Giorno libero

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Hai deciso di prenderti un “day off”, così ti svegli tardi. Anche se hai dormito abbastanza posticipi la sveglia solo per il gusto di farlo. È una bella giornata, solo qualche nuvola nel cielo. Le strade sono rilassate, come i turisti che le percorrono, come quella coppietta di asiatici che fa degli autoscatti, come quella ragazza che aspetta il bus. 

In queste giornate è bello pensare di proiettarsi sopra il mondo, uscirne un attimo. Non si lavora, non c’è nessuno in generale cui dare conto. Le preoccupazioni sono state messe in pausa quando si è pensato al giorno libero. Non si ha necessità di correre da nessuna parte, nessuna commissione, nessun libro da finire, niente. Si è e basta. Quando si è, soli e basta, è più facile galleggiare sopra la città, sopra le persone, la vita, l’arte, la storia.  Si diventa osservatori. Osservare è anche una forma di meditazione.

I musei sono luoghi perfetti quando si decide di essere così. Le strutture sono ampie, i soffitti alti. L’imponenza ti rende già più piccolo. Si entra in un’altra dimensione: la storia. La vedi, la tocchi, la senti. Passi attraverso le epoche, le società antiche, le opere dell’uomo. Le sfingi, le inscrizioni su pietra. Le decorazioni dei palazzi reali, la caccia al leone. Le statue del Partenone. Le colonne che un tempo sorreggevano tonnellate di pietra, che erano tetto sotto quale proteggersi, omaggio agli Dei, piccoli tentativi di eternità. Man mano le persone attorno scompaiono. Si rimane al cospetto della storia dell’umanità, raccolta e raccontata in quelle quattro mura in stile neoclassico.

Quella colonna. Eretta circa duemilacinquecento anni orsono sull’acropoli di Atene, una delle città più belle mai costruite nel suo periodo di massimo splendore. Costruita proprio da uomini come noi, fatti di pensieri, dolore, carne, ossa, ossigeno, carbonio, che chissà sotto quale forma si trovano oggi.  Quella colonna che ha vegliato per centinaia di anni, miliardi di attimi, sulla città sottostante. Me lo immagino il suo sguardo che, all’imbrunire, si precipita giù verso quelle case e quel vociare, quegli odori, quella luce della lampada a olio dentro l’abitazione dove la famiglia è stesa nella zona diurna a smaltire il pasto appena finito. C’è silenzio in quella casa. Non lo stesso silenzio che si può immaginare ci sia ora. In quel momento è diverso, pieno di vita. La vita, che è sprigionata da quegli esseri umani e dagli oggetti senza tempo, gli utensili, gli arnesi per attizzare il fuoco, la lama nell’angolo, ricordo di una vecchia guerra combattuta da non si sa bene chi.

Quanti attimi incredibili ha visto quella colonna. Chissà se a quei greci avessero detto che di lì a duemila anni non sarebbe rimasto nemmeno il pur vago ricordo della loro famiglia, dei loro sogni e del loro amore, delle loro preoccupazioni; ma che quel piatto di metallo, quel misero piatto a cui nessuno badava se non all’ora del pasto, quell’insignificante pezzo di artigianato sarebbe perdurato, alla faccia loro, arrivando ai giorni nostri, esposto nello stesso museo dove si trova anche quella colonna che lì aveva sempre guardato dall’alto.

Trovarsi al cospetto degli oggetti di uso comune fa aprire la mente sull’immensità del termine “civiltà”. Civiltà a un occhio distratto può sembrare la statua di fianco al masso inciso, potrà sembrare il sarcofago in terracotta, il sigillo dorato. In realtà civiltà è tutto. Dalla corona del re più importate, alla biancheria dello schiavo più insignificante.  

