L’eredità di Al-Andalus: Siviglia e la Spagna islamica

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Ogni anno la Lonely Planet stila una lista delle dieci migliori città da visitare, luoghi che in quel determinato periodo hanno qualcosa in più da offrire per via di ricorrenze o eventi particolari. Se avete la pazienza di cercare le “best in travel 2018” (qui per i più pigri) noterete che alla posizione numero uno c’è Siviglia perché quest’anno festeggia il quattrocentesimo anniversario della nascita del pittore barocco Murillo e, a dicembre, ospiterà gli European Film Awards. Ovviamente tutte questi straordinari avvenimenti mi erano totalmente sconosciuti nel momento in cui, ad aprile, ho prenotato il mio viaggio per poter visitare finalmente il capoluogo dell’Andalusia, per questo, quando il mio feed di Instagram si è riempito di fotografie di Siviglia scattate da amici, conoscenti e affascinanti influencer, mi sono chiesta se anche loro fossero stati improvvisamente colpiti dalla bellezza dello stile mudéjar o dal desiderio di visitare una delle città che meglio esprime lo strettissimo dialogo tra Cristianesimo e Islam.

Siviglia era tra le mie destinazioni preferite da quando, nel primo semestre del mio terzo anno di università, assistevo alle lezioni del mio futuro relatore riguardanti la conquista islamica della penisola iberica. Mi affascinava l’idea di conoscere un territorio che per secoli e secoli era stato dominato dai musulmani e che, ancora oggi, poteva manifestare fortissime tracce di quella presenza capillare. Ma facciamo un passo indietro. Forse anche più di uno… Ok, corriamo indietro fino al VII secolo.

La cattedrale sivigliana vista dalla Giralda. Dopo 32 rampe di scale.

Dopo la morte di Maometto (632), i califfi suoi successori si dedicarono alla conquista del territorio circostante parte dell’attuale Arabia Saudita – dove si trovano Medina e La Mecca, fulcri della predicazione del Profeta – fino a dominare Siria, Egitto, Palestina, Iraq e Persia, più per motivazioni legate al sovrappopolamento delle regioni d’origine che per cause religiose. La situazione politica, però, non era altrettanto rosea; i problemi per la successione dopo Maometto portarono alla formazione di due schieramenti: gli sciiti si ispiravano alla figura di Alì, ultimo dei califfi legato da rapporti di parentela con il Profeta, e sostenevano che solo i suoi discendenti potessero accedere al califfato; i sunniti prescindevano dalla discendenza diretta, preoccupandosi di affidare al califfo il compito di conciliare la dottrina con le esigenze della comunità. L’assassinio di Alì portò all’ascesa della dinastia sunnita degli Omayyadi.

È grazie a questa famiglia che gli islamici conquistarono le coste mediterranee dell’Africa, fino ad arrivare all’Oceano Atlantico. La punta estrema dell’Africa viene occupata nel 711: Gebel-el-Tarik, “la montagna di Tarik”, Gibilterra, permette all’esercito degli Omayyadi di spalancare le porte dell’Europa. La penisola iberica venne conquistata in appena cinque anni e non assunse i caratteri di una vera e propria invasione militare: la popolazione locale era stanca dell’inefficienza del governo visigoto e, spesso, accolse di buon grado l’arrivo dei contingenti islamici. La battaglia di Poitiers a opera dei franchi bloccò l’avanzata prima dei Pirenei: nacque così l’emirato di Al-Andalus con Cordova capitale, trasformatosi poi in califfato nel X secolo con l’avvento della dinastia sciita abbaside. Dalla sua conquista al 1031 la penisola iberica conobbe una grande fioritura economica e culturale, anche grazie alla politica di piena tolleranza nei confronti di ebrei e cristiani. La compresenza di diverse confessioni religiose segnò profondamente la vita degli abitanti della penisola iberica per ben otto secoli, fino alla definitiva capitolazione del 1492.

