Evergreen di Calcutta: una doppia recensione

Facebookgoogle_plusinstagrammail

Se c’è un cantante divisivo oggi, uno che più degli altri ha separato l’opinione pubblica tra suoi adulatori e feroci detrattori, quello è sicuramente Edoardo D’Erme, in arte Calcutta. Ognuno avrà la sua opinione su Edoardo e non è questa la sede per sparare sentenze decisive sulla sua musica, ragion per cui, piuttosto che scrivere un’unica recensione del suo nuovo album “Evergreen”, abbiamo preferito unire in un unico articolo i pareri di due diversi redattori della nostra webzine. Ecco, quindi, due recensioni track-by-track di “Evergreen”, a cura di Matteo Abbà e Tommaso Benelli.  

COSA MI ASPETTO?

Matteo: Prima dell’ascolto dell’album Evergreen avevo ascoltato solo i primi due singoli usciti, ossia Pesto e Orgasmo, e dall’ascolto dei due pezzi avevo già capito che l’album sarebbe stato qualcosa di diverso stilisticamente rispetto a Mainstream ma che comunque avrebbe mantenuto la struttura delle canzoni del nostro caro Edoardo. Mi aspetto prima di ascoltarlo un’evoluzione e maturazione del cantante con l’inserimento di qualche novità pop.

Tommaso: Non attendevo l’uscita di un disco con questa trepidazione dai tempi di Rockstar” di Sfera Ebbasta “Suck It And See” degli Arctic Monkeys, quindi era da circa quattro mesi sette anni che non sentivo così tanto l’hype per un’uscita discografica. Ragazzi, sono veramente euforico! Premessa: sono abbastanza fan, ma cercherò di mantenermi obiettivo.

Ok, cominciamo con le recensioni.

BRICIOLE

Matteo: Al primo ascolto la canzone mi ha fatto tornare alla mente non so per quale assurdo motivo le classiche canzoni da Chiesa. Non tanto per il testo che è il classicone di Calcutta dove inizialmente non si capisce assolutamente nulla per poi cogliere il significato profondo dietro a mille allegorie e metafore, ma più per la base musicale e per il ritmo del ritornello. “Tu sei il mio Calcutta ed altro io non ho”.

Tommaso: Come altre due canzoni presenti nel disco (“Kiwi” e “Saliva”), questa circolava in rete già da qualche anno, anche se solo in versione live abusiva (che su Youtube si trova, ma non vi voglio dire dove). Avevo pure imparato a suonarla circa un anno fa, il mio amico Federico può confermarlo. Tornando a noi, “Briciole” segna un’apertura dal passo morbido e non ha il solito ritornello “forte” a cui ci ha abituati Edro, ma contiene “tutti i giorni camminavi con la nebbia nei risvolti”, un verso che io trovo talmente bello da mettere in imbarazzo, quindi usiamo senza timore il termine p o e s i a e passiamo lesti e felici alla prossima canzone.

 PARACETAMOLO

Matteo: Questa canzone verrà ricordata per l’incipit: “Lo sai che la Tachipirina 500 se ne prendi due diventa 1000”. La digressione sull’uso di sostanze stupefacenti (MDMA?) e sulla ormai classica citazione sulla città di Milano (ricordiamo “Milano” nell’album Mainstream) passano in secondo piano rispetto all’inizio della canzone stessa. Non possiamo però liquidare Milano così in malo modo: è passata da essere una corsia d’ospedale da cui Calcutta vuole scappare per “tornare a respirare” al paracetamolo che cura le inquietudini della ragazza che non ha la men che minima voglia di andare a Bologna a trovare il ragazzo Calcutta. Sembra quindi chiaro che Edoardo non abbia un buon feeling con la città lombarda.

Tommaso: “Paracetamolo” si inserisce in quel filone dell’indie italiano per cui fa figo citare farmaci e composti chimici dal nome impossibile – tipo i Baustelle che cantavano “paroxetina” tutti compiaciuti. Non so se derivi da qualche ancestrale fascinazione per le droghe sintetiche, o dal fatto che abbiano nomi abbastanza lunghi da infilarci dentro una melodia compiuta e accattivante, sta di fatto che ogni tanto nei testi fanno capolino ‘ste robe. Personalmente non ci vedo nulla di male, perché 1) sono nomi fighissimi e molto musicali 2) quando Calcutta canta che “il Duomo di Milano è un paracetamolo sempre pronto per le tue tonsille” penso che abbia perfettamente ragione.

 PESTO

Matteo: Rolling Stone a proposito di questo pezzo ha parlato di un Calcutta “voce della nostra generazione”. Al primo ascolto infatti non possiamo distaccarci da questo giudizio: il call center, gli occhi paragonati a una “botte che perde”, la solitudine dopo un amore andato male, l’indecisione dei giovani (“esco o non esco”) e altre espressioni ci immedesimano nel testo. Ci siamo noi nel disagio della nuova generazione errante in un mare di problemi ed incertezze.

