Frida Kahlo. Oltre il mito

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La fine della sessione d’esami ci ha concesso dei giorni di tregua prima dell’inizio delle lezioni e quale modo migliore per ingannare il tempo se non gettarsi a capofitto nell’intenso panorama culturale che ci offre la nostra splendida Milano?

Al MUDECMuseo delle Culture di Milano è finalmente in scena l’evento che tutti gli appassionati stavano aspettando: Frida Kahlo. Oltre il mito, un progetto espositivo frutto di sei anni di studi e ricerche che si propone di delineare una nuova chiave di lettura attorno alla figura dell’artista messicana più famosa e acclamata al mondo.       

In un’unica sede espositiva per la prima volta in Italia e dopo quindici anni dall’ultima volta, ci sono tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, le due più importanti e ampie collezioni di Frida Kahlo al mondo; oltre a ciò, la partecipazione di autorevoli musei internazionali che prestano alcuni dei capolavori dell’artista messicana mai visti nel nostro Paese (tra i quali, il Phoenix Art Museum, il Madison Museum of Contemporary Art e la Buffalo Albright- Knox Art Gallery).

Frida Kahlo dopo un’operazione, fotografata dal cugino Antonio Kahlo, 1946

Per quanto possa sembrare paradossale, è proprio il gran numero di eventi espositivi dedicati a Frida Kahlo che ha portato a ideare questo nuovo progetto

spiega il curatore della mostra, Diego Sileo

perché – contrariamente a quanto appare – la leggenda che si è creata attorno alla vita dell’artista è spesso servita solo a offuscare l’effettiva conoscenza della sua poetica.

Fino ad oggi la maggior parte delle mostre su Frida Kahlo si sono limitate ad analizzare, con una certa morbosità, i suoi oscuri traumi familiari, la sua tormentata relazione con Diego Rivera, il suo desiderio frustrato di essere madre e la sua tragica lotta contro la malattia.

L’opera si è vista quindi radicalmente rimpiazzata dalla vita e l’artista irrimediabilmente ingoiata dal mito

conclude Sileo.

L’appuntamento milanese evidenzia come Frida Kahlo nasconda ancora molti segreti e racconta – attraverso fonti e documenti inediti svelati nel 2007 dall’archivio ritrovato di Casa Azul (dimora dell’artista a Città del Messico) e da altri importanti archivi qui presenti per la prima volta con materiali sorprendenti e rivoluzionari (archivio di Isolda Kahlo, archivio di Miguel N. Lira, archivio di Alejandro Gomez Arias) – nuove chiavi di lettura della sua produzione.

Una delle più affascinanti, a mio parere, è quella riguardante la concezione della donna e il suo ruolo all’interno di un mondo che cambia a una velocità inaudita e inattesa.

Frida Kahlo è stata la prima artista donna a fare del proprio corpo un manifesto, a esporre la propria femminilità in maniera diretta, esplicita e, a volte, violenta, rivoluzionando irrevocabilmente il ruolo femminile nella storia dell’arte. In molte delle sue opere Frida si focalizza sulla condizione della donna e sul suo stesso corpo che diventa indizio, segno e gesto attraverso il quale confrontarsi con tematiche attinenti ai miti sregolati della tradizione pre-ispanica, all’identità di genere e a una femminilità dissoluta nella sfera pubblica.

Il corpo di Frida, immolato sotto gli sguardi impietosi del pubblico è, allo stesso tempo, un corpo politico e sacrificale, un corpo che reagisce e rivendica, più in generale un ruolo di uguaglianza. I suoi ritratti e autoritratti diventano segno poetico e trasposto dell’artista in strategie estetiche che mirano a sottolineare la sofferenza, la fragilità e la poderosa emotività del genere umano.

Il corpo per Frida è in sé scrittura, un sistema di segni che rappresentano, traducono la ricerca indefinita dell’uomo, le sue paure, le sue ansie, i suoi desideri inconsci, le sue relazioni con il tempo, inteso però come però come entità indefinita, senza inizio e senza fine. Attraverso la ritrattistica l’artista ricostruisce tra il soggetto rappresentato e gli altri una sorta di situazione neo natale, dove si accoglie il linguaggio gestuale del corpo. Si delinea così un suo caratteristico “linguaggio del corpo” attraverso una serie di lavori rivolti al pubblico, in cui Frida cerca di toccare la profondità dell’essere umano attraverso i dispositivi di sofferenza e privazione.

Interessante è anche il rapporto con Diego, storico amante della pittrice, da cui la sua poetica artistica è assolutamente inscindibile. Sebbene i curatori della mostra si siano premurati di non far assurgere a protagonista il rapporto tra i due artisti, che i sentimenti verso il muralista abbiano pesantemente condizionato l’arte di Frida è assolutamente innegabile. Quello che però emerge dalle fotografie, dalle lettere e dalle opere è un rapporto contrastato, altalenante ma forte e passionale.

Il loro fu amore a prima vista.  Diego era un libertino e lei in parte di conseguenza; ebbe rapporti con altri uomini e donne, tra i quali il rivoluzionario russo Lev Trotskij, il poeta Andrè Breton e la militante comunista e fotografa Tina Modotti. La stessa pittrice più volte dichiarò che più il marito la tradiva più lei era portata ad amarlo. La Kahlo era così: romantica, passionale, attaccata alla vita, all’amore e al suo uomo. Come se non bastasse, altri drammi resero più difficile la loro unione, come il desiderio irrealizzabile di una famiglia. La povera Frida, a causa dell’incidente che ebbe a diciassette anni, non riusciva a portare a termine le gravidanze e abortì tre volte. Nonostante i drammi personali, politici e i tradimenti Diego decise di tornare dalla sua amata. Era il 1940 e alla pittrice rimanevano solo pochi altri anni di vita: nel 1954 a causa di una polmonite bronchiale la guerriera dell’arte saluto il suo amato sapo-rana (rospo-rana).

Lui, lei, l’arte, eccola la vera triade alla base del rapporto. La loro unione partiva dall’attaccamento viscerale per il loro Paese: il Messico. Le opere di entrambi si richiamano fra loro nello stile e nei temi: la vita e la morte, la rivoluzione e la religione, il realismo e il misticismo. Gli altri, le altre, in fondo, non contavano quanto il loro amore, come disse la stessa pittrice:

Perché dovrei essere così sciocca e permalosa da non capire che tutte queste lettere, avventure con donne, insegnanti di “inglese”, modelle gitane, assistenti di “buona volontà”, le allieve interessate all’ “arte della pittura” e le inviate plenipotenziarie da luoghi lontani rappresentano soltanto dei flirt? Al fondo tu e io ci amiamo profondamente e per questo siamo in grado di sopportare innumerevoli avventure, colpi alle porte, imprecazioni, insulti, reclami internazionali – eppure ci ameremo sempre… Credo che dipenda dal fatto che sono un tantino stupida perché tutte queste cose sono successe e si sono ripetute per i sette anni che abbiamo vissuto insieme e tutte le arrabbiature da cui sono passata sono servite soltanto a farmi finalmente capire che ti amo più della mia stessa pelle e che, se anche tu non mi ami nello stesso modo, comunque in qualche modo mi ami. Non è così? Spero che sia sempre così e di tanto mi accontenterò. Amami un poco, io ti adoro, Frida.

Il percorso della mostra si chiude in una piccola stanza buia e claustrofobica le cui pareti sono tappezzate dalle fotografie dei luoghi teatro degli ultimi giorni di vita della pittrice. Quello che emerge è il volto nudo e crudele di una sofferenza che non lascia scampo a nessuno. Democraticamente attanaglia e distrugge tutti i figli della vita, anche – o forse soprattutto – gli artisti.

Di Frida ci rimangono le sue opere. Potenti, evocative, mai scontate e banali. Nelle pennellate piene, nei colori vivi e mai spenti, banali, si cela un messaggio senza tempo, quello di una donna che ha fatto dell’amore e dell’arte il centro della sua intera vita.

Soraya Galfano

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