Aldo Moro, a quarant’anni da via Fani

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La violenza talvolta, una confusione a un tempo inquietante e paralizzante, il semplicismo, scarsamente efficace di certe impostazioni sono sì un dato reale e anche preoccupante. Ma sono, tuttavia, un fatto, benché grave, di superficie. Nel profondo, è una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia.

Aldo Moro

Via Trionfale, quartiere di Monte Mario, zona nord residenziale di Roma, calma, quiete, tranquillità. Sono 10 alle nove, è una mattina di marzo. Strano, mi si sovviene, sembra quasi che Roma venga scossa da eventi terribili solo nella metà di marzo. I quiriti lo sapevano bene, tanto che delle Idi è giunta voce sino a noi, si sono ripercosse negli eventi storici come un’eco, anzi un fantasma che neanche dopo la prosperosa età aurea dell’Impero sembra essere andato in pace. Solo che, questa volta, un uomo politico dello stesso calibro del Divus Caesar nel palazzo senatorio, nei luoghi del potere così odiati dai rossi, neanche ci arriverà.

Il vento, il Ponentino che i romani conoscono bene, quella mattina soffia più vigoroso che mai, preannunciando quella che è la primavera gentile che da secoli arriva nella Capitale con il volteggiare delle rondini attorno alle guglie dei campanili e delle cupole. C’è un sole piacevole mentre gli uomini della scorta Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, o lo stesso Maresciallo Leonardi, tutti morti nell’agguato di via Fani, sistemano le borse, le carte dei lavori parlamentari e le tesi sul sedile posteriore di quello che per loro è semplicemente il Prof. Moro. Sì! Il presidente, l’onorevole era anche, anzi soprattutto un professore, il professore: così chiamato dai suoi studenti universitari legati a lui da un doppio filo, quello della docenza, ma soprattutto dell’amicizia, anche se lasciava intuire ai suoi ragazzi che un mino di sforzo per la sufficienza andava fatto lo stesso ai fini dell’esame.

Non tutti ne sono a conoscenza, ma quella mattina la fiat 130 blu, con a seguito l’alfetta d’ordinanza prima di recarsi a Montecitorio per la fiducia al governo, si sarebbe lanciata in direzione della Sapienza di Roma, dove i suoi studenti attendevano per discutere la tesi in diritto penale e procedura penale con quel professore che tanto amava la politica, tanto che era restio ad averla come argomento principale in classe. I giovani, sì: Aldo Moro era ripartito da lì, dopo la parentesi chiusa al governo durante la seconda metà degli anni ’60 e la caduta della sua linea politica di apertura a sinistra, Moro era ripartito più rinvigorito che mai dai ragazzi.

La sua nuova avventura partiva dalla contestazione, da Valle Giulia, dal sessantotto.

La mente dello statista aveva come non mai analizzato la trepidante successione degli eventi, delle storture, dell’ampliarsi del desiderio di nuove speranze richieste da ragazzi che vedevano nel futuro solo incertezza; la visione di un diritto degli altri, anche dei più lontani, che a una mente di fine intellettuale non sfugge. Il fatto stesso che i giovani sentendosi a un punto nodale della Storia la interrompano e generino una crisi, è il fattore che nel sessantotto e durante gli anni settanta ha fortemente generato quel humus fertile in cui ha trovato radici una sottocultura criminale che è diventata la mano armata di quel giovane neanche trentenne Mario Moretti, che ha premuto ripetutamente il grilletto contro il SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali) incarnato dall’altrettanto trentennale attività politica di uno statista come Moro.

Del resto i fatti che si sono succeduti in quei cinquantacinque giorni, tra dolori e disperazione dei famigliari, dei compagni di partito, della nazione, ma anche dei nemici, sono noti alla cronaca e il tempo non dà possibilità di soffermarvisi ulteriormente.

Quello che colpisce, che si palesa agli occhi di chi attentamente guarda alla filosofia di Aldo Moro, è l’interesse che egli aveva nel capire, nell’affrontare i problemi della sua società. Del resto gli anni ’70 e gli anni 2000, in un certo qual modo, presentano ancora molte similitudini (qui mi fermo alla fervida mente critica del lettore!); un progetto quello di Moro di voler rispondere alle istanze di “cambiamento” e di “un travaglio doloroso dal quale doveva nascere una nuova umanità”. Sembrano vecchi pensieri, vecchie esigenze, ma sono così vorticose e confuse tanto da non averci abbandonato, sì come quel fantasma di Giulio Cesare che fa tornare ancora i gladiatori presso le rovine di torre argentina a commemorare una morte di mille e mille anni fa.

Sembrano vecchi pensieri, vecchie esigenze, ma sono vorticose e confuse tanto da non averci abbandonato, sì come quel fantasma di Giulio Cesare, che fa tornare ancora i gladiatori presso le rovine di Torre Argentina a commemorare una morte di mille e mille anni fa.

La politica, l’Occidente non coltiva più la speranza né il senso di possibilità di poter cambiare: nell’eloquio – ci ricordava Elias Canetti – tutto si genera e prende forma, nelle parole si avverte un sentimento di rinnovamento, nell’austerità del silenzio si plasma il vuoto ed è qui che la politica coltiva la sua paura interpretando la rabbia dei cittadini. Moro se n’era accorto, aveva capito le esigenze di un paese che ora come quaranta anni or sono era uscito da una stagione elettorale che aveva designato più di un vincitore. Nelle parole, nella forza del dialogo, gli incontri con Berlinguer, le notturne nello studio di via Savoia 18 in cui si era formato e si doveva portare avanti questo disegno in un’Italia dalla passionalità intensa, colorata oggi di giallo e verde, dalle strutture fragili di nuovo in bilico. E’ in un simile momento di incertezza che si deve chiedere quella docile, educata flessibilità dell’attenzione all’altro per poter governare questa nostra navicella appesa al filo della crisi. Per questo è necessario rincontrare quel fantasma, il fantasma di un uomo venuto da lontano, dal meridione, dalla guerra, dall’Azione Cattolica di Mons. Montini, come scriveva Leonardo Sciascia nel suo libro, un tempo che l’Italia deve ritrovare e, mi viene da aggiungere, non rievocare.

Strappare l’immagine e l’eredità politica e giuridica di Moro dal sequestro, riportarlo alla politica, all’Italia di oggi di cui aveva avvertito e concepito il pericolo e da cui che voleva salvare.

Un atomo di verità e qualche voto in meno; un atomo di giustizia, non solo di pene, giustizia di transizione che riconcili e torni a legare la frattura che l’immagine e il ricordo di Moro evocano nell’immaginario collettivo e personale. Solo così, forse, quel bagno di sangue, quella supplica disperata dei giovani potrà trovare compimento nella storia di quell’uomo, mite, buono, rassicurante e protettivo che è stato Aldo Moro.

Luigi Cavarocchi

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