Decreto dignità, una scommessa persa

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Il 2 Luglio con la solita e consueta diretta Facebook il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio annuncia la ratifica del cosiddetto decreto dignità. Questo decreto va a toccare diversi punti dell’economia italiana, dal precariato alle delocalizzazioni. Importante però, come evidenzia lo stesso ministro, è lo stop alla pubblicità d’azzardo.

Quando etica ed economia si scontrano è sempre difficile distinguere il giusto dallo sbagliato. In Italia, come in altri paesi del mondo, vi è una grande fetta di scommettitori ludopatici: secondo i dati dei Monopoli di Stato rielaborati dall’Associazione per lo studio del gioco d’azzardo sono stati spesi dagli italiani 100 miliardi di euro nel 2017 tra gioco d’azzardo, betting e gaming online. Parliamo non solo di italiani disoccupati o in seria difficoltà economica, ma anche di studenti e lavoratori che bruciano i propri risparmi per colpa di questa malattia. Ovviamente è innegabile il fatto di come uno stop alla pubblicità al gioco d’azzardo abbia sicuramente delle motivazioni moralmente ed eticamente valide, ma va evidenziato come queste si vadano a scontrare con la realtà economica del paese. E quando si parla di economia si parla di imprese, e quindi di persone.

Attualmente il gioco d’azzardo è ben regolamentato a livello europeo, ogni Stato membro infatti ha una propria linea sulle politiche per il gioco d’azzardo le quali sono state influenzate tra le normative nazionali e la giurisprudenza dell’Unione Europea. Le varie leggi e normative riguardano da un lato la salute pubblica e dall’altro ciò che concerne i meri interessi economici di profitto. Quindi possiamo ben capire come vi sia già una politica nazionale e comunitaria che regolamenti il gioco e che si interessa sia alla prevenzione alla ludopatia che al controllo di chi fornisce servizi di scommesse.

Una domanda ora sorge spontanea, ha senso stoppare definitivamente la pubblicità delle varie agenzie di betting? Ma soprattutto, quali ripercussioni ci saranno? Chi ne farà le spese principalmente e in maniera evidente saranno le squadre calcistiche, oltre al mondo dello sport italiano in generale. In Serie A ben 11 società su 20 hanno come partner commerciale un’agenzia di scommesse. Sono ben 120 milioni all’anno che vengono utilizzati per la pubblicità nello sport. Per non parlare del mondo dei media che ne risentirebbe, esempio eclatante (come citato dal Sole24Ore) è Mediaset che “secondo gli analisti di Fidentiis, gestisce il 50% del budget annuale del gioco d’azzardo sui media tradizionali, che sarebbe attorno ai 70 milioni. Con questo il gruppo di Cologno dovrebbe lasciare dunque sul terreno il 6% del margine ebit consolidato”. Parliamo quindi di significative ripercussioni sui bilanci di società e di aziende che hanno a che fare col mondo dello sport al quale è strettamente legata la sfera delle scommesse sportive.

Quella che viene fatta passare dal ministro Di Maio come una lotta contro il gioco d’azzardo viene condotta sì per buone motivazioni etico-morali, ma sulle spalle di chi? Citando ancora il caso delle società calcistiche, quando parliamo di calcio pensiamo sempre ai vari stipendi faraonici dei vari Cristiano Ronaldo o Messi senza pensare al fatto che ormai le squadre sono delle vere e proprie aziende, con dipendenti non solo nell’ambito dirigenziale o nel campo da gioco. Parliamo anche di magazzinieri, di commessi ai negozi dei vari club, dei vari addetti ai lavori che difficilmente vediamo nelle prime pagine dei giornali ma che sono elementi portanti del calcio non solo italiano ma anche mondiale. Parliamo spesso di un calcio italiano in difficoltà, di squadre che non pagano gli stipendi ai propri dipendenti, di società che falliscono o che non riescono a iscriversi ai campionati. Ecco, con questo decreto è stato chiuso un rubinetto da cui potevano scendere anche poche gocce per dissetare un sistema che non sta vivendo un periodo florido, è stato creato un ostacolo alla libertà di impresa che danneggia pesantemente le società italiane e amplifica il divario rispetto alle squadre estere che hanno enormi profitti dai vari accordi commerciali con le agenzie di betting.

Dato che è comunque apprezzabile la motivazione etica che si cela dietro al decreto voluto dal leader grillino, non sarebbe più dignitoso fare un provvedimento che non limiti la libertà d’impresa ma che comunque vada a combattere la ludopatia? Perchè ad esempio non porre una percentuale delle spese nella pubblicità del gioco d’azzardo obbligatoriamente spendibile da parte dei vari attori chiamati in causa per finanziare programmi di prevenzione e lotta contro la ludopatia? Sicuramente sarebbe un vero decreto dignità, una lotta seria, socialmente ed economicamente sostenibile che non inciderebbe sulle tasche delle imprese in gioco e che andrebbe ad accrescere le varie implicazioni in termini di CSR (Corporate Social Responsability, o meglio in italiano Responsabilità Sociale d’Impresa).

Matteo Abbà

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