Per un pugno di like

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Complici Pasqua e Pasquetta, i social sono tornati alla loro funzione originaria: pubblicazione di frivolezze. Aprendo la bacheca di Facebook o la home di Instagram, trovo finalmente fotografie di persone che grigliano scrivendo “Foodporn” e “Vegan”, di amici in vacanza, di uova al cioccolato e di studenti disperati al grido di “mai una gioia”. Tiro un sospiro di sollievo: l’ordine sembra essersi ristabilito e sono forse lontane le grandi opinioni politiche post 4 marzo.

Qual è il ruolo che i social network hanno? Assodato che obiettivo primario sia quello del mostrare e del mostrarsi, mi chiedo però se esista un limite e, se sì, se sia stato superato. In tante occasioni avrei voluto scrivere in un post la mia opinione su una certo fatto di cronaca che mi faceva ribollire il sangue, ma – salvo davvero rari casi – non l’ho mai fatto. Non ho mai scritto nulla che implicasse un giudizio di valore o che si ponesse come un’analisi estemporanea poiché mi sono sempre posta una domanda: qual è il fine per cui lo sto facendo? La risposta è sempre stata una sola e cioè ottenere consenso, consapevole del fatto che, cavalcando l’onda in quel momento, avrei ottenuto approvazione. Mettendomi nei panni di un lettore, la critica a questo pensiero sarebbe fin troppo ovvia: “ma non stai facendo proprio ciò che critichi?”. No, e vi invito ad andare oltre per capire il perché.

“Piove, Governo ladro!”, la vittoria dei Cinque Stelle e della Lega, Davide Astori, Ivan Zazzaroni accusato di omofobia, Fabrizio Frizzi e così via, fino all’ultimo evento dell’ultimo secondo utile prima di pubblicare questo articolo: tematiche che negli ultimi tempi sono rimbalzate da un post all’altro, spesso accompagnate da frasi di circostanza, senza cognizione di causa e senza andare in profondità. Probabilmente i social network portano per loro natura a non andare troppo oltre e a fermarsi alla superficie, cercando di commentare nel più breve tempo possibile un certo fatto “perché così anche io mostro di sapere”. Ma al di là della bella retorica e del pensiero spicciolo, spesso ci si dimentica che i commenti che si scrivono riguardano persone, sfere private, vite vissute o magari spezzate. Spesso ci si dimentica che insinuare il dubbio, commentare in modo cattivo, scrivere sproloqui su una certa persona crea conseguenze che non si fermano al solo virtuale, luogo in cui invece la nostra riflessione rimane circoscritta. E così si fa quel populismo che tanto si critica, si cerca la ferita scoperta sulla quale sarà più facile infliggere la ferita mortale, ci si sente orgogliosi, quasi, di avere commentato con quelle dieci righe che hanno l’apparenza della brillantezza ma il sapore dell’oblio. 

Forse perché non si è coinvolti in prima linea e non si è al centro della polemica? Probabile: se non si fosse semplici osservatori le parole sarebbero pesate, non buttate al vento in attesa di reazione da parte di amici virtuali che, dopo avere letto le prime righe, non avranno mai voglia di capire cos’altro hai da dire o da dare.

Ci si parla sopra, si attende in modo trepidante che qualcuno dia credito alla propria teoria senza chiedersi “ma c’è altro nella vita reale? Ci sono dei sentimenti coinvolti? Come starà la fidanzata di Davide Astori che non solo non avrà più al suo fianco la persona che ama ma che si deve anche sorbire le critiche, i commenti, le analisi di chi non si curerà mai di lei?”. Domande forse ovvie ma che pochi si fanno, perché alla fine è molto più semplice scrivere di getto quello che passa per la testa in luogo di ascoltare quel buon senso che nel mondo virtuale sembra non avere spazio. 

Così si procede, per inerzia, raccattando un consenso sociale (che forse non si riesce ad avere nella vita vera) e giungendo a una conclusione, amara ma vera: se non lo hai detto su Facebook, allora non esiste. 

Beatrice Broglio

2 Commenti

    1. Redazione

      Grazie Lorena,

      Sono contenta che tu condivida la mia riflessione.

      Sui selfie ci sarebbe da aprire un capitolo infinito! Cerco di riassumerti la mia posizione. Non depreco il selfie in sé, considerando che potrebbe anche essere il frutto del piacersi, del sentirsi belli e quindi della volontà di apprezzare sé stessi e la propria fisicità. Il problema a mio avviso nasce quando si guarda l’altra faccia della medaglia, cioè selfie come strumento per farsi apprezzare: bassa autostima, filtri di Instagram, commenti e like e si crea un mondo parallelo in cui ti senti davvero amata. Ma nella vita reale cosa accade? Se però mi fermo un attimo e penso ai modelli che trovo sui vari social o sulle riviste, non mi stupisco della carenza dilagante di amor proprio.

      E’un cane che si morde la coda.

      Beatrice

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