AAA Laureati (valorizzati) cercasi

Siamo in Aprile, mese primaverile in cui, oltre a tanti fiori di tanti bei colori, si vedono in giro molte, più o meno adorne, corone d’alloro. Sono quelle portate in testa da ragazzi e ragazze che, finalmente, hanno completato i loro studi universitari e hanno, possiamo proprio dirlo, coronato una loro grande aspirazione: diventare dottori. Prendersi una laurea.

Già, la laurea: a chi (come il sottoscritto) in questi giorni frequenta, dovendo ancora completare i suoi studi, gli ambienti universitari, pare, girandosi intorno, di vedere solo laureati, al punto da sentirsi… Un po’ un pesce fuor d’acqua. Sembrano tanti, tantissimi questi laureati; sembra che tutti, chi prima chi poi, conseguano una laurea.

Tutta apparenza, purtroppo! Perché, nonostante più di qualcuno in Italia si laurei per davvero, le cose non stanno affatto così!

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Si torna a parlare periodicamente della penuria di laureati nel nostro paese, soprattutto in prossimità dell’inizio dell’anno accademico, quando vengono pubblicati e analizzati i dati delle immatricolazioni, che vengono comparati con quelli degli anni antecedenti. E ogni volta ci si trova di fronte a dati sempre diversi, ma che alla fine raccontano sempre la stessa storia: in Italia ci si laurea poco. E chi si laurea addirittura finisce per sentirsi un fesso, visto che, in non pochi casi, un laureato, magari anche con un punteggio alto, non viene valorizzato sul mercato del lavoro o a livello occupazionale.

I numeri lo dicono chiaramente: quelli più recenti, rilevati dall’OCSE a settembre 2017, ci dicono che gli Italiani in possesso di un titolo di istruzione terziaria (cioè di una laurea) sono appena il 18%, in totale, mentre la media dei laureati nei Paesi considerati dall’OCSE è pari al 37%; due volte la nostra. Un dato, il nostro, che ci pone al penultimo posto del campione considerato, essendo messo peggio di noi solo il Messico. Le cose migliorano leggermente se consideriamo la ristretta fascia d’età dei “giovani adulti” (25-34 anni): i giovani adulti Italiani laureati sono il 26%, contro una media OCSE comunque più alta, attestata al 43%; gli studenti di questa fascia d’età si laureano, in media, intorno ai 25 anni o comunque, almeno per la grande maggioranza (88%) entro i 30 anni.

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https://www.oecd-ilibrary.org/education/education-at-a-glance-2017/a1-2-educational-attainment-of-25-34-year-olds-2016_eag-2017-graph8-en

Non solo pochi laureati, ma anche male distribuiti: lo stesso rapporto OCSE 2017 sottolinea, infatti, come vi sia, in Italia, una forte prevalenza di laureati in discipline umanistiche, che, nei giovani tra i 25 ed i 34 anni, sono ben il 39%, mentre quelli laureati in discipline scientifiche (cosiddetta area “STIM”: scienze, tecnologia, ingegneria, matematica) sono molti di meno: appena il 25% contro il quasi 40% di altri paesi Europei.

Sia chiaro, nessuno può imporre agli studenti liceali di oggi o a coloro che abbiano già iniziato l’università di cambiare idea e percorso perché a studiare certe cose sono in troppi, però purtroppo questo squilibrio nella distribuzione degli studenti tra i diversi ambiti disciplinari, tra i diversi corsi di laurea, implica pesanti conseguenze a livello economico e occupazionale: economico, perché lo scarso numero di laureati in ambito scientifico è un problema per il paese, a livello di competitività, di crescita, innovazione e sviluppo tecnologico; occupazionale perché, evidentemente, per chi si laurea in queste discipline, sarà molto più difficile trovare un’occupazione gratificante e soprattutto stabile, essendo, quello umanistico-sociologico-politico, un ambito altamente inflazionato. Se i laureati in economia o giurisprudenza, occupati a seguito della laurea sono l’81%, i laureati in discipline umanistiche occupati scendono al 74%. Un 7% di differenza tutt’altro che marginale.

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Il problema, comunque, non è solo dato dallo scarso numero di laureati, ma anche dal pessimo trattamento retributivo e dalle grandi difficoltà di avviamento professionale con cui i laureati si scontrano violentemente. Insomma: se in Italia siamo in pochi, a confronto con gli altri paesi, a essere laureati, non è perché (o almeno, non è di certo solo questa la causa!) non abbiamo voglia di studiare duramente per raggiungere un obiettivo, ma soprattutto perché uno, prima di intraprendere o di portare a termine un percorso di studi che potrebbe portargli più rogne che occasioni, porgli più ostacoli che opportunità, ci pensa un attimo; e, tante volte, o rinuncia o lascia perdere!

