Di caldo, di Mediterraneo e di geo-poetica (parte prima)

La strada è rovente. Sotto i bollenti pneumatici neri, l’asfalto pare sciogliersi, liquefarsi di afa e formare un pantano di carbone spugnoso. Il nero catramoso assorbe il calore e lo vomita nell’aria, appesantendo l’atmosfera viscosa del pomeriggio. L’orologio spacca le due e sulla mia sinistra l’Adriatico brilla di un turchese talmente saturo da sembrare un blocco solido, se non fosse per gli arabeschi di luce accecante che danzano fluidi sulla superficie salata, increspata da una bava di brezza marina che chissà da dove viene. All’altezza della costa molisana, il mare comincia ad abbandonare la sua identità adriatica per assumere un carattere più deciso, profondo, più ionico. Pochi chilometri di autostrada e questo piccolo lembo d’Italia chiamato Molise scomparirà dalla segnaletica e dai ricordi, per lasciare spazio a quell’immenso tavoliere arido che della Puglia è solo l’aurora. Mi fermo in una delle piccole stazioni di sosta alberate che caratterizzano questo tratto dell’A14, per mettere qualcosa sotto i denti e trovare un po’ di respiro dalla morsa asfissiante del sole. Faccio scendere Arlich, il mio cane, dal sedile posteriore e, dopo averlo abbeverato, gli permetto di sgranchirsi le zampe sotto l’ombra dei pini marittimi. Penso che da qui in poi difficilmente troverò aree di servizio così verdi, fresche e silenziose; al più delle piazzole di rifornimento consumate dal tempo e perennemente battute dal vento e dal sole, che al tramonto si infiammano degli odori e delle suggestioni della strada. Mi siedo con Arlich su un muretto, davanti al boschetto di pini marittimi. Alle mie spalle, gli Appennini riposano dolenti e silenti. La loro presenza mi conforta e mi stimola, per me rappresentano un mistero per lo più inesplorato, una tranquillizzante potenzialità futura. Ma il mio sguardo è rivolto al mare, è sempre rivolto al mare.

La Puglia è una regione che non finisce più. Consumando l’Adriatica scendendo da nord, rappresenta a tutti gli effetti l’immaginaria porta del Sud orientale, sotto ogni punto di vista: geografico, paesaggistico, architettonico, culturale, toponomastico. In effetti è proprio la toponomastica una delle prime testimonianze tangibili dell’essere giunti in una delle aree più intensivamente colonizzate dai greci molti secoli fa. I nomi delle uscite autostradali si susseguono in suoni alternativi, musicalità diverse: Poggio Imperiale, Foggia, Cerignola, Canosa, Bitonto. Mano a mano che ci si addentra nel profondo meridione peninsulare, la musicalità della toponomastica si evolve, si imbeve di vecchie suggestioni, antichi richiami, in un crescendo di seduzione sempre più impregnante. Taranto non è la fine, è solo l’inizio. Il Tavoliere delle Puglie è un’immensa pianura, un tempo antico fondale marino, chiusa dai monti Dauni a occidente e dall’Adriatico a oriente. La strada si snoda dolcemente, immersa in un panorama surreale, dove la vista può spaziare su decine e decine di chilometri di profondità paesaggistica fatta di distese di aridi campi, sporadiche fabbriche e cielo aperto. A enormi tappeti pianeggianti si alternano, di tanto in tanto, dolcissimi saliscendi che spezzano la monotonia del viaggiatore, offrendogli, al culmine dell’ampio movimento sinusoidale, vedute di una spaziosità indimenticabile, dove il mare appare solo come un miraggio lontano e la solitudine regna silenziosa. Questa “parte della Puglia piana, che si estende sino al Monte Gargano”, come l’ha definita Strabone, è solo il principio della penisola più orientale dell’Italia, ed è il cancello di quella che un tempo veniva chiamata la Magna Grecia. Lascio la desolazione del Tavoliere per entrare nell’area metropolitana di Bari; qui ritrovo macchine, traffico e colpi di clacson.

Bari è una delle più importanti metropoli che si affacciano sul Mediterraneo, ed è una città dall’animo mediterraneo in tutto e per tutto, quindi ricca di contrasti. Ho sempre creduto all’esistenza di un filo rosso, di un’essenza condivisa che accomunasse Istanbul, Atene, Venezia, Napoli, Tunisi, Marsiglia, Valencia e Tangeri, così come tutte le altre città, grandi o piccole che siano, che si affacciano su questo grande mare intriso di sangue e di sperma, citando una potente immagine pregna di poesia e mitologia di Cesare Pavese. Definire precisamente un’identità mediterranea è un percorso impervio. Il Mediterraneo è un coacervo di civiltà, di linguaggi, di culture, di religioni e di storie; è stato quasi sempre un mare di sangue, difficilmente di pace; quasi sempre un mare di geopolitica, troppe poche volte di geo-poetica; ma è stato anche un mare di collegamenti, di incontri e connessioni. Il profondo brivido di meraviglia che ho provato nell’ascoltare il gergo della costa marsigliese, così simile al linguaggio napoletano; o nello scoprire che il dialetto crotonese – e chissà quanti altri vernacoli dell’Italia meridionale – è così intriso di parole di derivazione francese, greca, spagnola!
Arlich torna a percepire rumori a lui più familiari, alza le orecchie e si scotola dal suo torpore da viaggio. La nostra prima tappa, però, non è la città capoluogo, ma le arcaiche contrade delle sue campagne che si affacciano sul mare, che qui è ancora ufficialmente Adriatico, ma solo per poco. Nei pressi del Capitolo, a sud di Monopoli, mi addentro in labirinti fatti di terra rossa, muretti a secco e alberi d’ulivo secolari. Il sole sta tramontando, la terra color ocra sembra prendere fuoco, ma il caldo viene stemperato da un fresco venticello serale, di campagna. Immerso in questi sentieri mi sembra di vivere in un’altra dimensione, fatta di stagionalità e di pazienza. Nascoste qua e là, dietro gli alberi e dietro timide cancellate, spuntano ogni tanto delle graziose villette, alcune a forma di trullo.

Ho l’impressione di essere penetrato in un segreto, o comunque in un tacito accordo; sensazione che mi ha accompagnato tante altre volte, nel Sud, in luoghi come questi. Svolto in una stradina a sinistra, poi in un sentiero a destra, ancora un viottolo a sinistra e arrivo alla casa dove pernotteremo questa notte, pensando che senza Google Maps non ce l’avrei mai fatta. Sulla destra, su un campo rosso sottostante la mia nuova abitazione, un vecchio contadino sta raccogliendo dei fichi dall’albero, mettendosene ogni tanto uno in bocca, assaporandone la polpa con gusto. Ha le mani e i vestiti sporchi di terra, gli occhiali sono illuminati dai colori del cielo a tramonto. Mi fermo e libero Arlich, mentre le prime stelle della sera sorgono dal mare in lontananza.

Giuseppe Platania

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