Cold War

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Succede. In Polonia, nelle sue campagne. In una scuola di danza e canto. Nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50 dello scorso secolo, quando i comunisti che avevano combattuto a fianco dei russi durante la guerra prendevano il potere.

Victor è alla ricerca, coi suoi collaboratori, di un gruppo di giovani che meglio di chiunque altro possa portare di fronte al grande pubblico i vecchi canti della tradizione polacca. È durante questa ricerca che nota Zuzanna, una giovane e magnetica ragazza dal passato oscuro che lo cattura grazie alla sua bravura e bellezza. Presto tra i due nasce una relazione clandestina ricca di passione. Altrettanto presto, il governo comincia a imporre di inserire temi riguardanti la grandezza del socialismo e della leadership sovietica a chi produce arte e intrattenimento, in cambio di una rapida ascesa.

Succede, nella Berlino Est, quando grazie al successo si presenta l’opportunità di fuggire dal blocco sovietico.

Succede tempo dopo in Francia, a Parigi. Ancora dopo, in Jugoslavia. E ancora a Parigi, dove l’amore riesce finalmente a esprimersi tra il sublime bianco e nero, che rimanda a un epoca che fu, e le ambientazioni, nei vecchi locali parigini, negli studi di registrazione, nella mansarda che dà sugli splendidi tetti. Rimanda a un’epoca in cui la tecnologia non influenzava i rapporti umani. A un’epoca in cui un’occhiata a qualcuno dall’altra parte della stanza poteva bastare a innamorarsi.

Credits Gregory Hellwood (Instagram)

È qui che il film prende la forma del sogno, tra morbide melodie jazz e la struggente voce di Joanna Kulig, capace di una recitazione magistrale. Ma è un’illusione destinata a spezzarsi e dissolversi, non prima di aver lasciato un’eco che si riverbera per i primi momenti della giornata. Proprio come succede in quelle mattine in cui si ha la fortuna di avere un improvviso risveglio che tiene ancora vivide le immagini appena trascorse, dopo una notte tra sonno e viaggio. Mentre ancora la casa dorme e il giorno si sta svegliando. Sono difficili da lasciar andare i sogni.

Cold War è un film che rimanda inizialmente all’amore antico. Paweł Pawlikowski (già premio Oscar per Ida e vincitore quest’anno della Palma D’Oro a Cannes) ambienta la storia tra luoghi perduti. Ci regala una favolosa Parigi che racchiude storie di tempi andati. La regia è essenziale, immerge nell’azione, non ha fronzoli, mostra la sostanza. La sostanza di quell’amore fulmineo, figlio di uno sguardo, una parola, un campo, un ruscello, un segreto. Quell’amore impossibile che però riesce ad avere il coraggio di diventare possibile.

E poi?

Credits imdb

Qui un film d’altri tempi finirebbe. Oppure, si concluderebbe addirittura senza lasciar scampo, magari con un finale che suggerisce una ripartenza, un nuovo inizio (dopotutto, domani…). Cold War va oltre: mostra la disperazione, l’ossessione, che porta fino alla rovina pur di credere ancor in quel sogno che fin troppo chiaramente si è rivelato irraggiungibile. In un mondo in cui l’amore duraturo viene sempre più messo in discussione, Pawlikowski lo racconta con dei canoni e in un periodo che richiamano il tempo d’oro del cinema. Quel tempo nostalgico in cui sognare era più facile. Il regista va oltre, ci racconta la fine di quel sogno e dell’ossessione di volerci credere ancora. Ad ogni costo. Fino a giocarsi tutto. Fino a tornare in quel passato dal quale si era cercato di scappare.

Victor e Zula, i cui personaggi il regista non nasconde di aver dipinto sul ricordo di suo padre e sua madre, scatenano gli stessi sentimenti contrastanti che Pawlikowski percepiva nei confronti dei suoi genitori, “così toccanti e così tragici”. Ci mostrano le conseguenze del non fermarsi di fronte alla realtà, di scontarsi con l’inesorabile, del tornare indietro verso un doloroso passato che non può che portare alla tragedia.

Credits NZIFF

Tutto ciò viene raccontato servendosi di una regia perfetta, che va al cuore, penetra nei personaggi, nei luoghi, servendosi dei dialoghi in modo puntuale e mai ridondante. Il film si discosta da quelle storie che necessitano di tante parole e scene superflue. Qui il superfluo non esiste. Così come il colore, ridotto ad un affascinante ed incisivo bianco e nero. Bastano le immagini, le situazioni, gli sguardi. La comunicazione che diventa silenzio. E musica. La musica che fa incontrare i nostri personaggi, li accompagna nei luoghi dell’Europa della cortina di ferro, si evolve dai canti di campagna alla malinconica musica jazz, per arrivare al rock, passando anche per i canti di partito.

Cold War parla di tutto ciò. Dell’amore che è figlio di un’occhiata, che è una sensazione, un’attrazione improvvisa, passione, fuga, rincontro, aspettativa, desiderio. Del cinema, che è contrasto, immagine, movimento, melodia. Un flusso che si snoda nel tempo di novanta minuti e che sembra una vita. Che commuove al pensiero. Un po’ come i sogni.

Pietro Arcelloni

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