Iran contemporaneo, tra dualismo sociale e vecchi (nuovi) rimpianti

Lo scorso 27 dicembre la trentunenne Vida Movahed sventolava silenziosamente il suo hijab bianco nel caotico via-vai di Teheran; arrestata dalle autorità, divenne ben presto il simbolo della protesta delle donne iraniane nei confronti della legge che le obbliga a indossare il velo nei luoghi pubblici. Una settimana più tardi, nella città di Mashhad, una donna in abiti tradizionali ripete fieramente il gesto ma il suo hijab nero, all’opposto, sventola in favore dell’imposizione religiosa. L’accaduto è in grado di riproporre le contrapposizioni di un Iran contemporaneo in cui fede e tradizione collidono sempre più con l’intrinseco avanguardismo del popolo di Persia, inserendosi all’interno di un’architettura sociale visibilmente instabile.

La memoria non impiega molto per tornare alle immagini di un Iran completamente diverso da quello dei giorni nostri: gli anni ’50 e ’60 erano gli anni in cui la famiglia dello Shah Reza Pahlavi non aveva nulla da invidiare all’aitanza dei Kennedy, gli anni in cui le strade di Teheran erano tappezzate da pubblicità di fotomodelle e invase da ragazzi con pantaloni a zampa d’elefante, gli anni dei bagni in mare in bikini. L’influenza e i dollari statunitensi sostenevano gli sforzi di secolarizzazione intrapresi dalla monarchia iraniana e il Paese si indirizzava verso la strada di un riformismo in grado di distinguerlo all’interno del contesto mediorientale; ma la cronologia dei fatti riporta ben presto al 1979 e alla Rivoluzione Islamica, al ritorno in patria dell’ayatollah Khomeini, alla destituzione della monarchia Pahlavi – non priva di colpe – e alla ridefinizione della struttura socioeconomica della società iraniana, all’istituzionalizzazione della Sharia a legge di Stato.

Inizialmente osannata dalle masse, la teocrazia sciita ha però sperimentato una progressiva riduzione della base sociale su cui poggiava e nella oramai trentennale storia della Repubblica Islamica d’Iran le manifestazioni antiregime hanno sempre più palesato il risentimento popolare. Giunti alla metà del 2018 lo scenario iraniano rimane tuttavia di difficile interpretazione: se da un lato il conservatorismo religioso pervade tutt’oggi la società e la figura dell’Ayatollah Ali Khamenei continui a incontrare il cuore e le menti degli iraniani, sul fronte opposto le proteste anti-hijab infondono coraggio in chi, al contrario, cerca coraggiosamente di farsi portavoce di quella fetta di popolazione che non è più disposta a piegarsi al rigorismo religioso a cui è costretta.

In questo contesto è evidente come la via scelta da Vida Movahed per lanciare la sua silenziosa protesta, Enghelab street, “rivoluzione” in farsi, contenga un profondo significato: quello di una nuova, possibile, rivoluzione che punti a risvegliare il sostrato dormiente di un popolo nostalgico di un Iran progredito e aperto al mondo. I protagonisti diretti della Rivoluzione del 1979 lasciano ormai sempre più spazio a nuove generazioni venute al mondo in un contesto sociale ben differente, e per quanto continuino a sorgere nuovi baluardi di un obsoleto tradizionalismo religioso – reali o fantocci che siano – è evidente come la sua linfa vitale si stia lentamente prosciugando; ne sono una dimostrazione le manifestazioni antiregime dello scorso gennaio, le più grandi in Iran dal 2009, partite da quegli ambienti rurali che hanno tipicamente rappresentato una roccaforte dello spirito islamico della nazione.

Ciò che sta accadendo in Iran in questo momento lascia presagire possibili sviluppi futuri; il vento del cambiamento inizia a soffiare su Teheran, rimane solo da vedere se e come verrà effettivamente sfruttato.

Marcello Zoia

Fonti Credits
The Independent Pixabay.com
The Guardian Jack Musajo
The New Yorker

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