Terra Santa: racconto di un’esperienza (I)

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Solitamente quando uno parte per visitare un certo luogo e per poi tornare dice a sé stesso e ai suoi cari, o a chi incontra “Vado a fare un viaggio”. Cioè fa il turista. Quello che vi voglio raccontare, invece, tecnicamente, è un viaggio, ma sostanzialmente è altro: è un pellegrinaggio. Un’esperienza che ti entra dentro e che lascia un segno. Perché? Lascio che ve lo spieghino le parole dell’arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, pronunciate in un incontro avuto con noi, giovani pellegrini, alla fine di Giugno:

“Si torna a casa dopo un pellegrinaggio perché è, appunto, un pellegrinaggio e non una crociata. Ma non è un ritorno come gli altri: perché, partiti per un pellegrinaggio, si torna. Ma si torna cambiati. Si torna diversi”.

Il momento d’inizio di questa esperienza ha una data ben precisa: Mercoledì 8 Agosto 2018. Sono le 21.52 ora locale (un’ora in avanti rispetto all’Italia) quando il nostro aereo arriva all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Benvenuti in Israele. Benvenuti in… Terra Santa! Saranno senz’altro giorni che non dimenticheremo.

Assonnati, dopo un’intera giornata di viaggio, passati i rigidi controlli doganali della polizia di frontiera, saliamo sul pullman che, nel buio della notte, si dirige verso sud. Andiamo nel deserto, il deserto del Negev. Vi resteremo per per due giorni. Arriviamo al campo tendato di Khan Ha Sharayot quando è già tarda notte; non vediamo l’ora di andare a dormire, e ci prepariamo a passare la prima delle due notti in tenda che abbiamo in programma. Dormire in tenda, su un materassino e col proprio saccolenzuolo in dotazione; certo, non il massimo del comfort, ma è comunque un’esperienza da provare.

Nei due giorni nel deserto abbandoniamo la civiltà e ci immergiamo in questo grande universo fatto di sole a picco, roccia nuda (il deserto del Negev è roccioso e non sabbioso), macinando chilometri, zaino in spalla. Il nostro itinerario di questa due giorni desertica si snoda lungo diverse tappe: cominciamo con la visita all’oasi (bellissima e verdissima) di Sde Boker, il Kibbutz che fu casa di David Ben Gurion, padre della patria di Israele, e che oggi ne ospita la tomba; proseguiamo risalendo le lunghe e profonde gole del parco nazionale di Ein Avdat; poi visitiamo l’antica città di Avdat, che si è perfettamente conservata nei secoli, arroccata su una rupe dalla quale si può ammirare, a perdita d’occhio, il Negev; pranzo veloce, e poi un lungo cammino nel bassopiano desertico di Mizpe Ramon, sulla via del ritorno alle nostre tende.

Il deserto del Negev visto dalla terrazza di Sde Boker, dove si trova la tomba di Ben Gurion

Segue, il giorno successivo, la visita alla rocca di Masada (raccontata anche da Alberto Angela, in un suo speciale di Passaggio a nord ovest), conquistata dai Romani e i cui abitanti, per non cadere loro prigionieri, si suicidarono in massa, a parte pochissimi e che ospitò anche il fastoso palazzo del re Erode, del quale sono rimasti mosaici, colonne e affreschi ben conservati; quindi un ultimo trekking lungo le gole della vicina zona di Wadi Arougot, dove passiamo, salendo in alto, tra rocce, cespugli e corsi d’acqua (riusciamo pure a fare un bel bagno rigenerante in una pozza d’acqua trasparente incastrata tra le rocce, momento indimenticabile). Tornati al punto di partenza i pullman ci portano a Kalia, sulle rive del Mar Morto, il punto più basso della terra (meno 420 mt. s.l.m.), dove ci attende il bagno nell’acqua più salata del mondo (salinità nove volte maggiore rispetto a quella dei nostri mari), con annesso aperitivo nel bar più basso del mondo.