Ci sono due dati, riportati sempre dall’OCSE, assolutamente emblematici e allarmanti e che devono far assolutamente riflettere: in Italia il tasso di occupazione dei giovani laureati (25-34 anni) è pari al 64% (dato già di per sé preoccupante, solo l’Arabia Saudita fa registrare un dato peggiore), contro un tasso medio di occupazione dei paesi industrializzati che è pari all’83%. Ma soprattutto, ed è questo il punto dolente della questione, in Italia il tasso di occupazione dei giovani laureati (64%) è inferiore anche a quello degli studenti diplomati in istituti tecnico-professionali, pari al 68%.

Insomma: in Italia, le prospettive di lavoro per i laureati sono inferiori a quelle dei diplomati! Rendiamoci conto! Si fa presto a fare campagne propagandistiche sull’“importanza della laurea”, sul peso che certamente continua ad avere il “pezzo di carta”, sull’importanza, in un mondo caratterizzato da un mercato del lavoro sempre più competitivo, agguerrito, aggressivo e di difficile ingresso, di non accontentarsi di un diploma di scuola superiore (a meno che non sia già di per sé espressione di un percorso di studi altamente qualificante e specializzato, quale può, appunto, essere quello di un istituto tecnico-professionale); peccato che poi, però, uno, dopo essersi laureato, rischi di trovarsi davanti meno chances di realizzarsi umanamente e professionalmente di chi non ha fatto l’università. E non è finita: non solo i laureati Italiani sono pochi, ma quelli che ci sono non sono di certo valorizzati ed impiegati al meglio! L’OCSE, nel suo rapporto, fa emergere un altro dato inquietante: l’Italia è l’unico paese di tutto il G7 in cui la quota di lavoratori laureati impiegati in mansioni di routine (nelle quali cioè possono essere impiegati anche lavoratori non laureati) è superiore a quella di lavoratori impiegati in mansioni non di routine, cioè mansioni di livello superiore, richiedenti maggiori specializzazioni e quindi anche meglio retribuite. Capito? Più si studia, più si rischia la fregatura a momenti! Si rischia di essere destinati a mansioni per le quali la laurea non era necessaria! E allora, di grazia, davanti a dati così negativi, cosa ci stupiamo a fare?

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Rispetto al 2002, comunque, le cose in casa nostra sono nettamente migliorate: nel 2002 i giovani laureati in Italia erano appena il 13%, oggi sono il 26%; un dato raddoppiato in 15 anni! Il che ci fa capire che, del sistema universitario, dei piani di formazione avanzata e della valorizzazione che viene fatta dei laureati nelle diverse discipline, non è di certo tutto da buttare! Ma non si può considerare questo raddoppio delle corone d’alloro un punto d’arrivo, un traguardo; deve essere, semmai, un punto di partenza, per far capire a chi di dovere (istituzioni nazionali e regionali, aziende, imprese, università) che migliorare si può, ma soprattutto si deve. Si deve perché, anche se ora i nostri giovani laureati sono raddoppiati in pochi anni, i problemi restano. I laureati Italiani sono pur sempre troppo pochi; siamo ancora ben lontani da quel 40% di laureati che, nella sua strategia “Europa 2020”, l’unione Europea ha posto come obiettivo per tutti i suoi stati membri! E quando ci sono, troppo spesso restano non adeguatamente impiegati e costretti a fare cose per cui o non hanno studiato o per cui gli studi proprio non servono.

Più si studia, più cose si sanno, più si cresce e si va avanti, nella vita e nel lavoro. Più si studia, più si è competitivi, anche a livello internazionale. Occorre continuare a investire, dunque, oltre che, certamente, sulla scuola, anche sull’università, sui percorsi di laurea, intervenendo senza fare inutili rivoluzioni di sistema, ma comunque in modo strutturale (magari cominciando ad abolire alcuni “3+2”, lauree triennali dal senso assai dubbio, specie in certi ambiti scientifici!); occorre inoltre potenziare le possibilità di studio e di crescita formativa all’estero.

Bisogna dunque fare di più per stimolare, ri-motivare sempre più dei nostri giovani a studiare e a studiare fino in fondo, per investire su sé stessi e le loro capacità. Il nostro paese deve scommettere più seriamente sul suo capitale più prezioso: quello umano, onde evitare di perderlo! AAA laureati cercasi: a patto che abbiano le opportunità che meritano.

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Nicola Campione

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