I segreti di Broadchurch: tra letteratura e serial cult

Da tre anni a questa parte la piattaforma streaming Netflix ci propone diversi titoli, più o meno riusciti, tra serial, anime e documentari di sua produzione e non. In questo caso specifico mi sento di spezzare più di una lancia a favore di uno di quelli “non-netflixiani”, approdato in patria nostra sul canale televisivo Giallo nell’aprile 2014 e forse per questo motivo, tra una replica di Law & Order e l’altra, passato un po’ in sordina. Sto parlando di Broadchurch, telefilm crime-drama inglese di ottimo livello pur senza una grande innovazione nello stile e nei contenuti del suo genere; anzi oserei dire che il suo ideatore e i suoi registi (tra l’altro già attivi in altri serial di successo come Doctor Who e Black Mirror) non hanno mai avuto la minima intenzione di renderlo diverso da un thriller investigativo classico.

Ma allora cos’ha di tanto interessante? Prima di tutto il fatto che è un prodotto della corrente postmoderna, cioè un accumulo di citazioni e riferimenti ad altre opere che ormai da molti anni (almeno 24 se consideriamo Pulp Fiction o più in generale Quentin Tarantino come i massimi esponenti di questa corrente) troviamo quasi ovunque sia nel cinema che nella televisione. Tra queste fonti moltissime sono per me da riscontrare nella letteratura inglese ottocentesca dalle sorelle Brontë a Thomas Hardy per le atmosfere cupe come il cielo perennemente plumbeo e la scogliera del Dorset che si staglia maestosa quasi quanto le pietre di Stonehenge dove Tess dei D’Uberville viene arrestata per essere in seguito giustiziata. Per quanto riguarda invece i rapporti tra i personaggi, molto spesso ambigui nonché pieni di diffidenza e sospetto, non si può non pensare all’intera produzione scritta di Agatha Christie, da Poirot a Miss Marple. L’altra citazione, che praticamente va a delineare quasi del tutto il fondo dell’intreccio della prima stagione del serial, coinvolge sicuramente Twin Peaks, almeno per quanto riguarda la componente giallo-investigativa (quella che in pratica a David Lynch è servita come trampolino di lancio per il pilota e che ha abbandonato quasi subito in favore dell’onirico e del sovrannaturale). La trama è infatti pressoché identica: nel piccolo centro marittimo di Broadchurch la comunità è scioccata dal ritrovamento del cadavere dell’undicenne Danny Latimer, ucciso in circostanze misteriose e ritrovato sulla spiaggia cittadina. A investigare è chiamato il neopromosso ispettore Alec Hardy (David Tennant) affiancato dal sergente Ellie Miller (Olivia Colman), i quali col passare del tempo si renderanno conto che Broadchurch non è esattamente il luogo tranquillo ed idilliaco che tutti immaginavano ma nasconde un gran numero di segreti. Vi ricorda qualcosa?

In realtà, come ho già detto, per Twin Peaks sono state fatte scelte diametralmente opposte ai fini della trama ma proprio per questo mi sento quasi di dire che Broadchurch può essere definito come “il suo corrispettivo inglese che poteva essere ma che non è stato”. Anche per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi, si intende.

L’ispettore Hardy è puntiglioso, schivo, serioso e completamente incapace di instaurare rapporti sociali coi colleghi (che detesta tanto quanto il paesello in cui è stato mandato a lavorare) ma è un uomo perennemente tormentato che si interroga continuamente sui mali del mondo e che capisce e riconosce la sofferenza. Tutt’altra cosa rispetto al positivo e sorridente agente speciale Dale Cooper, amante della natura e dei “caffè neri come una notte senza luna”.

Kyle MacLachlan interpreta l’agente speciale Dale Cooper in Twin Peaks (1990-91; 2017)
David Tennant interpreta l’ispettore Alec Hardy in Broadchurch (2013-2017)

Proprio per questa sua caratterizzazione così cupa, esistenzialista e solitaria il personaggio interpretato da Tennant (in maniera magistrale, sicuramente più complessa e matura di quella del Decimo Dottore in Doctor Who) è figlio legittimo del Romanticismo e profondamente inglese, esattamente come il cognome illustre che porta, non a caso, con sé. Le scogliere da lui odiate (e poi amate) lo rappresentano perfettamente ed è dalla cima di queste che l’ispettore affida i suoi tormenti e i suoi pensieri verso l’orizzonte, proprio come l’uomo protagonista del famosissimo olio su tela di Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia. Alec Hardy è insomma il classico personaggio da cui è impossibile non rimanere affascinati e conquistati, pur essendo un uomo spesso molto sgradevole nei modi (trovo quasi impossibile che chi ha già visto la serie non abbia voluto tirargli un ceffone almeno una volta).

Importante però è anche spendere due parole sull’interpretazione di Olivia Colman che fortunatamente non ricopre il ruolo di “spalla” per il personaggio decadente e angosciato ma è vera e propria coprotagonista. Lo è nella misura in cui il suo personaggio, il sergente Ellie Miller, non si limita ad accompagnare Hardy nelle sue peregrinazioni esistenziali ma interagisce con lui (o almeno ci prova) fino a passare da donna ingenua e fiduciosa verso il prossimo ad una consapevolezza più amara e pragmatica della vita (in particolar modo questo lo si nota molto nel passaggio dalla prima alla seconda stagione). Lo stesso rapporto tra i due evolverà nel tempo da un iniziale rapporto capo-subordinato distaccato e poco cordiale ad un’amicizia rispettosa e piena di fiducia, seppure sovente nascosta e che emerge solo in alcune gag in puro stile english humor.

Olivia Colman e David Tennant

In sintesi Broadchurch è una serie da recuperare e vedere assolutamente soprattutto per i thriller addicted che hanno amato The Killing e True Detective. Non vi spaventate se la prima stagione vi sembrerà autoconclusiva perché a mio parere anche le altre due fanno scintille, soprattutto la terza che, pur cambiando tema, vittime e carnefici, riesce a trattare con molto realismo e cura temi delicati come le violenze sessuali e lo stalking proprio nell’anno del #metoo, il 2017. Honorable mentions vanno sicuramente alla scelta della location delle riprese (L’East Cliff di West Bay, nel Dorset) resa ancora più suggestiva dalla colonna sonora originale composta dal musicista islandese Ólafur Arnalds che vi invito ad ascoltare.

Consiglio spassionato: se decidete di iniziare la serie vi suggerisco caldamente di evitare il doppiaggio italiano. Io personalmente non sono una purista della lingua originale, anzi apprezzo moltissimi doppiatori italiani ma in questo caso specifico c’è una perdita di espressività notevole dall’originale al doppiato, in particolar modo per quanto riguarda Tennant che nasce come attore teatrale e che ha un accento scozzese meraviglioso (il suo BLADI TWITTA e i suoi MILLAH vi entreranno nel cuore). A riprova di questo è stato realizzato un video confronto tra le due pronunce in una scena del primo episodio della prima stagione (non c’è alcuno spoiler quindi potete guardarlo tranquillamente).

Buona Visione!

Arianna Dornetti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *