a far di me la piccola donna che sono oggi.

C’è una vecchia canzone di Elvis che dice

prendi la mia mano, prendi tutta la mia vita perché io non posso far a meno di amarti

e ogni volta che la ascolto penso a lui e a quel suo strano racconto su una me appena nata che gli afferrò un dito e lo portò in alto in segno di vittoria.

Sulla mia forza di sollevare le sue mani giganti nutro a oggi qualche dubbio, ma noi di battaglie ne abbiamo vinte davvero tante e la più grande è senza dubbio quella di essere diventati grandi insieme senza smettere di essere bambini, di sorriderci complici, di architettare scherzi e burle insieme.

A quel nonno che oggi è stanco, che dimentica le cose, che è malfermo nei movimenti, io vorrei fare solo un regalo, vorrei regalare il film della nostra vita insieme, vorrei farglielo vedere attraverso i miei occhi, vorrei mostrargli quanto io gli sia grata per quello che mi ha insegnato, per i rimproveri che mi ha mosso, per i sorrisi complici, per le marachelle che mi ha coperto, per i giochi che abbiamo condiviso. Vorrei fargli vedere quanto di lui oggi ci sia in me. Vorrei fargli sentire il tono della mia voce quando parlo di lui, vorrei che sapesse che se anche vivo lontano migliaia di km chiunque mi vuol bene, lo conosce dai miei racconti e lo stima e apprezza a sua volta. Anche negli ultimi tempi, quando mi siedo accanto a lui e gli stringo la mano, non è perché io abbia la presunzione di poterlo sostenere tutta da sola, ma semplicemente cerco nel calore di quella vecchia mano, solcata da anni di lavoro e fatica, il sostegno e l’amore che vi ho sempre trovato.

A volte per scherzare dico che non mi sposerò mai, che non troverò mai una persona in grado di supportare tutti i miei sogni, tutte le mie ambizioni ma la verità è che in cuor mio spero sempre di trovare qualcuno come lui, qualcuno che mi insegni a vedere sempre oltre i miei orizzonti, a essere me stessa e a lottare per quello in cui credo. 

E a quell’uomo che mi ha insegnato a non aver nessun limite, a dare sempre il meglio di me stessa, vorrei dire solamente che l’unica cosa che non è mai riuscito a insegnarmi è come essere grande come lui. 

Soraya Galfano

2 Commenti

    1. Soraya Galfano

      Grazie mille Darius, mi fa davvero piacere che ti sia piaciuto quello che ho scritto. A volte tendiamo a non parlar delle nostre emozioni, ma metter tutto nero su bianco fa davvero bene. Grazie ancora per il commento.
      Un abbracccio
      Soraya

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