Tommaso: “Esco o non esco / fuori è notte, mangio il buio col pesto / non mi piace, ma lo ingoio lo stesso”. Al di là delle evocative stratificazioni poetiche che trovo in questa strofa (che alla fine sono soggettive), c’è una cosa particolare che noto qui, e quasi mai nei brani di molti dei colleghi: l’attenzione alla bellezza fonetica della strofa, la cura nel creare una sequenza armonica di parole. Secondo me questa diventerà la nuova “Gaetano”, senza sorrisi a forma di parentesi, ma con un paio  di occhi a forma di botti che perdono in più.

 KIWI

Matteo: La canzone parte con un ritmo molto pop per poi stroncarti in uno dei primi versi: “Fammi vedere il campo di kiwi dove mi vuoi seppellire”. A quel punto ti viene un colpo al cuore che stronca le good vibes che ti venivano trasmesse dalla base musicale, un colpo quasi letale che ti prende alla sprovvista. Continuando l’ascolto capisco (o meglio cerco di capire) il vero significato del testo per poi arrendermi al fatto che sia un testo totalmente mind-fuck, che gioca con la mente dell’ascoltatore che è obbligato a sentire la canzone senza scervellarsi troppo sul significato. Grazie Edoardo, mi hai quasi portato alla follia.

Tommaso: Conoscevo la versione demo di questa canzone, che aveva proprio un mood portoghese della Madonna, quella saudade devastante da tramonto a Lisbona visto dal balcone di un hotel scrauso. Invece così arrangiata e con un nuovo ritornello non mi fa entusiasmare. Peccato. Però resta bella la trovata di far rimare “campane” con “alveare”, e soprattuto con “puncicare”, che dalle nostre parti non si dice e permette di conservare quel minimo di esotismo che l’arrangiamento ultra-pop ha praticamente cancellato.

SALIVA

Matteo: Se Kiwi giocava con la nostra mente, Saliva ci prende proprio in giro. Calcutta presentando il suo album disse che “non c’è niente da capire”. Tale affermazione penso sia riferita specificatamente alla quinta traccia del suo album. Sembra quasi che sia stata scritta svogliatamente e ciò lo si percepisce anche nel contenuto del testo: della donna protagonista del testo apprezza solo nei e saliva, nulla di più e nulla di meno, un distacco totale dalla bellezza che trasmette il sesso femminile.

Tommaso: Canzone da pelle d’oca in ogni dettaglio. Bella era e bella è rimasta.

 DATEO

Matteo: Questo intermezzo ha sinceramente poco da dirci, ci tengo a segnalare che potrebbe essere tranquillamente inserita in qualche scena della terza stagione di Stranger Things.

Tommaso: Va be’, questo intermezzo strumentale non è neanche male, ma di certo non si salverà dal triste destino che spetta a tutti gli intermezzi strumentali, ovvero essere brutalmente skippato ad ogni prossimo ascolto dell’album.

 HUBNER

Matteo: “Forse noi dovremmo fare come Dario Hubner”. Questa citazione che scomoda uno dei grandi bomber del calcio nostrano mi ha lasciato spiazzato. Cosa c’entra Hubner con il mondo pieno di lacrime e con il mangiarsi le unghie? Allora è iniziata la mia ricerca online mossa da un ragionamento: chi si mangia le unghie vuol dire che è nervoso, quindi sarà un riferimento alle sigarette come sfogo per il nervoso. Ma perché proprio Hubner? Ci viene incontro il sito Zona Cesarini (zonacesarini.net): “Hübner non è più giovanissimo, è sgraziato e fuma troppe sigarette”. Ora finalmente è tutto chiaro, però caro Edoardo non so se leggerai mai questa recensione, sforzati a fare testi dai significati più accessibili a noi miseri essersi umani.

Tommaso: Conoscevo un aneddoto simpatico su Dario Hubner, accaduto realmente, in cui lui entrava in libreria e non sapeva bene come comportarsi, facendo così un po’ la classica figura dell’ex-calciatore ignorantello. Avrebbe scatenato le risate grasse del tipo di pubblico generalista che legge articoli come questo, però al momento non me lo ricordo proprio, mi spiace.

NUDA NUDISSIMA

Matteo: Una delle migliori canzoni d’amore degli ultimi anni, racconta la realtà delle relazioni leggere tra i giovani. La canzone è vera, non racconta di amori strappalacrime o di un amore allo sfascio ma di un amore breve ma intenso, che coincide con il mero rapporto sessuale nato da un incontro. La leggerezza degli incontri umani quasi casuali che finiscono in un’unione temporanea.

