Il fenomeno dell’inflazione

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«Sia l’inflazione che la deflazione hanno prodotto gravi danni. Entrambi i processi operano sulla distribuzione della ricchezza fra le varie classi e, sotto questo aspetto, l’inflazione risulta peggiore. Entrambi i processi agiscono anche come accelerazione o rallentamento della produzione di ricchezza, ma in questo caso più dannosa è la deflazione.»

(John Maynard KeynesKeynes, John Maynard, and Silvia Boba. Esortazioni e profezie. Il Saggiatore di A. Mondadori, 1968.)

L’inflazione è quel fenomeno alla base del quale i prezzi di beni o servizi (stiamo parlando di prezzi al consumo, quindi il prezzo “finale” del bene ovvero quello pagato dal consumatore) tendono a variare nel tempo.
Essa è la principale rappresentanza del cosiddetto “costo della vita”, misurato ricorrendo a degli indici dei prezzi al consumo.
Nel vecchio continente troviamo Eurostat che si occupa delle rilevazioni utilizzando principalmente l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, indice che consente di effettuare delle comparazioni tra tutti i paesi dell’UE e con altri paesi.

Il fenomeno inflazionistico preoccupa non poco gli economisti per le distorsioni di natura economica e sociale che potrebbe comportare e che sono strettamente legate a una redistribuzione della ricchezza. Trattasi di un fenomeno generato da shock di natura endogena (un eccesso di domanda di beni e servizi rispetto all’offerta) e di natura esogena (aumento dei prezzi delle materie prime importate): questi repentini cambiamenti possono generare delle variazioni non proporzionali dei prezzi e degli stipendi/salari. La principale conseguenza è da ritrovarsi nella distorsione riguardante la distribuzione dei redditi (i redditi dei pensionati aumentano in modo meno evidente rispetto ai redditi dei lavoratori dipendenti); si crea un clima di profonda incertezza relativamente alle decisioni future di investimento da parte degli imprenditori e delle imprese che subiscono fortemente le variazioni dei prezzi. Se non vengono previste a livello centrale delle misure di correzione, ne risente fortemente anche il sistema fiscale che si adegua di conseguenza, aumentando di fatto i  livelli  di tassazioni medi che vanno a pesare sugli individui (fenomeno del  fiscal drag, ovvero i redditi imponibili vengono spinti verso le aliquote marginali superiori facendo in questo modo aumentare l’imposizione media).

Se il forte aumento tendenziale dei prezzi crea delle distorsioni di natura economica, lo stesso effetto lo produce  la  loro  tendenziale  diminuzione: questo processo prende il nome di deflazione. In estrema sintesi potremmo addirittura affermare che la deflazione è un fenomeno ben più “grave” dell’inflazione in quanto tende a generare una depressione economica che si autoalimenta in continuazione. La riduzione dei prezzi, infatti, tende a far rinviare spese per consumi e investimenti, riduce i fatturati delle imprese e disincentiva il risparmio delle famiglie.

Gli economisti teorizzano che l’inflazione debba esistere, tuttavia il il livello ottimale su cui si dovrebbe assestare sta nel range “maggiore  di zero e inferiore al 3%”. Questo perché, in presenza di un tasso di inflazione “troppo basso”, non siamo  in deflazione ma non abbiamo nemmeno spinte inflazionistiche: un chiaro segnale di debolezza generalizzata del sistema economico del paese che da un momento all’altro potrebbe cadere in deflazione, senza avere i vantaggi dello stimolo alla crescita prodotto da un’ inflazione moderata.

In casi come questo i governi con le loro banche centrali cercano di inserire stimoli inflazionistici nell’economia: una politica monetaria particolarmente espansiva e una politica fiscale (spesa pubblica) molto espansiva.

Luca Brambilla

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