Il territorio di Al-Andalus intorno all’anno 1000. I regni cristiani si erano arroccati all’estremo nord (courtesy of Wikipedia che gentilmente fornisce a noi poveri discrete mappe riutilizzabili).

Certo, la permanenza islamica nella penisola iberica non fu del tutto positiva e pacifica, soprattutto a causa degli scontri interni tra sciiti e sunniti e per l’invasione, poi, dell’impero almoravide, dinastia berbera marocchina, che cacciò i sovrani arabi. Agli almoravidi si sostituirono gli almohadi, “gli unitari”, rivoluzionari berberi che avevano già rovesciato il governo almoravide in Africa e si apprestavano a fare lo stesso in Spagna. Il governo islamico si indebolì nel 1212 con la battaglia di Las Navas de Tolosa ad opera dei regni cristiani della Reconquista spagnola che, grazie a questa vittoria, si imposero prepotentemente sul territorio andaluso. La stessa Siviglia cadde nelle mani della corona di Castiglia nel 1248. Dal XIII secolo alla definitiva sconfitta del Sultanato di Granada del 1492, gli islamici si arroccarono nell’estremo sud della Spagna.

Casa de Pilatos, palazzo in stile rinascimentale italiano misto a Mudéjar. Avrei voluto staccare tutti gli Azulejos per portarmeli a casa, peccato avessi solo un bagaglio a mano con la Ryanair.

Cosa rimane a Siviglia di questo crogiuolo di popoli e fedi? L’intera città. L’architettura, anche degli edifici moderni, si ispira alle forme e ai colori dei dominatori anche se la maggior parte dei monumenti sivigliani medievali risale all’epoca degli Almohadi che resero Siviglia la capitale del loro regno.

L’attuale torre campanaria della cattedrale di Siviglia, la Giralda, è il minareto almohade dell’antica moschea cittadina, costruita per lo più con le pietre delle rovine della città romana di Italica, poco distante da Siviglia. I cristiani sostituirono la sfera di rame che sormontava la torre con una croce. La cattedrale, la più grande cattedrale gotica del mondo, si compone essa stessa di sezioni diverse, un insieme di stili religiosi e artistici che manifestano i cambiamenti attraversati dalla città nel corso dei secoli.

La Giralda, a sinistra, e la cattedrale, a destra, visti dal mio metro e cinquantotto, sotto un tipico arancio sivigliano.

La Torre dell’Oro, affacciata sul fiume Guadalquivir – wadi al-Kibir – venne costruita a scopo difensivo per controllare gli accessi alla città dal fiume e faceva parte, insieme alle mura e alla più piccola torre de la Plata, del complesso dell’Alcàzar. Il Real Alcàzar che possiamo visitare è stato costruito infatti in stile arabo per ordine del re castigliano Pietro I dopo la distruzione dell’originale Alcàzar, un forte militare e un palazzo, dai quali avevano origine le mura cittadine. Poco rimane, oggi, dell’originale edificio islamico.

Torre dell’Oro, eretta nel XIII secolo dagli Almohadi e completata nel corso dei secoli, sempre nello stesso stile.

La stessa Plaza de Espana, costruita dal 1915 al 1928 in occasione dell’Esposizione Universale, insieme ai numerosi palazzi più o meno moderni disseminati per la città rispondono allo stile architettonico Mudéjar, in riferimento a quei musulmani che rimasero a vivere in Spagna dopo la Reconquista e che poi furono costretti a convertirsi.
Un popolo di dominatori, diventato poi minoranza e infine assimilato ai cristiani che sopravvive nell’arte, nei colori e nello stile per ricordare a tutti il passato di una convivenza lunga otto secoli.

L’unica foto da turista-in-posa-davanti-a-monumento scattata a Siviglia: io sotto ciò che resta delle mura Almohadi intorno al Real Alcàzar. Gli invidiosi diranno Photoshop.

Daniela Marchesetti

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