Tommaso: Sono un po’ perplesso. Da un lato mi piace la veste della canzone, l’arrangiamento con queste chitarre umide e riverberate in stile Slowdive. Dall’altro mi sembra che nel tentativo di firmare un testo lontano dai suoi soliti lidi poetici, Calcutta sia arrivato a scrivere un po’ “alla maniera di qualcun altro”, perdendo così la freschezza e l’urgenza espressiva che da sempre caratterizzavano i suoi brani. Alle mie orecchie suonava più sincero quando quello nudo nudissimo era lui, mentre andava al mare senza vestiti perché lo faceva sentire libero.

 RAI

Matteo: Calcutta si riferisce alla sua esibizione a Quelli che il Calcio e la esalta in una versione tutta rock, che si distacca completamente dalle canzoni dell’album che tendono ad essere più indie/pop. Da notare come questa sia la seconda canzone della musica italiana dedicata alla RAI dopo “Viva la RAI” di Renato Zero. Niente male Edoardo, niente male.

Tommaso: Bah, so già che questa verrà salutata come il pezzo “diverso” del disco e quindi come il più interessante. Francamente, a me non dice molto, o almeno per ora. Ok il testo a metà strada tra romanticismo e divertissement, ok la nostalgia per una televisione e un’Italia che ormai non esistono più, ok l’autoironia sull’essere degli (anti)divi alla prima esperienza sul piccolo schermo, però, senza che nessuno si offenda, sommessamente, vorrei dire che di queste cose me ne frega un po’ poco.

ORGASMO

Matteo: Adesso farò un discorso un po’ di parte, questa canzone inizialmente non mi aveva colpito molto ma a ogni ascolto mi è piaciuta sempre più fino a quando ho raggiunto l’amore vero per questo brano quando è stato inserito come jingle nella nota trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio24. Andando oltre questa mia breve parentesi la canzone ritengo sia la sintesi dell’album, l’amore come semplice rapporto occasionale, lo smarrimento di qualsiasi giovane e il viaggio del corpo e della mente verso “altre campagne”.

Tommaso: Ma quanto sono belle le vocali apertissime di Calcutta? Ogni tanto rifletto sul nostro triste accento, mogio mogio e piegato su se stesso, imbruttito dalla nebbia padana, e penso che sarebbe bello saper dire spontaneamente “préndi” e “offéndi” come fa Edro. Per non parlare poi di parole come “amaréna” e “Pomézia”, ma qua ci sarebbe da iniziare un altro discorso un po’ lungo. Maledetti Longobardi, vorrei che non foste mai venuti. Canzone ok, ma mi premeva sottolineare altre cose.

Risultati immagini per calcutta evergreen
(Fonte: xl.repubblica.it)

PARERE FINALE

Matteo: L’album di per sé è bello, mi aspettavo un’evoluzione artistica ed Edoardo non mi ha affatto deluso. Lo considero un album non indie e nemmeno pop. Calcutta è un genere a sé stante, non identificabile in alcun spazio musicale. Passa dal pop a canzoni dettate da ritmi lenti fino ad arrivare ad una sorta di rock. Unica nota negativa dell’album è il significato delle canzoni, per certi brani infatti ho avuto un senso di smarrimento totale fino a quando sono andato a ricercare i testi online per provare a capirci qualcosa nonostante il cantante avesse detto che “non c’è niente da capire”. Rispetto a Mainstream quindi a livello di significati è un passo indietro, consiglio quindi un ascolto molto leggero e distaccato accompagnato da una birretta fresca in compagnia di amici e amiche. Voto: 7

Tommaso: Dunque, il suo primo album si chiamava “Forse…” ed era effettivamente un disco alt-folk un po’ sghembo, volutamente naïf e approssimativo. Poi con “Mainstream” è arrivato davvero il successo mainstream. Ma allora “Evergreen” diventerà un super-classico sempreverde della musica italiana??? Boh, ad occhio e croce direi “forse…”, ché almeno chiudiamo il cerchio. La cosa certa è che ormai Calcutta è il nome di punta del nuovo pop all’italiana, e se fino a due anni fa riusciva a trasformare le topaie in cui si esibiva in delle caldissime arene da concerti, quest’estate le Arene le calcherà davvero. Tirando le somme sul disco, direi che è un buon lavoro, meno bello dei due album precedenti e privo di veri capolavori, ma sicuramente valido e neanche così ruffiano come ci si poteva aspettare. Non sono sicuro che certi arrangiamenti vagamente rétro, a tratti sanremesi vecchio stampo, rispecchino il gusto corrente di chi ascolta questo tipo di canzoni, ma credo che ormai Calcutta sia abbastanza popolare e amato da dettare lui stesso le nuove tendenze. Quindi, quando tra sei mesi quel furbacchione di Gazzelle inizierà a rivisitare Gino Paoli, almeno sapremo da chi ha rubato l’idea. Voto: 6,5

Matteo Abbà e Tommaso Benelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *