Che cos’è l’italiano giovanile?

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La lingua dei giovani è un gergo? Si evolve nel tempo o rimane fissa su se stessa? Solo i giovani la capiscono? È appropriato definirla una varietà di italiano? Sono tutte domande che almeno una volta nella vita (forse) ci è capitato di porci, soprattutto in questo periodo storico dove la componente giovane della popolazione cerca in tutti i modi di emergere. Proprio da questa prima affermazione e dal fatto che questo particolare argomento l’ho affrontato durante la preparazione della mia tesi triennale mi è possibile rispondere alle domande sovra poste: la lingua dei giovani è in continuo movimento e in continua evoluzione e, da almeno trent’anni, il suo studio ha impegnato i linguisti ponendola come nuova varietà del nostro idioma. Tuttavia, nonostante la forte tentazione di attribuire a questo linguaggio una funzione di gergo (che, per sua natura, ha in sé una forte componente identitaria) tale opinione risulta nel complesso discutibile da parte degli studiosi che non ne negano però i prestiti. Secondo l’opinione di Michele Cortelazzo, un importante linguista, il linguaggio giovanile consiste «in una particolare varietà di italiano utilizzata nelle relazioni dei gruppi dei pari da adolescenti e post adolescenti»1 che va quindi a caratterizzare l’appartenenza di un individuo al gruppo. Nonostante questo non c’è alcuna volontà di creare un linguaggio criptico ma semmai vi è l’intenzione, come dichiarato esplicitamente dagli stessi giovani, di riconoscersi come appartenenti al medesimo gruppo rafforzando anche la propria identità rispetto all’esterno.
Quando nasce il linguaggio giovanile? Secondo Tullio De Mauro, altro importante accademico recentemente scomparso, a suscitare l’interesse per la lingua dei giovani è stata cruciale la traduzione italiana di The Catcher in the rye (1951) di J.D.Salinger, meglio conosciuto in patria come Il giovane Holden dove «per la prima volta si fece sentire il bisogno di creare un nuovo linguaggio espressivo e non dialettizzato diffuso a livello nazionale».2 Per lo stesso motivo risulta importante per gli studiosi anche la versione italiana di A Clockwork Orange (1962) di Anthony Burgess e ancor di più i dialoghi della riduzione cinematografica di Stanley Kubrick, Arancia Meccanica (1971) ove appaiono termini come gulliver (“testa”), drughi (“compagni”; “ragazzi scaltri”), bog (“dio”; “divinità”).
Sicuramente una buona parte di merito nel far emergere il cosiddetto giovanilese va anche alle contestazioni sessantottine, in particolare alla sottovarietà del sinistrese che al giorno d’oggi ha lasciato poche tracce significative del suo passaggio quali ad esempio il forte utilizzo di prefissi come contro- in termini come controscuola, controcultura ecc. e suffissi come -izzare e                 -izzazione. Per fare un esempio più concreto mi piace citare, come fonte di questa particolare varietà, buona parte della filmografia di Nanni Moretti, in particolare Ecce Bombo (1978) in cui molti giovani dell’epoca si sono riconosciuti sia per i contenuti che per il linguaggio utilizzato: acquistano nuova semantica termini come contenuto col significato di messaggio ideologico e ruolo nel senso di avere funzione sociale. Il film è anche una parodia piuttosto amara di come questo linguaggio si sia subito banalizzato (da notare per esempio l’uso ossessivo del termine cosa, non molto lontano dall’utilizzo che ne facciamo oggi). Non è forse un caso che questa pellicola, che denuncia il fallimento della cultura sessantottina, sia stata resa pubblica esattamente dieci anni dopo il momento iniziale della contestazione.

Dall’inizio degli anni Ottanta il linguaggio giovanile acquista nuova vita grazie al fenomeno culturale legato ai giovani scrittori che introducono una narrativa che affronta in maniera puntuale le problematiche giovanili e diretta prevalentemente ad un pubblico di coetanei. Da questo punto di vista lo scrittore di più alto livello espressivo si dimostrò sicuramente Pier Vittorio Tondelli che non a caso è diventato uno personaggio di culto per la sua generazione e non solo. Grazie ai suoi lavori Tondelli è stato uno tra i primi ad offrire un’immagine realistica della tossicodipendenza e, più in generale, dei giovani alternativi nella narrativa italiana. In particolare nella sua prima raccolta di racconti, Altri libertini (1980), l’incidenza della lingua parlata dai giovani appartenenti ad un gruppo particolare e ad una precisa classe di età è stata potenziata dalla voce in prima persona dell’autore stesso, offrendo dunque l’impressione di una presa diretta su questo mondo. A titolo di esempio si può considerare il racconto Mimi e Istrioni della raccolta sopracitata di cui vi propongo qui sotto un piccolo estratto: in essa si può cogliere la riproduzione sia del ritmo incalzante del giovanilese segnato da sequenze paratattiche con la congiunzione e sia l’impiego di termini tipici di questo dialogato come pidocchiose, sbatterci, puttanaio e locuzioni come menchemeno e non ci frega.