Il mar Morto. Il punto più basso della terra

Una due giorni, quella nel deserto, che ha avuto come motto un passo del profeta Osea “Nel deserto, parlerò al suo cuore”. E in effetti questo luogo, così spoglio, così nudo, ci ha messi davvero a nudo di fronte a noi stessi, che lo accettassimo oppure no. Ci siamo dovuti confrontare – immersi in un silenzio che è più silenzioso del solito silenzio, un silenzio che ti disorienta e che puoi capire davvero solo se lo provi in prima persona – con la nostra più profonda interiorità, con le nostre false certezze, con i turbamenti, le questioni irrisolte, le nostre carenze e contraddizioni, i castelli di bugie magari costruiti per scappare dai problemi; ma anche con i nostri desideri, le nostre aspirazioni, e gli obiettivi da realizzare. Ovviamente non abbiamo trovato la risposta a tutte le domande che, come un fiume in piena, son risuonate dentro di noi mentre camminavamo o meditavamo nei momenti di riposo e di catechesi, ma va benissimo lo stesso. Personalmente, mi sono portato a casa da quei momenti questo triplice insegnamento: quello di non avere paura della mia inadeguatezze e fragilità e di imparare ad affrontarle meglio e a testa alta, anche se magari talvolta avrò la peggio; di saper resistere nelle difficoltà; e di imparare a condividere i miei problemi, a non portare sempre da solo la mia croce, consapevole che quel che disse a Mosè, Dio lo dice anche a me di fronte a ciò che mi spaventa: Io sarò con te

Il Negev visto dalla rocca di Masada; in lontananza, si intravede il mar Morto

Arriviamo così al terzo giorno. Conclusa la permanenza nel deserto, dopo aver passato la notte a Gerico, ripartiamo alla volta di Betlemme. Cambio di scenario e anche cambio di Stato. Lasciamo (per il momento) Israele ed entriamo in Palestina, più precisamente nella zona C dei territori palestinesi. E’ una giornata per noi con un programma lungo, nella quale vedremo tante cose, provando emozioni fortemente contrastanti. Dal paradiso all’inferno, dalla più alta sacralità alla più totale profanazione, intesa come negazione di Dio ed anche dell’uomo. Dopo la messa (rigorosamente coi canti di Natale, anche se è Sabato 11 Agosto… Siamo a Betlemme) nella Cappella di Santa Caterina, ci spostiamo nella Basilica Ortodossa della Natività, e visitiamo, scesi sottoterra, la grotta della Natività, dove tradizione vuole (non ci sono dati storici certi e precisi a riguardo) si trovasse la mangiatoia nella quale nacque Gesù. Un momento topico del nostro viaggio, di gioia e gratitudine, per il fatto di trovarsi finalmente lì, davanti al sacro luogo, ma soprattutto di preghiera: un momento di totale e profonda intimità col Santissimo. E’ questo il momento sacro, il cui ricordo splende ancora come una grande luce, della giornata a Betlemme.

Grotta della Natività. Betlemme, basilica ortodossa della Natività

Subito dopo, però, torniamo alla dura realtà della Betlemme di oggi: lasciata la basilica, infatti, ci dirigiamo fuori città, verso la tenuta agricola della famiglia Nassar. I Nassar sono Palestinesi che acquistarono la loro tenuta agricola nel lontano 1906. Nel 1991 la loro tenuta venne confiscata da Israele e classificata “territorio dello stato d’Israele”, e, successivamente, gli Israeliani continuarono – e oggi ancora –  ad attaccare la famiglia Nassar, tentando, con mezzi perlopiù illeciti, di strappar loro la tenuta: come ci è stato raccontato una volta arrivati lì dalla signora Nassar, gli Israeliani hanno appiccato incendi, usato i bulldozer per dissestare il terreno, sequestrato i mezzi agricoli. Hanno staccato loro luce e gas, costringendoli a condizioni di estremo disagio. La famiglia Nassar, però, non si è mai arresa e alle violenze e ai soprusi subiti, rispondendo anzi con Tent of Nations, la “Tenda delle nazioni”, un bellissimo progetto di cooperazione internazionale per la crescita, lo sviluppo e la convivenza civile tra i popoli e le etnie cherichiama, ogni anno, decine di volontari da tutto il mondo (Israeliani compresi), e che è integralmente finanziato da donazioni, provenienti perlopiù da Regno Unito, Usa e Canada (sito internet www.tentofnations.org. Andate a visitarlo, merita davvero). Il suo motto è People building bridges. Rispondere alla violenza e alla repressione, con dignità, col lavoro, l’impegno, con una speranza fatta di gesti concreti e con una concreta proposta di pace. Persone che costruiscono ponti, non muri. Una storia di speranza e di riscatto che abbiamo toccato con mano e che non potremo mai dimenticare, in una terra dove di ponti non ce ne sono, terra profondamente ferita proprio da un muro: il muro che divide Betlemme dai territori dello stato d’Israele, facendone, di fatto, un ghetto. Una prigione. Una città murata.

Cartello di benvenuto del Tent of Nations, all’ingresso della tenuta dei Nassar

Dopo essere passati a visitare l’ospedale pediatrico di Betlemme gestito da una suora Italiana, suor Lucia, e dalle sue consorelle – peraltro unico presidio sanitario per tutti i bambini palestinesi – e aver così visto un’altra luce brillante di speranza, andiamo a scontrarci con questo muro: altissimo, composto da tante lastre di cemento alte 10-15 metri (a me erano sembrati molti di più, tanto mi ha impressionato), con reti metalliche di rinforzo in cima. Una serpentina di cemento, che si perde all’orizzonte, eretta con l’obiettivo di “garantire la sicurezza e l’incolumità” degli Israeliani, a seguito degli attentati subiti da Israele nel corso degli anni, ad opera dei gruppi armati PalestinesiDavanti a questo muro, che, finché resterà, porterà solo un odio che in futuro (parole della nostra guida, che conosce molto bene i territori) non farà altro che aumentare, ho provato non tanto tristezza, quanto indignazione e rabbia. Sapevo del muro, so della terribile storia del conflitto tra due popoli che si sono sempre odiati, che non vogliono convivere ma solo prevalere l’uno sull’altro e basta, di Israele che ha strappato e strappa la terra ai Palestinesi e dei Palestinesi che, per far valere i propri diritti, hanno scelto e scelgono la strada del sangue, del massacro di centinaia di innocenti Israeliani, ma una volta arrivato lì davanti è stato come riscoprire tutto di nuovo; e l’esplosione, dentro me, di rabbia, è stata inevitabile. Come è possibile che in un luogo santo, nella terra promessa da Dio, l’uomo si sia dimenticato di Dio e abbia rinnegato sé stesso, preferendo le armi e il cemento al comandamento dell’amore e del rispetto reciproco, facendone, anziché un luogo di pace, di sviluppo e prosperità, un luogo di degrado, di povertà? E di morte (è un discorso che vale per entrambe le parti, ovviamente, anche se non posso nascondere che il bullismo, mostrato da Israele in questi territori mi ha particolarmente indignato). Un muro che sembra indistruttibile, che opprime e toglie quasi il respiro. Quando lo vedi, pensi “Non lo demoliranno più”. Forse. Sicuramente resterà molti anni. Ma, come anche cantava Mercedes Sosa Todo cambia. E, da Cristiano, spero, voglio e devo sperare che, come fu per quello di Berlino, un giorno cadrà anche questo muro.

Il muro di Betlemme. Orribile, non è vero?

Meditando dentro di noi su tutto quello che abbiamo visto, arriviamo in albergo. Domani, Domenica 12 Agosto, sveglia all’alba: colazione e poi via. Si va a nord, in Galilea. Destinazione: Nazareth, con fermata al monte Tabor.

Alba su Betlemme. 12 Agosto 2018, ore 6 circa

Fine prima parte

Nicola Campione

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