Call me by your name, impressioni di un’incompetente

Facebookgoogle_plusinstagrammail

L’accadde oggi di Facebook mi suggerisce che circa un anno fa commentavo con tristezza la visione di La La Land, tante aspettative per un film che non mi aveva pienamente convinta.
Per la serie “recensioni di film da Oscar non richieste da parte di un’incompetente”, torno anche quest’anno con Chiamami col tuo nome e la valutazione non potrebbe essere più diversa.
Sono conscia del fatto che probabilmente ciò che scriverò sarà anche frutto di tutte le inevitabili emozioni che ho provato di fronte alla mia piazza, alla mia campagna, ai fontanili di Capralba, a quelle stradine in mezzo ai campi tra Moscazzano, Montodine, Casaletto, fino ai paesini più sconosciuti che portano a Abbadia Cerreto e Lodi, stradine che tante volte ho percorso con la mia bicicletta sgangherata nell’afa della pianura, aspettando che la calura del pomeriggio scemasse verso sera fino a sentire solo il suono dei grilli tra l’erba.

Somewhere in northern Italy… (Crema, 12-03-2016)

Ma questo è solo il contorno, è uno dei tanti accessori che solamente io e le altre persone che anche mercoledì 7 febbraio (purtroppo) affollavano il cinema di Crema abbiamo notato con prepotenza. Qualcuno ha visto solo questo perché, si sa, a Crema e dintorni il campanilismo è forte e se possono vederci anche a Hollywood non possiamo rimanere a casa, nonostante l’argomento del film non ci interessi minimamente.
Ma, dicevo, la campagna cremasca non è che un accessorio, quello che colpisce, quello che non può lasciare indifferente neanche chi di tecnicismi cinematografici non capisce niente è la maestria sapiente, mai banale, nascosta in ogni inquadratura, in ogni singolo stacco, in ogni nota del pianoforte. Call me by your name è semplicemente una storia di formazione, la descrizione di un amore dirompente che si può provare con una tale intensità solo a diciassette anni. E non importa che sia un amore omosessuale, questo non è un inno all’amore omosessuale, sarebbe potuta essere qualunque altra cosa, sarebbe potuta essere la descrizione di un amore “verso un vegetale o un minerale” (semicit.). Questa è la storia profondamente realistica delle due settimane di un diciassettenne che scopre l’amore e la sessualità, un concetto tanto semplice ma altrettanto difficile da rappresentare senza scadere nella banalità. Luca Guadagnino ha saputo rendere al meglio ogni scena, dalla quotidianità alle scene erotiche, con un realismo e insieme una delicatezza e una poesia che difficilmente ho riscontrato altrove, complici due protagonisti straordinari. L’evoluzione di una passione talmente forte da non poter essere repressa neanche di fronte alle convenienze, talmente forte da provocare reazioni psicosomatiche si mescola a strizzate d’occhio alla letteratura, alla cultura anni Ottanta, all’archeologia, al paesaggio italiano fino a creare un esplosivo inno alla bellezza da ritrovare anche solo in una statua rimasta sommersa per centinaia di anni, una bellezza, una passione che affiora e non può essere più nascosta, repressa o dimenticata sotto le onde della tranquilla quotidianità.

Moniga del Garda, non lontano da Sirmione, dove qualcosa affiora sempre (28-05-2016)

Consiglio non richiesto: se abitate a Crema e volete godervi il film in santa pace senza persone che si trovano lì solo per indicare luoghi familiari o ridere per le battute in dialetto cremasco (che va bene, l’ho fatto anche io perché è inevitabile ma poi finisce lì) per poi guardare il cellulare in altre scene perché “eh ma ancora si baciano, che schifo!” forse è meglio se comprate i biglietti per la visione delle 14. Come in tutte le cose, il problema di Crema spesso sono i cremaschi.
Consigli non richiesti, seconda parte: questo non è un film d’azione, non ci sono enormi colpi di scena, non salterete sulla poltrona; questo film è un piatto prelibato per gli occhi quindi soffermatevi sulle inquadrature, sulla luce, sulla straordinaria musica di Sufjan Stevens, non solo per Mystery of love, candidato agli Oscar come migliore canzone originale, ma anche per la superba Visions of Gideon, perfetta per la scena a cui è associata. Soffermatevi sugli sguardi, sui gesti, su parole apparentemente insignificanti perché sono fondamentali in questo film e forse costituiscono la gran parte della motivazione per la quale Timothée Chalamet è candidato a soli ventidue anni all’Oscar come miglior attore protagonista. Proverò a spiegarvi il perché con un paragone letterario, T.S. Eliot definì nel 1919 il correlativo oggettivo in poesia:

Una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi pronta a trasformarsi nella formula di un’emozione particolare.

In Chiamami col tuo nome succede esattamente questo. Nessuna voce fuori campo vi dirà cosa sta provando Elio, nessun diario apparirà per svelarvi i suoi pensieri più profondi, allora osservate “oggetti, situazioni, catene di eventi”, sguardi, gesti, ascoltate ogni singola parola, sono tutti questi elementi che vi mostreranno i suoi sentimenti.

Armie Hammer e Timothée Chalamet alla Berlinale 2017

Assurdità da condividere (non richieste): mentre scrivo in TV stanno passando il trailer di Cinquanta sfumature di rosso. Vorrei rendervi coscienti del fatto che questo film è distribuito in poche sale d’Italia con una pubblicità pari a zero. Questa storia è accessibile a tutti perché ognuno di noi può condividerla anche solo nelle emozioni descritte, eppure tanti commenti sono stati negativi perché si basano ancora una volta su pregiudizi. Scuserete il nuovo paragone letterario, come un’opera letteraria alta, un film d’autore può essere pienamente apprezzato da una cerchia ristretta di persone ma le letture sono tante e quella della comprensione più superficiale è la complessità dei sentimenti che sappiamo capire perché li abbiamo provati.

So che d’autunno non fa esattamente lo stesso effetto… (Laghetto dei riflessi, Ricengo, 11-11-2017)

Ma tant’è, teniamoci il livello di tanti film sull’argomento, farciti di banalità, di scene di sesso rozze, di luoghi comuni, ma teniamoci anche tutte quelle pellicole così care ai sociologi della domenica, quelle che devono mostrare la bontà di un amore omosessuale a tutti i costi, come se fosse tutto perfetto, come se fosse, appunto, un inno da urlare in un megafono perché arrivi alla gente. Lasciamo da parte, invece, il realismo poetico di questa storia, una storia tanto vera da mostrare tra le righe tutto ciò che altri hanno dovuto sbattere in faccia allo spettatore per renderlo chiaro perché non hanno saputo fare diversamente.

Daniela Marchesetti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *