Elogio della poesia tradizionale

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La Bellezza intrinseca del componimento poetico risiede in un minuto dettaglio che forse tende ad essere spesso trascurato, ovvero la brevità dello stesso.

Principiando occorre precisare come il componimento poetico sia la più alta espressione di necessità in ambito delle lettere. Nelle arti figurative è più facile scorgere la subdola presenza del concetto di necessario: basti pensare ad una scultura qualsiasi. Quello tra la scultura e la poesia è un paragone calzante, poiché in entrambe le forme di espressione si vede un processo di scrematura e di riduzione dei termini possibili per portare a compimento la propria opera. Nella scultura ciò avviene, ovviamente, in ambito fisico: da un blocco di materiale inerte, scialbo e anonimo, ne nasce un’altissima e precisissima rappresentazione della Bellezza. In ambito poetico il processo è sotterraneo. Vi è un’idea, sfocata e melliflua, un argomento che si vuole trattare od un’immagine che si vuole portare all’attenzione del lettore. È poi compito dell’artista scolpire, modellare, togliere e adattare la necessità del suo componimento.

Il consiglio alla vendetta, Francesco Hayez, 1851

Trattando di necessità è ovvio che si parli di un concetto filosofico ben celebre, che si oppone a quello caotico e mesmerizzante del contingente. Sia che si postuli che l’esistenza sia dominata dalla contingenza e dunque dall’imperante presenza di una mancanza di senso intrinseca, sia che si indichi invece come necessario un principio ed una motivazione all’esistere, non si potrà negare come la creazione di un componimento poetico rappresenti un esempio di necessità più alto.

Un poeta non può contemplare la contingenza; non può crederla fondante della propria esistenza, o almeno, non può credere che vi sia solo l’angosciosa presenza, o meglio, mancanza. La Bellezza è frutto di necessità imperante e ancestrale, e sia che si prenda come esempio il tormentato Roquentin sartriano o il Karamazov dostoevskiano, la necessità è insita anche nell’animo più profondamente esistenzialista. Il principio che muove l’artista a porre la suddetta parola nel suddetto posto, o a scolpire più in quel punto, od ancora ad aggiungere colore, è dettato da nientemeno che la più alta, antica e ancestrale necessità. Anche nel più intimo flusso di coscienza del Roquentin v’è la presenza della Bellezza necessaria, che lo invita, eterea, alla stesura del suo tormento sulla ruvida carta.

Tornando tuttavia sulla poesia, è evidente che ciò che la pone su un gradino differente (si badi bene: differente, non necessariamente più alto) rispetto alla prosa è proprio la sua brevità intrisa di regole. Si è elaborato per secoli su come sia necessaria la presenza di regole affinché si abbia una prima forma di civiltà: anche in questa lontana e forse tralasciata sfaccettatura le regole sono quanto mai necessarie.

Il tempio di Giunone ad Agrigento, Caspar David Friedrich, 1830

Ecco dunque che si presenta limpido il motivo di distinzione tra il grigiore del cielo contemporaneo, affollato da un marasma di sedicenti artisti, scrittori e poeti, e l’elitaria trasposizione della Bellezza su carta. Un paio di enjambement e qualche parola latineggiante, arcaica o ad imitazione dell’Alighieri non rendono poeta chi poeta non è. Motivo per cui, tra le altre cose, ancora si imitano le tre corone italiane, secoli e secoli dopo. L’Alighieri e il Petrarca seppero erigersi dalla volgare turpitudine, guardarono al mondo e trasposero la sua necessità su carta. Inventarono ex novo la Bellezza italiana, non più semplice erede latina ma dialetticamente evoluta. La grandezza del Virgilio venne rinnovata su uno sfondo moderno e estremamente nuovo. Carpirono la lontana necessità e la costrinsero su bianchi fogli. Da allora il processo è tornato, ciclicamente e con esempi celeberrimi. Eppure in tempi più recenti si privilegia la semplicità comunicativa e la schiettezza, forse figlie dell’influenza americaneggiante, il cui inglese non vede la imponente statuarietà del latino che da molto lontano. Ma il 1066 è concluso, e la nuova lingua mondiale porta avanti una restituzione di concetti brevi, schietti e esposti in maniera altrettanto schietta. La ciceroniana argomentazione, la tragicità del Seneca, la naturalità del Lucrezio, sono anni luce lontani dal principio che governa l’odierna comunicazione, che pure cercando di argomentare, spesso con esiti lodevoli, è ben lontana dalla posata e caparbia argomentazione latina. E lontana è sempre più anche la necessità, e dunque per contiguità anche la poesia.

Come tornare, dunque, ai fasti passati? È evidente come si debba guardare non più al passato ma anche e soprattutto al futuro. L’uomo latino, il signore rinascimentale, il poeta-segretario di corte, il poeta militante e quello soldato: sono concetti che debbono evolversi in una antitesi, ed ancora, in un dialettico ritorno alla sintetica necessità di Bellezza. Dunque: guardare al futuro, mantenendo l’insegnamento dei grandi il cui sangue ci scorre nelle vene. Solo così la poesia moderna potrà rinascere, in una modalità tutta contemporanea e, perché no, anche barbara, pur sempre ricordando i grandi esempi passati. Occorre riprendere la lingua viva, più propriamente nostra, l’italiano dell’anno 2018, e ricercare in esso la scultura poetica più bella. Se necessario, anche inventare. È tuttavia cristallino come non si possa continuare, da un lato, a riprendere, manieristicamente o meno, i grandi, senza apportare alcuna novità, e dall’altro porsi come illustri poeti dopo aver posto qua e là qualche scialba parola accompagnata, perché no, da una altrettanto scialba illustrazione. Gli strumenti della modernità sono centinaia di volte più potenti di qualsiasi altra possibilità alla portata di coloro che vennero prima di noi: occorre sfruttarli. Occorre porre una fine alla banale ripresa dei grandi ma anche allo sperimentalismo squallido stile slam-poetry che nulla ha in comune con la vera poetry se non il nome.

Un uomo e una donna in contemplazione alla luna, Caspar David Friedrich, 1819

È forse solo così che il Manzoni compose una delle strofe più belle di tutta la storia della poesia, fulgido emblema della necessità, raggiante esempio di scultura poetica. Egli scrisse:

Ei si nomò: due secoli,

l’un contro l’altro armato,

sommessi a lui si volsero,

come aspettando il fato;

ei fe’ silenzio, ed arbitro

s’assise in mezzo a lor.

È impossibile sopprimere il senso di grandezza che sei versi riescono a comunicare: cos’altro, se non la più bella necessità? I termini scelti dal poeta sono frutto di una ricerca e selezione mirabile, così come la posizione prescelta. È la trasposizione su carta di una scultura: Napoleone, imperante, fiero, si staglia sul confine tra due secoli, e impone silenzio. Due mondi si voltano a guardarlo, in trepidante attesa: egli decide. Egli impera. In un crescendo di spannung iniziale ecco che immaginiamo la luminosità settecentesca guardare in aspettazione il languido Ottocento, pugnanti in conflitto d’idee. Tra i due combattenti, assimilabili alla bellezza del cavaliere, alla potenza del pugile, alla grandezza del condottiero, si pone egli. E dunque lo spannung della battaglia che vede due armate attendere l’”avanti!” dei rispettivi condottieri giunge all’apice. I combattenti si guardano negli occhi, la tensione, il sudore, la calca, le urla stridenti e il luccichio delle spade; si pone tra loro egli, gigante di fattezze simil-divine, con potenza certamente eguale. Si pone al centro, e arbitra, sceglie, comanda e decide. E tutti fanno silenzio, attendendo.

La Belle Dame Sans Merci, Frank Dicksee, 1901

Sei versi racchiudono quanto si potrebbe scrivere in un intero trattato: impregnati di lucida necessità, i termini maniacalmente selezionati si posizionano: non poteva essere altrimenti. Chiave di una poesia è dunque proprio questo: non può essere altrimenti. Si leggano i più celebri componimenti e ci si renda conto di quale esercizio divino è stato compiuto: nel fitto e irto reticolato di regole l’autore ha trovato la precisa corrispondenza di parole che potesse permeare la vergine carta.

Lucrezia Bonfili

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