Chissà quante altre cose in mezzo. Che fine han fatto? I pensieri del padre, quelli sappiamo dove sono andati, ma non possiamo più trovarli. Ma le sue cose? E quelle degli altri? Si dice che il tempo sia relativo, che non scorra in modo continuo, costante ovunque. Può condensarsi, allargarsi. Esso vive una strana relazione con lo spazio. Nei buchi neri non passa quasi. Una certezza c’è, però, sul tempo: è inesorabile. Logora e distrugge.  E’ proprio il tempo che in ultima istanza rende un museo ricco di fascino: custodisce quegli oggetti e quelle opere d’arte che, per qualche strano motivo, al tempo sono scampate. Sotterrate dalla sabbia, in case di vecchi nobili collezionisti, in tombe profonde, sono riuscite a nascondersi all’Inesorabile. Non molte cose hanno avuto questa fortuna, se si torna a pensare a quanto l’umanità ha prodotto e ai pochi musei e siti archeologici che ne mostrano le vestigia. Rimarremmo scioccati se riuscissimo davvero a catturare l’essenza distruttrice del tempo. Quanto ha lasciato alle sue spalle, quanto lascerà ancora, chissà per quanto.

Nonostante ciò, è chiaro il tentativo dell’essere umano di stabilire un contatto con l’eterno tramite questi oggetti. Mentre l’osservatore si sofferma su quel collier d’oro luccicante decorato, lo guarda per quello che è, un collier d’oro vecchio due millenni. Non ci vede riflesso lo stesso sguardo attento dell’orefice che, appena completato il suo lavoro, depone gli arnesi che gli hanno reso le mani callose e la vista offuscata. Egli ammira stregato l’oggetto che contiene in sé più eternità di quanta lui ne abbia mai potuta sfiorare. Lo fissa, cercandovi un contatto, rimane lì fermo per un po’, nel silenzio, col riflesso di quell’oro che gli taglia il viso dagli occhi sbarrati. Quasi in attesa, come se si aspettasse di vedervi specchiato lo stesso sguardo del visitatore del museo, anche solo per catturarne un’immagine fugace, a conferma del tutto.  Quell’oggetto, che i più passano in rassegna con la stessa velocità con la quale si scorre la bacheca del social, racchiude il desiderio, l’ossessione, il vizio, l’onnipotenza, scampoli di eternità, voluta e scivolata tra le mani, come la polvere e la sabbia create dal tempo. Quell’opera è il contatto più vero che si possa avere col nostro passato, con chi l’ha vissuto.

Si vaga nel museo. Ci si perde, come si farebbe nei meandri della storia, se solo si potesse. Il vociare trascina verso un lungo corridoio. In questa sala regna la penombra, solo alcune luci fioche lasciano intravedere i reperti qui custoditi. Sono persone. Alcuni direbbero che lo erano, io dico che ancora lo sono. Solo non sono più in vita. Rimangono lì, solenni, avvolte nei loro bendaggi sudici. Coricate nei loro sarcofagi. Erette come fossero marionette di un freak show

La disidratazione, fenomeno comune alle temperature torride unite alle condizioni atmosferiche del deserto, ha creato uno strano nascondiglio dal tempo. Un omaggio a quelle incredibili vegliarde dell’umanità, ed eccoci di nuovo fuori all’aria aperta, usciti da quella porticina che sbuca dall’imponente facciata dell’edificio.

Respiro dell’aria fresca, incamminandomi nella città all’imbrunire. Due passi aiutano sempre dopo questi viaggi. 

Entro in un bar. Lo sguardo mantiene la stessa attenzione che aveva dentro quelle mura piene d’antichità. Le persone sono così come me le ero immaginate nella casa al cospetto dell’acropoli. Piene di vita silenziosa. Colme di sentimenti racchiusi e inespressi. Fatte di aspirazioni impossibili, come le stelle più lontane. Chissà dove si è stati. Chissà dove saremo. Dopo qualche attimo di esitazione, finisco il caffè in un sorso.

Chissà cosa farò stasera. Chiamerò Gaetano. Gli dirò che c’è un nuovo pub che deve assolutamente provare, la birra è buonissima. Tutto sommato stasera non fa così freddo, si può anche uscire a fare un giro. Mi dice che va bene, sarà da me tra un’ora. Un’ora ancora.

Metto le cuffie nelle orecchie, la musica martella i timpani come i pensieri, copre un po’ tutto, attenua, devia.

Dopotutto, è ancora il mio day off.

Pietro Arcelloni

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