Di caldo, di Mediterraneo e di geo-poetica (parte seconda)

SS 106. Le bianche lettere della piccola segnaletica blu mi appaiono in una visione tra i vergini raggi di sole che tagliano l’alto soffitto della casa. Il mio corpo è corso da periodiche scariche di tensione mista a eccitazione, per l’intenso viaggio imminente, nonostante non mi sia ancora alzato dal letto. Memorie passate mi solleticano lo stomaco, emergendo da un Io dimenticato. All’improvviso sento bussare dalla finestra. I rintocchi scatenano gli ululati di Arlich, risvegliatosi bruscamente dal suo lungo sonno rigenerante. Apro la porta. Il mio ospite, il contadino con gli occhiali, mi offre un vassoio di fichi appena lavati, per la colazione. Guarda il cane e si mette a ridere, chiamandolo cacacazzo. Lo ringrazio; mi annuncia col suo musicale e ondulatorio accento barese che oggi preparerà la focaccia. Decido di prendermela comoda e di fare due passi in campagna con Arlich. Fuori il caldo è secco ma già intenso, nonostante sia mattino presto. Camminiamo tra intrecci di ombre e di luce, sulla terra morbida e rossa, piroettando sotto ulivi e piante di fichi. Inspiriamo i profumi della macchia mediterranea, frammisti a sporadiche scie di salsedine provenienti dal mare. Aromi caldi e passionali, che solo nel profondo Mediterraneo si possono percepire. Il limpido mattino meridionale è sempre un momento piacevole della giornata. In esso ci si riempie di luce azzurra, di aria buona, di caldo pulito; mentre nel pomeriggio il sudore delle nostre pelli permea l’elemento aereo, l’atmosfera si sporca di sale e di porti, il caldo si gonfia delle fragranze e delle calure dei forni. Dopo un lungo peregrinare, Arlich si stende all’ombra di un albero, stremato dal caldo, la lingua penzoloni. Mi siedo anche io con lui. Davanti a noi si innalza una stradina bordata da muretti a secco, l’asfalto dissestato è infarinato di sassi e argilla arida; la musicalità discreta della natura pervade ogni cosa. Osservo le sue costole gonfiarsi e appiattirsi ritmicamente e sono colmo di gratitudine. E’ un compagno di viaggio straordinario. Mi offre sempre un altro punto di vista, un’alternativa alla mia natura di uomo, imponendomi nuovi ritmi, altre esigenze, diverse prospettive e una sensibilità profonda, vergine, naturale.


La macchina è pronta. E’ mezzogiorno e vado a salutare il vecchio contadino. Noto del fumo scemare da un angolo del cortile battuto dal sole. Quando si accorge della mia presenza, se ne esce con una teglia fumante di focaccia pugliese, i piccoli occhiali appannati e un sorrisetto soddisfatto. Quella focaccia è un tripudio di colori della terra mediterranea. C’è la soffice indoratura del pane salato, il rosso pulsante dei pomodorini, l’eleganza violacea delle olive nere. Morderla significa perdersi nei sapori ancestrali dei campi e dell’antico sapere umano. La saporosità del Mediterraneo è così piena perché alta è la qualità delle materie prime frutto della sua stessa terra. Qui i sensi si affinano, tutto si rivela essere collegato: mare, terra, carne, pane. 
Alle mia sinistra Leuca dalle scogliere bianche, alle mie spalle Taranto e le sue suggestioni greco-salentine. Un giorno ci sarà tempo anche per loro.  

Ho lasciato ufficialmente l’Adriatico, le acque meno profonde che bagnano la penisola italiana. Il sogno di stamattina muta in realtà. La segnaletica SS 106 mi annuncia che ho appena imboccato la famigerata strada statale Jonica: una lingua di asfalto malmesso che collega Taranto con Reggio Calabria, vena aperta della vita sociale e commerciale che si sviluppa tra Siritide, Sibaritide, Marchesato Crotonese e Locride. Qui tornano, in maniera più potente e penetrante, quella complessa toponomastica e i suoi antichi richiami, illuminati dalla luce accecante dello Ionio, che lambisce le sottili distese di sabbia ad una manciata di metri dalla strada. Questa striscia di territori dimenticati d’Italia è il cuore pulsante della Magna Grecia, ne è la storia tangibile. La bellezza paesaggistica comincia ad assumere tonalità forti e sfumature arcaiche. E’ una realtà non-detta: un susseguirsi di simboli e suggestioni, una magia atemporale nella quale penetrano silenziosamente le radici di una cultura inesauribile. Accedo con una certa dose di sacralità a questo lembo di terra dimenticato, a tratti rigoglioso a tratti arido; tutto ciò che ho lasciato alle spalle evoca un retrogusto remoto. Scorro la costa meridionale della Basilicata, ammirando direttamente dalla Jonica la bellezza struggente delle Tavole Palatine di Metaponto, i resti di un tempio dorico consacrato alla dea Hera. Finalmente varco il confine bruciato dal sole della Calabria. La poesia, qui, è bellezza che attende solo di essere desiderata, cercata, svelata. La vista del Castello Federiciano di Roseto Capo Spulico, che sorge su un faraglione a picco sulla spiaggia, mi annuncia di essere giunto nella leggendaria Sibaritide. Il nome del piccolo borgo a ridosso dello Ionio è un’esplosione di suggestioni dimenticate: a Rosetum, in epoca greco-romana, si coltivavano le rose che servivano a riempire i guanciali delle bellissime fanciulle sibarite. La vicinanza a Capo Spulico, Akron Spylikòn in greco, testimonia il legame strettissimo tra onomastica e geografia.