La prima pagina di Mimi e Istrioni in Pier Vittorio Tondelli: Opere, romanzi, teatro, racconti a cura di Fulvio Panzeri, Classici Bompiani, Milano 2000
Pier Vittorio Tondelli

Protagonisti del decennio successivo, per quanto riguarda il linguaggio dei giovani, sono soprattutto i mass media e, in modo tutto particolare, le riviste umoristiche e le agende scolastiche, in particolare la Smemoranda, tuttora molto diffusa, i graffiti sui muri e i programmi televisivi di intrattenimento comico sovente di area milanese come Drive In, Zelig, Striscia la notizia. In queste trasmissioni vengono fatti circolare famosi tormentoni che hanno finito quasi per diventare un marchio d’identità nella conversazione tra giovani come É lui o non è lui, cerrrrrto che è lui (Ezio Greggio) e Le so tutte! (Fabrizio Fontana). Altro contributo importante è stato sicuramente dato dal più famoso “complessino” d’Italia ovvero gli Elio e le Storie Tese che con molte delle loro canzoni, prima fra tutte Supergiovane da Italyan, Rum Casusu Çikti (1992), hanno conquistato una larga fetta di pubblico che ne ha ripetuto le espressioni più stravaganti come sbiancate, figu, paciugo, smarmittare, matusa.

Veniamo infine a trattare dei nostri tempi moderni. I primi anni Duemila (e con questa dicitura vado ad intendere gli anni dal 2000 al 2009 circa) sono stati pressoché caratterizzati dall’utilizzo sempre più crescente di mezzi di comunicazione quasi inutilizzati nel decennio precedente come il computer e il telefono cellulare. Proprio da questi nuovi strumenti si sviluppano le e-mail ma soprattutto gli SMS e di conseguenza un nuovo tipo di linguaggio, caratterizzato da frequentissime abbreviazioni e acronimi per rendere più facile sia la lettura (per chi è in grado di sciogliere queste stesse diciture ovviamente) ma soprattutto per dimezzare i tempi di composizione del testo. La cosa singolare è che nel trattare gli SMS si prende in considerazione prima il testo che la parola: avete mai notato che nel comporre un “messaggino” pensiamo di star parlando con il nostro interlocutore e non di star producendo un testo scritto? Entra qui in gioco un’altra categoria del linguaggio che con il mondo giovanile odierno ha ormai creato un legame praticamente indissolubile: il linguaggio trasmesso. Esso, come lo ha definito chiaramente Francesco Sabatini è «una modalità ibrida, intermedia tra scritto e parlato, determinata in maniera specifica dai mezzi di comunicazione».

Ovviamente il discorso che ho appena fatto risulta ancora più evidente e veritiero se si analizza il decennio in cui stiamo vivendo, considerando in particolare l’importanza che i social network ricoprono ormai nella nostra società (soppiantando tra l’altro l’uso delle novità del decennio precedente!). Mi sento di affermare in questo contesto come oggigiorno risulti più difficile riconoscere la categoria del linguaggio giovanile se non accoppiata con quella del trasmesso, probabilmente perché ci troviamo in un’epoca di crisi  in cui le innovazioni in campo culturale risultano molto ridotte rispetto a prima (si parla di epoca del postmoderno dove la ripetizione del “già visto” o “già letto” è all’ordine del giorno) e quindi la maggior parte dei giovani tende ad apprezzare e  riconoscersi in un linguaggio forse troppo convenzionale e ripetitivo. In particolare mi viene da pensare ai testi della Dark Polo Gang e del genere trap che si sta diffondendo in questi ultimi mesi: a parte la sconnessione evidente tra verso e verso che vuole spesso evocare una mancanza di controllo razionale dovuta agli stupefacenti, non viene espresso niente di nuovo ed inoltre il lessico e la tematica vengono trattate in modo molto superficiale (ma evidentemente piace così, non me ne vogliano i fan!). Questa band segna per me il simbolo di una mancata inventiva del linguaggio giovanile che sta diventando (forse) cronica ma ovviamente questo è solo un caso limite e bisogna tener conto, come dicono Marino Livolsi e Ivano Bison, «va da sé che un ragazzo di quattordici anni è molto diverso da un ragazzo di diciassette/diciotto anni».4 Un esempio più maturo e più riuscito di comunicazione giovanile odierna sono, a mio modesto parere, le opere di Zerocalcare che con un impasto molto espressivo e colorito di romanesco coatto e turpiloquio sta conquistando molti giovani adulti, trattando anche le loro difficoltà esistenziali senza rinunciare all’irriverenza.

Zerocalcare, La profezia dell’armadillo, pag. 35, Bao Publishing, Milano 2015 

Come vedete l’italiano dei giovani è in realtà un fenomeno piuttosto complesso da analizzare (come ogni argomento preso nello specifico del resto).  Spero che il mio articolo sia stato sufficiente a fare un po’ di chiarezza sull’argomento. Alla prossima!

Arianna Dornetti

Note: 1 Michele Cortelazzo, Giovanile, linguaggio in L’Enciclopedia dell’italiano Vol. 1 (A-L) a cura di Raffaele Simone, Roma, Treccani, 2010, pag.583;  2 Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Bari, Laterza, 1963, pag. 179; 3 Francesco Sabatini, Prove per l’italiano “trasmesso” e auspici di un parlato seriosemplice in AA.VV. Gli italiani trasmessi. La radio, Firenze, Accademia della Crusca, 1997, pag. 15  4 Marino Livolsi e Ivano Bison, Una lettura dei dati: alcune ipotesi interpretative in Il linguaggio giovanile degli anni Novanta a cura di Emanuele Banfi e Alberto A. Sobrero, Roma-Bari, Laterza, pag. 149 

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