La Germania e quel che ne rimane

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Albrecht Dürer, L’Apocalisse, 1496-98, Staatliche Kunsthalle, Karlsruhe, Germania

Il nazismo era l’ombra che si estendeva su tutta la Germania, condannando una cultura alla sua fine.

La sfida che si propose nel secondo dopo guerra di accettare e superare il Nazismo non solo è fallita, ma non è stata mai stata veramente posta. Gli storici, i pensatori e sociologi degli anni ’70 e ’80 tentarono maldestramente di rimuovere l’onta del nazionalsocialismo e di Hitler, considerandoli una caduta, una semplice emanazione di quella categoria che è l’ideologia. L’ideologia divenne così per 40 anni sinonimo di male assoluto, di errore. Il processo anti-ideologico, il lavorio della cultura degli ultimi 50 anni ha fatto in modo che qualsiasi pensatore o scrittore che avesse la sfortuna di finire nella categoria ideologico, fosse condannato per sempre.

Come molte delle etichette che diventano di moda nei circoli letterari, anche il termine ideologia ha perso il suo significato iniziale (se mai ce ne fu uno univoco) diventando un’espressione prêt-à-porter. Così si finì per utilizzarlo per qualsiasi dittatura del 1900 e lo stesso nazionalsocialismo fu lentamente appiattito a una delle ideologie, uno dei drammi che schiacciarono il XX secolo. Era un progetto destinato però a fallire e questo fu lampante quando lentamente pensatore dopo pensatore, scrittore dopo scrittore, la cultura tedesca finì sotto l’ala di una censura senza fine.

Der Spiegel, n. 24, 1981

Negli anni ’50 fu il momento di Friederich Nietzsche, causa anche l’infelice matrimonio della sorella con Berhard Förster strenuo sostenitore del progetto di una razza ariana. Si ritiene doveroso ricordare che dobbiamo al lavoro di due grandi filologi e filosofi italiani Giorgio Colli e Mazzino Montinari la ripresa e la pubblicazione della prima edizione critica dei testi nietzschiani. Edizione che segnò il successo della casa editrice Adelphi, poiché la famosissima casa editrice Einaudi (allora sotto la guida di Italo Calvino e Giulio Bollati) si rifiutò di pubblicare i testi del nazista Nietzsche. Inoltre l’archivio Nietzsche si trovava a Weimar che era allora nel territorio della DDR (Repubblica Democratica Tedesca) e per gli studiosi occidentali non era di facile accesso. Fu la tessera del partito comunista italiano (PCI) di Montinari che permise di aggirare questa difficoltà.

Questo episodio mostra come la censura avesse superato di molto la terra d’origine e fosse parte di una sub-cultura ormai europea. D’altro lato lo stesso Nietzsche si rapporta a sua volta con Goethe, Höldelrin, Wagner. Ci si trova dunque in scacco; chi è da eliminare, chi troppo vicino al nazismo? Quale criterio può essere valido per determinare una simile scelta, tutta la cultura tedesca sarà allora colpevole? Non si deve rimanere stupiti se qualcuno risponde ancora oggi affermativamente, finendo per accusare l’intero pensiero occidentale della nascita dell’antisemitismo.

Johann Wolfgang von Goethe ritratto da Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, 1787, Standel, Frankfurt, Germania

Come dimenticare inoltre il caso Martin Heidegger, che dopo il famoso discorso del 1933, quello conosciuto come il discorso del rettorato, e alla fine della guerra subì processi ed è ancora oggi vittima di una forte censura. È interessante come attacchi che furono di Emmanuel Faye negli anni ’70 siano velocemente tornati di moda oggi, dopo la pubblicazione dei Quaderni Neri (che di nero hanno solo il colore).

Il rimosso è qualcosa che tormenta la psiche e tenta di manifestarsi in forme diverse. Il tentativo di condannare ed eliminare il nazionalsocialismo dalla memoria tedesca (e quindi europea) cade nell’assurda pretesa di poter sezionare la cultura come un cadavere.

Eppure il processo di rimozione non si ferma, e prosegue negli anni della Germania divisa, alla caduta del muro la nazione è completamente devastata, e prosegue arrivando fino ai giorni nostri. Ma se questo lavoro di censura, di condanna ha lavorato ininterrottamente per 80 anni di cosa parliamo oggi quando diciamo cultura tedesca? Ebbene di nulla. Per capire la situazione in cui versa quella che per due secoli è stata la culla della cultura europea, bisogna concedersi di respirare l’ambiente accademico. Nelle cattedre di filosofia, padroneggia quella analitica (filosofia della mente, della scienza) che nasce in terra inglese e ha fortuna su suolo americano, in filosofia politica si propone il pensiero liberale di origine di nuovo inglese, e qualche tenace pesatore del marxismo; su un’isola franca riposano i filosofi francesi.

Il filosofo Martin Heidegger

Nel 1936 M. Heidegger scriveva che ciò che era stato posto da Hölderin e Nietzsche era un interrogativo sul compito del popolo tedesco, l’alternativa era coglierlo o lasciare che la storia si vendicasse su di loro. In un momento in cui le parole “popolo” e “compito” risultano così scomode, quella di Heidegger suona oggi come una profezia. Se si crede che le vendette storiche si consumino sotto le bombe della guerra non si è capito che cos’è la storia. La vendetta è arrivata, ma non dagli aerei inglesi e americani. L’eliminazione di una cultura è il sale con cui si può impedire definitivamente la rinascita di una terra. La colpa diventa ora la nuova legge, la chiave dello spartito con cui leggiamo la storia europea e mondiale. Passato e presente sono viziati però dallo stesso sguardo e finiamo così col giudicare allo stesso modo i nuovi conflitti che si consumano in medio Oriente. Quanti hanno spesso ripetuto il ritornello del “abbiam portato noi la guerra da loro, ora ripagano con la stessa moneta”? Dobbiamo ancora pagare, espiare. Nessuno è ancora abbastanza pulito, abbastanza innocente. Come in un film dell’orrore che si rispetti ci si continua a lavare le mani sporche di sangue, ma queste sembrano sempre più sudicie. La colpa che si fa ideologia è la più pericolosa e la più revisionista, riscrive la storia, detta le condizioni del futuro.
Il pensiero economico del profitto, che contrariamente a come vuole il pensiero marxista non è la legge della storia, trova maglie larghe in cui infilarsi. Come del resto insegnava Marx Weber colpa e profitto vanno spesso d’accordo.

La marcia schizofrenica di una cultura così fatta si dirige a passi veloci verso un dirupo creato dallo stesso Zeitgeist, l’ignorato spirito del tempo. Il silenzioso suicidio di una cultura millenaria.

Chiara Provale

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