Genere e Szechuan Sauce

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Della Disney si è parlato in ogni possibile variante e sfumatura: sessisti, omofobi, poi troppo democratici poi troppo repubblicani, poi troppo poco liberali e poi troppo poco conservatori. In molti casi con l’obiettivo di screditare la Disney di quella sua aurea di fatata “fabbrica di sogni”, e mostrarla più come una macchina propagandistica dello Status Quo.  

E così, negli anni, ci siamo divisi: una minoranza (anche se numerosa) non ha idea di chi sia Jafar, e chi – come me – dimenticherà prima i nomi dei propri nipoti che le canzoni di Hercules.

Questo pezzo, tuttavia, non è solo per chi con i Classici Disney ci è cresciuto, ma vorrei portare voi lettori in un piccolo viaggio all’interno di cosa si cela dietro a uno di questi, almeno per me: il mio film preferito per bambini, di sempre e da sempre, è Mulan.

((A questo punto, so già che alcuni dei lettori staranno ridendo perchè io e la protagonista abbiamo qualche caratteristica somatica simile: ah ah ah.))

Da bambina mi piaceva il fatto che fosse una ribelle, con un rapporto conflittuale con l’autorità. Ironico che continui a piacermi per gli stessi motivi. Ogni volta che rivedo Mulan mi conferma essere il primo, forse l’unico, vero film contro le discriminazioni di genere della Disney. Di primo acchito chiunque direbbe che questo film è una denuncia della società estremamente patriarcale, tale quella cinese, ma credo invece sia qualcosa di molto più di una denuncia: un vero manifesto, formato bambini, dell’indipendenza dal proprio ruolo di genere.

Facciamo allora un passo indietro, qual è la trama? Una giovane ragazza cinese scappa da casa vestita da uomo per arruolarsi nell’esercito e salvare quindi suo padre, prendendo il suo posto tra le fila dell’esercito. Qui, dopo le difficoltà iniziali, diventa il soldato più forte e preparato della sua squadra. Ha la possibilità di mostrare tutto il suo valore nello scontro con gli Unni, al valico Tung Shao, nel quale però viene gravemente ferita. Dopo le cure mediche, viene ovviamente allontanata per aver mentito sulla propria identità (anagrafe e di genere), graziata dalla pena di morte dal suo Comandante per il valore dimostrato in battaglia. Gli Unni tuttavia riescono a raggiungere la Capitale, in festa per i suoi eroi del Valico. Solo Mulan, grazie alla sua preparazione e soprattutto astuzia, riesce a sconfiggerli prima che possano assassinare l’Imperatore, salvando così la Cina.

Ora, chi è Mulan? Una figlia? Una ribelle? Un soldato? Mulan è tutto questo, senza mai diventare qualcun altro, se non se stessa. Questa ragazzina, per fingersi un uomo e salvare un intero Impero, ha semplicemente dovuto tagliarsi i capelli, mettere i vestiti del padre e dire “sono un uomo”. Con il disegno 2-D di una giovane cinese, i produttori disneyani hanno de-costrutto l’identità di genere. Tra una battuta di Mushu e qualche mossa di karate, questo film distrugge i luoghi comuni delle donzelle in difficoltà. Si potrebbe azzardare che la diretta conclusione sia che non c’è niente di “naturalmente” determinato, che i ruoli di genere (tipicamente nelle fiabe di eroe indomito-principessa da salvare), qui vengano meno sotto tutti i punti di vista. Al di là della minaccia esterna, ciò contro cui lei si scontra tutto il film sono i pregiudizi nei confronti delle donne.

Anche se potrebbe sembrarlo, questo articolo non è un articolo femminista. O meglio, lo è nella stessa misura in cui lo so sono io, ma non è a un messaggio femminista quello a cui miro. Miro invece a farvi prendere coscienza di una cosa: benché, come ho detto, Mulan di fatto esca dai ruoli di genere, le occorre (quantomeno per ¾ del film) vestire i panni di un uomo. Solo immedesimandosi goffamente in quello che è il ruolo maschile, ci fa vedere quanto ridicolo sia il teatrino creato attorno al “machismo”. *Goffman sorride in un angolo*

Tutto molto bello, tutto molto Millennials, ma una domanda resta: perché in Cina?

I possibili scenari, soprattutto per dei cartoni animati sono infiniti. Perché non fare un’eroina Occidentale?

Una soldatessa in una guerra qualsiasi, una come Lady Oscar per intenderci (N.B. quest’ultima ha madre nipponica). La risposta è banale quanto complicata: Lady Oscar aveva fatto infuriare troppe persone e la Disney non poteva assolutamente permettersi di fare altrettanto. La bella bionda abile con il fioretto riuscì a toccare corde troppo profonde della cultura Occidentale, che si sentiva più rassicurata da una rappresentazione della donna diversa (alla Maria Antonietta per restare in tema). La donna forte Occidentale è Elisabetta I, non una guerriera che sparge sangue in battaglia. Una donna forte, che rispetta però categoricamente le etichette del suo genere. Se la Disney avesse rappresentato una Mulan più vicina geograficamente e culturalmente all’Occidente, non sarebbe stata accolta con così tanto ardore. Né, a mio parere, avrebbe avuto un’impronta altrettanto profonda. L’identità sociale che ci costruiamo come individui all’interno di una società, è una delle cose più sottili che sviluppiamo durante la vita. Oserei dire che è più fine della psicologia stessa, o quantomeno molto più nascosta.

Ci rendiamo conto della nostra cultura (intesa in senso lato, come insieme di ciò che consideriamo accettabile e desiderabile a livello sociale), solo quando entriamo in contatto con qualcuno che non la condivide.

Vero è che la società di oggi, quantomeno nel modo in cui ha di raccontarsi, è decisamente più aperta di un tempo. Gli uomini sono liberi di adottare alcune routine tipicamente femminili (cerette, pulizie del viso, massaggi…) e di non sapere nulla di alcuni argomenti più maschili (sport, caccia, auto…), nella stessa misura – o quasi – con cui le donne possono permettersi di avere atteggiamenti tipicamente maschili.

[Non infuriatevi se fate parte della nuova categoria di persone che non si inseriscono in un genere o nell’altro, qui si parla ovviamente in senso molto generale.]

Mulan però è uscito nelle sale nel 1998, ovvero 20 anni fa. (Sì, ripetiamolo tutti insieme, venti anni fa). La società Occidentale era diversa da quella odierna: la massima espressione di machismo concessa dai media era Xeena, una guerriera, certamente, rigorosamente vestita con panni sexy. Quindi più appetibile a tutti i palati.

Il punto di far nascere e crescere Mulan dall’altra parte del mondo, in un altro secolo, era quello di non intaccare troppo i nostri stereotipi della donna. Un escamotage se vogliamo, un modo edulcorato di costringerci a guardare qualcosa che non avremmo tollerato se riferito ai nostri costumi. Anche in questo caso generalizzare può sembrare riduttivo, e per cogliere il punto vi invito a fare un gioco con me: pensate alla persona più legata ai valori tradizionali che conosciate. Adesso immaginate di chiederle (o chiedergli) se far guardare ai suoi figli la prima stagione di Lady Oscar o Mulan.

Forse alcuni rifiuterebbero entrambe le opzioni, ma la maggior parte propenderebbe senza alcuna esitazione verso la seconda. È decisamente più neutro come cartone, o almeno è percepito come tale. Tutto questo grazie alla distanza di tempo e spazio che ci separa da quella ragazza: una distanza fittizia, come lo è ogni favola, ma che rassicura abbastanza il telespettatore medio. Abbastanza da non farlo soffermare sulla de-costruzione dei ruoli di genere che viene messa in scena.

A questo punto dovrebbe esservi chiaro perchè Mulan abbia sempre significato tanto per me, e continui tutt’ora ad essere uno dei miei film preferiti. 

Ma soprattutto vorrei fare un appello in questa sede: nel 1998 avevo 4 anni.

Non ho quindi potuto assaggiare la Szechuan Sauce.

Questa cosa la trovo molto molto ingiusta.

Portatemi la MIA SALSAAAAA.

ClaudiaGiulia Tiranti

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