Non resisto più; parcheggio la macchina a ridosso della spiaggia e mi butto a mare, mentre Arlich mi osserva dalla battigia, all’ombra del faraglione. Assaporo l’acqua salatissima dello Ionio ed entro in contatto con l’elemento fluido. Di fronte a me ho il mare più profondo delle acque italiane, teatro del mito omerico, che porta direttamente in Grecia. L’elevata salinità del Mediterraneo deriva principalmente dal suo essere un mare chiuso tra le terre, l’intensa evaporazione fa sì che esso ceda acqua più rapidamente di quanto ne venga immessa dai sistemi fluviali, la maggior parte dei quali molto scarni. 
Ionio. Jonio. Ionico. Jonico. Provincia pelagica del continente acqueo Mediterraneo. Il crepuscolo avanza veloce. Percorro la parte più asfissiante, logorante, ma anche suggestiva della 106. Alla mia sinistra, la ferrovia non ancora elettrificata segue le linee dolci della costa. Da Taranto a Roseto la statale è a tutti gli effetti un’efficiente superstrada; da Roseto a Crotone è una stradina sconnessa che passa da decine di paesini di mare, tagliandone a metà la vita quotidiana, dalle cui terrazze lo Jonio domina infinito. Il Mediterraneo è uno spazio di mescolanze. Jean Claude Izzo, uomo mediterraneo a tutti gli effetti, ha lottato con la penna per innalzare la cultura meticcia e solidale quale emblema della mediterraneità. Il “meticciato mediterraneo” è il retroterra nel quale l’Europa moderna ha saldato le sue radici, ed è dunque dalle coste mediterranee, secondo lo scrittore marsigliese, che si dovrebbe sviluppare il suo avvenire. Nelle prime luci della sera arrivo a Crotone. Entro dalla periferia nord, sorpassando gli scheletri di un’illusione industriale appartenente ad un più recente passato. L’aria è fresca. Parcheggio la macchina nei pressi del porto, sotto il Castello di Carlo V, per fare due passi con Arlich. Ritrovo i miei volti spariti.

Eudeleios è un’antica parola greca che declina una delle molteplici sfumature della realtà paesaggistica circostante. Eudeleios è la forte luce mediterranea che scolpisce le coste, stabilendo il confine del vasto mare blu sulla terra scogliosa. Non è un mero concetto spaziale, astratto e sintetico: è, piuttosto, qualcosa di peculiare, che risalta un aspetto di una specifica realtà. Eudeleios è quella luce mediterranea che scolpisce il lembo di una terra dai confini nettamente definiti dal mare. In questo caso è l’accezione data al concetto di luce che assume un peso specifico: esattamente così come il mare, nell’antico greco, poteva essere Pelagos (inteso come palcoscenico d’acqua dove si succedevano gli avvenimenti), o Pontos (il mare che unisce le terre, e dunque spazio di navigazione e scoperta) oppure ancora Hals (il mare come sostanza, acqua salata). Gli antichi greci avevano la straordinaria capacità di assorbire nella loro lingua i complessi riflessi della realtà mediterranea. Questo perché la Grecia, al contrario di Roma e del suo Impero, invece di unificare il Mediterraneo in un Mare Nostrum, ne riconobbe e ne estrapolò le differenze, accettò l’essenza multipla di una miscela complessa e mai uguale a sé stessa, ma costantemente contaminata da differenti culture e identità, venti e correnti. In questo modo lo spazio della realtà si allargava, mentre la dimensione poetica e divina assumeva sempre più profondità e significato. Siris, Metapontum, Taras, Sibaris, Temesa, Krimisa. Percorrendo viale Magna Grecia verso Capo Colonna, la strada costiera di Crotone, il significato di Eudeleios si rivela in tutta la sua intensità. Il panorama offre un tributo fedele alla potente suggestione che scaturisce dal termine arcaico. La strada segue una stretta distesa di sabbia rossa, che sotto i tramonti estivi sembra prendere fuoco, per poi stringersi e salire tortuosa sul promontorio di arenaria, rigoglioso di profumata vegetazione mediterranea in primavera quanto indorato di aride sterpaglie nel ribollire dell’estate jonica. Il promontorio di Capo Colonna, conosciuto in passato come Capo Lacinio, ha per lungo tempo definito il confine occidentale del Golfo di Taranto: nel III secolo a.C. gli antichi Romani lo doppiarono, in barba agli accordi con Taranto, dando inizio alle guerre pirriche contro la coalizione greco-italica, nonché all’egemonia romana sull’intera Magna Grecia. In cima al promontorio si trovano una chiesa bianca, consacrata alla Madonna di Capo Colonna, una torre spagnola e i resti di un’immensa area sacra su cui svetta una colonna dorica a picco sul mare, unica superstite di un vasto tempio dedicato a Hera Lacinia.

Le parole di Gustav René Hocke si fanno roccia:

“Anche qui l’antico non è del tutto svanito senza lasciare traccia. Una sorta di sensualità acerba delle pratiche magiche, la metamorfosi dell’Olimpo in una processione di santi, Maria sopra Minerva, sopra Giunone, l’immagine cristiana della madre di Dio sulle rovine dei templi dorici”.

Il tempo si è fermato. Passato e presente si intrecciano, si sciolgono e scivolano nel mare. La ritualità antica si fa sacralità cristiana. La madre tiene per mano il figlio. Insieme guardano l’avorio e l’azzurro.


Giuseppe Platania

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