Michael Hastings, per non dimenticare

Michael Hastings… Chi se lo ricorda? Morì a 33 anni nel non lontano 2013.

Giornalista d’inchiesta statunitense, classe 1980, è diventato famoso per aver collaborato attivamente con il magazine GQil prestigioso mensile newyorkese. Nella sua carriera ha scritto anche per Newsweek, settimanale da 7 milioni di copie vendute in tutto il mondo, per il quale ha curato una rubrica sulla guerra in Iraq. Parallelamente, ha intrapreso numerose indagini private in merito al conflitto in Afghanistan, redigendo un’approfondita analisi. E proprio per questo suo interesse nelle guerre dei grandi generali, per anni, secondo alcune ipotesi, sarebbe stato un osservato speciale scomodo ai poteri forti. Morì esplodendo come un petardo in una calda notte di L.A., schiantandosi con la sua vettura contro ad una palma.

Oggi sono nel mood di rendergli omaggio, anche se a distanza di anni, perché le dinamiche che hanno portato alla sua morte sono talmente inspiegabili da giustificare sempre un ritorno di interesse, per non dimenticare. Ci sono ancora troppi dubbi e probabilmente non sapremo mai la verità, sta di fatto che una grande verità ci sia: gli accadimenti non hanno mai avuto lo spazio mediatico che si meritavano. Una costante, quando i diretti accusati sono i protettori delle libertà più disparate e internazionalmente esportabili, gli Stati Uniti d’America.

Era un personaggio scomodo e ingombrante. Al compimento dei fatti, aveva già smascherato gli atroci crimini di Stanley McChrystal, il comandante capo delle forze americane in Afganistan, obbligando nientemeno che Obama a intercedere per scomunicare il suo fedelissimo generale, il tutto tra inaspettati disordini politici, nonché la prima grande crisi tra il presidente più amato della storia recente e i suoi gerarchi. Questo gli valse una candidatura al premio Pulitzer, che non arrivò mai.

Ma quale fu la reale causa delle sue disavventure, prima che fosse vittima di una…tragica fatalità?

Di preciso non ci è dato saperlo. Sappiamo solo che stava documentando numerose vicende poco chiare legate all’ex numero uno della CIA, John Brennan, fin dai tempi in cui era il consigliere per la lotta al terrorismo di Barack Obama. Aveva anche scoperto che Fred Burton – presidente di Stratfor, think tank texano che, oltre a fornire analisi di geopolitica ai suoi lettori, foraggia con i suoi report l’apparato di intelligence del governo americano – in una e-mail trafugata affermava che Brennan fosse il vero fautore della caccia alle streghe contro i giornalisti che lavoravano su notizie relative alla sicurezza nazionale. È stato così che si è arrivati a insinuare come Brennan, l’ex ministro della giustizia Eric Holder, e il capo della National Security Agency Keith B. Alexander, fossero il vero perno con cui l’amministrazione Obama controllasse la fuga di notizie, sorvegliando i giornalisti in cerca di scoop legati alla sicurezza nazionale. La medesima fonte riporta che l’NSA avrebbe sempre avuto libero accesso, senza alcun freno o impedimento, ai contenuti privati di chiunque lavorasse su tematiche considerate delicate. Questa non era che la punta dell’iceberg dei suoi lavori, perché lo stesso Snowden, talpa del Datagate, aveva già confermato le stesse tesi. E analogamente all’ex funzionario pentito, anche Michael poteva essere nel mirino.

Poco prima di morire, si era messo in contattato con l’avvocato Jennifer Robinson – legale di Julian Assange – e aveva mandato un’allarmata e-mail alla rivista per la quale collaborava, dicendosi molto preoccupato per la sua incolumità. Stando alle sue parole, i federali tampinavano chiunque conoscesse e per questo aveva bisogno della protezione del legale. Voleva anche sparire dalla circolazione, si sentiva troppo esposto.

L’FBI smentirà poi di aver indagato sull’uomo; anche la CIA, nella risposta alle tante accuse che la vedono implicata nella sua morte, affermerà che con il cronista avesse rapporti collaborativi, negando in parallelo l’ipotesi che possa avere in alcun modo violato il diritto costituzionale della libertà di stampa. Ed è ovvio, a livello ufficiale si hanno solo dichiarazioni di discolpa ed il tragico incidente, il resto sono supposizioni. Eppure, in troppi sarebbero pronti a giurare il contrario.

Sarebbe il video di una telecamera di sicurezza ad accendere il dibattito, mostrando esplicitamente un’esplosione a bordo dell’autovettura, poco prima che avvenisse lo schianto. Per gli inquirenti, le immagini sono sempre state troppo difficili da decifrare. Ma a suffragare le tesi dell’omicidio ci sarebbero anche le dichiarazioni di un testimone che avrebbe udito un botto prima della collisione… Tutto da sempre bollato come privo di fondamenta.

Allora perché il motore della sua vettura è stato ritrovato a notevole distanza, proprio come se fosse saltato in aria? E perché la base della palma – tragico capro espiatorio, unico responsabile della disgrazia secondo la versione ufficiale – non  avrebbe danni compatibili con quelli di un incidente mortale? Anche la fisica dell’impatto sarebbe poco chiara, perché la vettura non avrebbe avuto una velocità tale da provocare l’urto mortale: unica tesi, quella dell’alta velocità, per contro fornita nella versione degli inquirenti. Niente di più si sa e niente è trapelato dei nuovi reportage che aveva in serbo. È probabile che siano tutte coincidenze tragiche e che non avesse nulla di realmente scottante da rivelare. Rimarremo con il dubbio.

Attraverso i suoi ultimi messaggi lo ricorderemo per sempre come un uomo spaventato; si sentiva oppresso, controllato: un uomo con il fiato sul collo, un uomo nel mirino.

Mi chiedo perché un giornalista – tutti i giornalisti d’inchiesta in generale – siano stati costretti a lavorare con il Grande Fratello alle spalle, nell’America liberale di Obama. E mi chiedo invano perché della morte di Michael Hastings non sia mai stato dato il giusto rilievo. E soprattutto, mi chiedo: perché la storia non ha mai ridimensionato Obama, nonostante il Datagate e il conclamato monitoraggio del tessuto mediatico?

Resto con queste domande.

Riccardo Crotti

Fonti

Uygur, Cenk. (June 23, 2013). “Michael Hastings and The War on Journalism”. The Young Turks.

“Why Democrats Love To Spy On Americans”, buzzfeed.com, June 7, 2013.

Garner, Dwight (June 17, 2014). War’s Hell, Especially for Editors. The New York Times; retrieved June 17, 2014.

FBI continues to investigate Hastings for ‘controversial reporting’, Al Jazeera America website; accessed April 10, 2015.

Curtis, Cartier. “Fact Check: FBI investigating Hastings before death”. Retrieved 19 September 2013.

“Michael Hastings Probed the CIA Before Fatal Hollywood Crash”. LA Weekly. June 18, 2013. Retrieved April 10, 2015.

“Michael Hastings death: New video of crash emerges”. Los Angeles Times. July 27, 2013. Retrieved 30 July 2013.

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