Dove stiamo andando?

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I due termini che sono più in voga nell’ultimo periodo sono populismo e tecnocrazia. Per quanto ci possano sembrare distanti come termini, è obbligatorio associarli. La questione che li lega sta nel capire chi è che conosce il bene per la nostra società di oggi: questo saper cosa fare sta nel popolo o nei “tecnici”? Nella sua drammaticità esempio lampante è il referendum per la Brexit. Si poteva lasciare al popolo il giudizio su una questione così complessa come il rimanere o meno dentro l’Unione Europea? In questa fase storica vi è un grande problema quindi, non si sa chi deve decidere e soprattutto come decidere in quanto i sistemi sono diventati molto complessi: né il popolo né i “tecnici” sono capaci di poter agire.

La politica torna dentro interpretando quelle istanze di trasformazione sociale, la gente non è contenta, la gente non sta più in quell’immaginario della crescita illimitata neoliberista, chiede delle soluzioni in termini di protezione e la politica oscilla tra il dire “vi proteggo io” e l’“aggiustare la macchina in modo tale che voi possiate tornare contenti”. Il post 2008 ci consegna questa oscillazione tra il populismo e la tecnocrazia, ossia tra il “gestire e riparare la macchina per farla ripartire” e il tradurre questo malumore diffuso cavalcandolo politicamente, cercando di porre un limite difficile da porre dopo una corsa come è stata quella della prima società tecnica. La politica torna in campo in quanto chiamata dal fallimento della tecnica e la questione è capire quindi come torna in campo. A tal proposito il politologo tedesco Carl Schmitt ci viene incontro con l’opera “Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum»”. La politica è dove c’è la terra, non dove c’è il mare. Il mare, a differenza della terra, non permette la stabilità, non permette la possibilità di tracciare dei confini: esso è un elemento inaffidabile sul quale non ci può essere vita politica (che quindi può essere solo sulla terra). Il mare è quindi associato alla tecnica, vi è assenza di politica poiché la tecnica come il mare non permette quella stabilità e quella definizione che è la sostanza della politica. Dove tra il 1989 e il 2008, nel mare della tecno-economia globale, vi era un’unica politica, invisibile rispetto alla globalizzazione e alla finanziarizzazione della società tecnica; ora la politica è risposta di quel disagio sociale che si è generato con la crisi dello scambio finanziario-consumerista. Torna il tema della terra.

La parola “terra” può avere tre significati in tedesco. Il primo significato è “afferrare”, “conquistare”. La terra è il luogo dove ci si installa attraverso la conquista e dove si consolida il proprio potere. La politica quindi in questa crisi della tecnica rischia di ritornare in termini di conquista, nella sua forma più cruda come guerra. Il secondo significato dice Schmitt è quello di “delimitazione”, “confine”. Questo è un tema presentissimo nel dibattito politico odierno ma anche nei fatti con la costruzione di muri in tutto il mondo, si tendono a creare delle divisioni. Nel momento in cui il mare della tecnica entra in crisi si ha un ritorno della politica come ridefinizione del confine, il neoliberismo è sparito in questo contesto storico-sociale. Il terzo e ultimo significato verte sul “coltivare”, la terra è politica perché si coltiva.

E quindi sorge spontanea la domanda, dove stiamo andando? O meglio, dove vogliamo andare? Le elezioni del 4 marzo ci hanno dato una linea guida: il primo partito è il MoVimento 5 Stelle, ma le elezioni hanno anche un altro vincitore ossia la coalizione (molto frammentata) di centrodestra a trazione leghista. Il M5S è sicuramente quella forza politica anti-establishment, insieme a Lega e Fratelli d’Italia, che al bivio tra populismo e tecnocrazia è ben identificabile la direzione che dovrebbero prendere. Il punto quindi sta nell’identificare verso quale concezione di terra-politica si andrà a finire. Siamo sicuri di lasciare al popolo tutte le decisioni in qualsiasi campo? Andando oltre il fatto che per l’articolo 75 della Costituzione Italiana «non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali», sarebbero pronti a lasciare al popolo la decisione di uscire o meno dall’UE o dall’eurozona? Saranno capaci di adattarsi alle varie problematiche nazionali e internazionali che affliggono il mondo d’oggi? Che aiuti avranno le imprese nello sviluppo sostenibile e nel ritorno sociale in termini di istruzione e welfare?

È importante ricordare che il populismo è un pensiero debole e non si fa portatore di una concezione assoluta, imprescindibile, ma ha alla base degli elementi, tra i quali il più importante resta l’appello al popolo, che vengono gestiti e mutati in modo specifico a seconda dei diversi contesti, temporali e politico-istituzionali.

Matteo Abbà

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