Dogellum: l’elezione del Doge

I canali, le pantegane, la puzza di fogna, l’indipendentismo di Sinistra. Che cosa rende Venezia famosa nel mondo? Probabilmente tanto altro, ma è impossibile non annoverare la Repubblica di Venezia. Evolutasi dall’omonimo ducato, la repubblica in questione, per convenzione, durò per ben 1100 anni, cadendo sotto il peso napoleonico, ma, soprattutto implodendo a causa dell’arroccarsi sempre più di un patriziato economicamente fiorente, ma politicamente disinteressato.

Ma facciamo un passo indietro, o endrio, che dir si voglia. Il termine doge deriva dal latino ducem, da cui deriva anche duca, titolo che effettivamente apparteneva alla persona al comando di Venezia. A partire dal ‘400, però, il dòse, si ritrovò a capo di una Repubblica, nella quale, formalmente, il potere apparteneva al popolo (grasso), che lo eleggeva con cadenza biennale (di Venezia). Monsignor el Doxe [o Serenissimo Principe o Sua Serenità o Dux (quello vero, che nulla aveva a che fare coi salumi)] era inizialmente poco più che il comandante di uno staterello militare, divenne poi il duca di una monarchia ducale bizantina elettiva e infine si trasformò nel capo di Stato una Repubblica oligarchica (più o meno). Inizialmente, secondo le usanze bizantine, alcuni dogi furono deposti, accecati e forzatamente tosati, ben 14, mentre solo 9 morirono di morte naturale. Con la spartizione dei poteri, però, le acque si calmarono (senza bisogno del Mose). I primi passi in tal senso si ebbero con l’istituzione della Curia Ducis (eredità longobarda), avvenuta poco dopo la formazione dello Stato, che rappresentava all’incirca un Consiglio dei ministri depotenziato. Nel 1032 fu invece approvata la prima legge costituzionale repubblicana (183 anni prima della Magna Carta), che limitò fortemente i poteri del doge. Per questo motivo alcuni di loro tentarono almeno di rendere la carica ereditaria, ma senza successo.

“Le solennità dogali: L’udienza accordata dal doge di Venezia nella sala del Collegio nel Palazzo Ducale”, Francesco Guardi (1775-1780)

Nei secoli l’attività del doge divenne progressivamente sempre più controllata da specifici organi, ma già nel 1268 nacque il complesso sistema elettorale che portava il doge al potere, sistema che chiamerò, per l’occasione, Dogellum (ogni riferimento a leggi elettorali italiane è puramente casuale). La carica di doge era dunque divenuta, con gli anni, poco più che un’onorificenza, per altro costosissima, appannaggio esclusivo dell’aristocrazia più ricca (monito per chi vorrebbe togliere lo stipendio ai parlamentari). Il doge risultava, a seconda dei periodi, un condottiero o un notaio, più in generale, era il più alto rappresentante dello Stato, ma possedeva anche poteri episcopali. Quest’ultimi furono discussi e confermati perfino durante il Concilio di Trento.

Ma veniamo all’elezione del doge. Il sistema era molto complesso, poteva durare settimane, ed era stato creato perché il caso (più che il merito) avesse un ruolo predominante. Dopo la morte del doge si riuniva il Maggior Consiglio, mentre il più giovane consigliere ducale doveva scegliere un giovincello per strada, di età compresa tra gli 8 ed i 10 anni. I nomi di 30 consiglieri (non imparentati col ragazzino) venivano inseriti in alcune sfere metalliche, identiche tra loro, dette balote (da cui deriva il contemporaneo ballottaggio). Il giovane prescelto pescava a caso le balote, si otteneva così una prima commissione, di 9 membri, che doveva poi selezionare un gruppo di 40 patrizi da estrarre nuovamente dal pallottoliere, così da creare una commissione di 12 persone, che nello stesso identico modo avrebbe dovuto scegliere 25 persone, da cui estrarne altre 9, che avrebbero scelto 45 patrizi, da cui, a loro volta, si ottenevano 11 nomi, che dovevano infine nominare i 41 consiglieri (i Quarantuno) che avrebbero eletto il doge. Il fanciullo, detto “ballottino”, rimaneva poi al servizio del doge una volta che questo era stato eletto.

Nei primi anni, le balote erano di stoffa e potevano votare anche i barnabotti, ossia i nobili più poveri, i cui voti venivano spesso comprati dai membri del Maggior Consiglio. Questa pratica avveniva durante le complesse operazioni di voto, nel cortile del palazzo consigliare, detto Broglio. Chiaramente da questo deriva il termine della pratica tutt’oggi paventata da molti, ma non credo che il cortile fosse imparentato con la nostra direttrice Beatrice.

“Incoronazione del doge di Venezia sulla scala dei giganti nel palazzo ducale”, Francesco Guardi (1775-1780)

Il doge eletto, poi, doveva mostrarsi al popolo nella chiesa di San Marco, dove il più anziano dei Quarantuno che l’avevano eletto recitava la formula:

“Questo xe el vostro Doxe, se ve piaxe.”

Inizialmente l’accettazione popolare era vincolante, poi divenne una prassi. Seguivano la messa, il giro in piazza e l’incoronazione. Fino al 1643 avveniva, inoltre, l’incoronazione della dogaressa, che aveva un ruolo, quasi esclusivamente scenografico, di raffigurazione del potere dello Stato.

E qualcuno ha ancora il coraggio di lamentarsi della complessità delle leggi elettorali attualmente in vigore nel Mondo libero, nemmeno dovessimo votare su due schede elettorali per eleggere due assemblee che poi votano un rappresentante che nomina un altro rappresentante che a sua volta riceve la fiducia da entrambe le Camere. Ah no.

Michele Radaelli

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