Ho intervistato Giorgio Poi

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Redigo questa intervista con molto ritardo e con i Phoenix nelle orecchie, cogliendo anche l’occasione per invitare (chi ancora non conoscesse Giorgio) il 20 marzo al Fabrique di Milano, perché è stato scelto proprio lui come opening act del concerto dei Phoenix.

Ma come sempre, presa dall’entusiasmo, sto dicendo troppo e subito. Andiamo per gradi. Qui intanto vi spiego perché io stravedo per Giorgio Poi e cosa ci siamo detti quando il 06/01 l’ho incontrato a Messina al Retronoveau prima di una sua esibizione.

Abbiamo apprezzato molto il video in time-lapse di “Acqua minerale”, che poi rappresenta il resoconto della vostra vita in tour. Cosa ha significato questo 2017 on the road? E soprattutto ”il brutto torcicollo frutto di pensieri troppo scomodi e pesanti” è passato? O rappresenta una costante della tua vita?

Sì il video fa riferimento alla prima parte del tour. Il torcicollo resta, per tutta la vita. È quel fastidio che ogni tanto torna, a volte non lo senti ma c’è. Poi alla fine pensieri, preoccupazioni ce li abbiamo tutti. Sicuramente questo anno è stato un bellissimo anno, mi sono alleggerito da certe pressioni che sentivo. Non sapevo bene cosa stessi facendo della mia vita prima, ma sono contento ora di trovarmi in una posizione in cui posso continuare su questa strada e fare un altro disco con tranquillità. Questo 2017 è stato l’anno della consapevolezza, poi questo tour tutto in Italia per me è stata un’esperienza che non avevo mai fatto, ma che avevo voglia di fare.

Il 20 marzo sarai l’opening act dei Phoenix a Milano. Possiamo vederlo come un indizio di future collaborazioni straniere? O un possibile nuovo lavoro in una lingua diversa?

Al momento ho voglia di scrivere in italiano. Ho sempre scritto in inglese. Per me adesso l’italiano è il nuovo giocattolo e sono molto entusiasta di queste parole un po’ familiari ma anche un po’ nuove nella scrittura, quindi per adesso mi diverto così. Collaborazioni al momento non lo so. Per quanto riguarda i Phoenix sono molto contento, dal momento in cui mi hanno chiamato per dirmi “Giorgio i Phoenix hanno chiesto di te, ti vogliono conoscere.”

Se tu ne avessi la possibilità, con quale artista italiano e/o straniero vorresti assolutamente collaborare?

Mi piacerebbe davvero tanto collaborare con Connan Mockasin, mentre tra gli italiani sicuramente con Paolo Conte.

Sei partito da Novara, poi Lucca, Londra e Berlino, dove peraltro è nato “Fa niente” (album 2017). La necessità di scrivere un disco in italiano adesso è da considerare come l’esito di una ricerca attenta di questo tuo linguaggio figurato ed evocativo, tipico di tutti i tuoi testi? Si nota una certa attenzione che hai messo nella scelta delle singole parole

In realtà anche in provincia di Pisa, poi Roma e adesso Bologna. Inoltre a Berlino si chiuderà il tour tra un mese, a un anno dall’uscita del disco quindi torno lì dove tutto ha preso vita. Aver scelto l’italiano come lingua è stata una scelta musicale, a livello di suono volevo proprio questa lingua. Sentivo che per le cose che stavo scrivendo avevo bisogno di questi suoni più tondi, propri dell’italiano che è poi è una lingua molto versatile, ha tantissime sfumature. È venuto fuori così anche perché era una lingua che non stavo utilizzando molto: avendo vissuto 11 anni all’estero lo parlavo pochissimo. Paradossalmente ho iniziato a guardare film e ad ascoltare più musica in italiano quando sono andato via dall’Italia e per questo ha acquisito per me un sapore diverso. Dopo anni è nato il desiderio di scrivere in italiano, quasi come se stessi scegliendo qualcosa di “esotico”. Così come è successo anche ai Phoenix, abbiamo subito il fascino dell’Italia nello stesso modo: dall’esterno.

In “Paracadute” ci canti “i tuoi sogni non li racconti mai”. Ci fai uno strappo alla regola? Quale sarebbe il più bel sogno da realizzare nel 2018?

I miei sogni li ricordo solo nel momento in cui mi sveglio, poi li dimentico. Una volta li scrivevo perché c’era qualcosa che mi colpiva, forse dovrei ricominciare. Ma no non te lo posso raccontare un sogno. Nel 2018 sicuramente mi fermerò, sarò qui in Italia. Sai questo mestiere bellissimo che faccio si divide di due momenti netti ugualmente importanti: da una parte il tour, il contatto con la gente che ti segue e dall’altra il momento chiusura, di tranquillità in cui mi concentro su delle cose specifiche, sulla scrittura e sui suoni. Mi piacciono entrambi ed entrambi alla lunga stancano, perché ti ritrovi a essere sempre sotto il giudizio di qualcuno. In tour sei più oggetto degli altri, speri che la gente abbia apprezzato il lavoro, si presenti alle date. Nel secondo momento sei sotto il tuo personale giudizio, o ti piace o non ti piace. E se non ti piace la devi cambiare, il giudizio tuo personale è assolutamente il più importante.

In tutto il tuo disco è presente una dicotomia tra la tranquillità della natura (il mare poi è citato in molte canzoni ed è elemento principale di una cover che hai portato in tour, “Mare d’inverno” di Loredana Bertè) e la frenetica vita in città super trafficate. Quanto è realmente presente in te questo contrasto tra il desiderio di una vita “al mare su palafitte a forma di astronave” e l’aver scelto di vedere “come il traffico corre per la citta”?

Mi sono accorto che scrivo di ciò che non ho. Non ho mai vissuto sul mare o vicino alla natura, ma sempre in grandi città e  soprattutto a Londra ho sentito tantissimo la lontananza dalla natura. Vorrei sempre scappare, però magari se poi vado a vivere sul mare o in campagna dopo un po’ mi ritroverai a scrivere canzoni d’amore per la città, quasi sicuramente. Un eterno insoddisfatto.

 

Valeria Cascio

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