Terra Santa: racconto di un’esperienza (II)

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La scorsa settimana vi avevo raccontato la prima parte del viaggio: dal deserto del Negev a Betlemme, passando per Wadi Arougot, Mizpe Ramon ed il mar morto. E’ tempo ora di riprendere il viaggio.
Domenica 12 Agosto, ore 7.00: dopo una sveglia all’alba e una veloce colazione, il nostro pullman si mette in marcia verso nord. La destinazione finale di oggi è Nazareth.
Dopo circa un’ora di viaggio, facciamo una sosta a Qasr El Yahoud, sulle rive del fiume Giordano, dove, aiutati dai nostri sacerdoti, facciamo memoria del nostro battesimo: memoria di noi stessi, della nostra rinascita come Cristiani, nel corso di un pellegrinaggio che ci aiuti a rinascere da tante cose.

Ripartiamo verso la Galilea. Attraversiamo più volte i confini, facciamo a zig-zag tra Israele e Giordania; all’ultimo checkpoint Israeliano che incontriamo, salgono sul pullman due militari Israeliani, armati e in tenuta da combattimento, che ci scrutano, e a qualcuno chiedono il passaporto. Va tutto bene, ripartiamo dopo pochi minuti; minuti che sarebbero potuti diventare diverse ore se, per esempio, interrogati a riguardo, avessimo detto che provenivamo da Betlemme, cioè da territori Palestinesi. Sai quanti controlli, su noi e sui nostri bagagli, in quel caso. E’ un altro momento in cui ci scontriamo con la dura realtà che vive oggi la terra promessa: una realtà fatta di una realtà, una normalità, che è armata e blindata. Una normalità in tuta mimetica e col mitra.
Arriviamo quindi in Galilea, il nord di Israele. Un ambiente naturale completamente diverso dal sud: desertico quello, verde, lussureggiante e coltivato questo. Procediamo verso la seconda e ultima fermata intermedia: il monte Tabor, là, dove Gesù visse la sua trasfigurazione e incontrò Mosè ed Elia, che gli indicarono quello che sarebbe stato il suo destino.

La Cappella del Monte Tabor

Quello che i vangeli di Matteo, Marco e Luca descrivono come un “alto monte” altro non è che una montagnetta alta giusto qualche centinaio di metri. Ma, guardandosi intorno, spicca effettivamente lo stesso come un “alto monte”. Altro momento di preghiera, all’interno del santuario posto sulla sommità del Tabor, in cui esprimere in silenzio, individualmente e poi tutti insieme, la gratitudine e la felicità per trovarci in un luogo così speciale non solo per noi, ma per tutti, davvero per tutti. Contempliamo il panorama che si apre, magnifico, davanti a noi, dalla terrazza antistante il santuario. Una bella foto di gruppo e si torna giù verso il pranzo.
Nel pomeriggio, arriviamo a Nazareth. Nazareth è oggi una grande città, di più di centomila abitanti; ben diversa da quel villaggio di case bianche che doveva essere all’epoca in cui vi fu, a una giovane Maria, l’annunciazione che sarebbe diventata la madre di Gesù. Bella Nazareth, città di saliscendi, anche piuttosto ripidi, che si distende sulle verdi colline della Galilea; di una bellezza che diventa emozione, quando la sera la si contempla dall’alto, con tutte le sue lucine accese, che la fanno sembrare un bel presepe. Una città multietnica e moderna, Nazareth, dove il pellegrino potrebbe aspettarsi, essendo stata la città di Maria prima e di un giovane Gesù poi, di trovarsi in una città in cui la religione maggiormente presente sia quella Ebraica o quella Cristiana, e l’Ebraico la lingua più diffusa e parlata. E invece no. Nazareth è oggi, nonostante tutto questo, abitata a larga maggioranza da Arabi Israeliani, musulmani (son quasi più le moschee delle chiese) ed è l’arabo la lingua parlata a larga maggioranza. E’ un momento in cui ci confrontiamo con una realtà, quella di Israele, caratterizzata anche da questo aspetto: l’intreccio tra tante comunità, etnie, lingue, religioni diverse. Un intreccio talvolta pacifico, ma spesso anche problematico, difficile, a rischio. E’ questa, oggi, una delle ricchezze di Israele, ma anche uno dei suoi maggiori problemi: qualcosa che gli impedisce di essere, oltre che stato, davvero “comunità”, di avere una sua identità, condivisa dai suoi abitanti.
La parte di giornata che ci rimane ruota tutta attorno alla visita alla Basilica dell’Annunciazione. Anche qui, come praticamente in tutte le altre occasioni, prima e dopo, durante il pellegrinaggio, non ci troviamo di fronte a una chiesa antica, bensì a una costruzione ultra-moderna (di dubbio gusto estetico, a mio avviso), costruita su più livelli: al piano terra l’altare costruito attorno al punto in cui, si ritiene, vi fosse la casa di Maria e dunque luogo dell’annunciazione dell’arcangelo Gabriele, oggi ri-allestito a cappella; la grande chiesa al piano superiore. Mentre visitiamo la basilica, attorno a noi, uno dietro l’altro, vengono celebrati tanti matrimoni, celebrati con rito misto cattolico-ortodosso; nascono nuove famiglie. E nel luogo in cui visse la Sacra famiglia, anche noi riflettiamo, aiutati dalla nostra formidabile guida, Marco Tibaldi, sulla nostra, prendendo consapevolezza di come essa sia per noi luogo di incontro, crescita, amore, rifugio, condivisione e sviluppo. Una risorsa unica e irrinunciabile, da custodire premurosamente e gelosamente, senza farci abbattere dai problemi che ogni tanto dobbiamo affrontare.
Il giorno dopo, Lunedì 13 Agosto, sarà una giornata ricchissima di soste e luoghi visitati. Sveglia presto e si riparte. Facciamo 40 km circa per arrivare a Cafarnao, sul lago di Tiberiade.

Cafarnao, resti della casa della suocera di Pietro

Altro momento di preghiera, ma anche qui di forte emozione: dopo la messa visitiamo il sito archeologico di Cafarnao, cominciando da quelli che sono i resti della casa della suocera di Simone, che poi si chiamerà Pietro, perché sarà “pescatore di uomini”; resti che si trovano proprio sotto l’attuale chiesa. Proseguiamo poi passeggiando tra i resti dell’antico villaggio di Cafarnao, con particolare attenzione alla sinagoga, che per buona parte si è conservata. Procediamo poi verso le antistanti rive del lago di Tiberiade, per la nostra catechesi quotidiana. E’ un momento magico: siamo riuniti sotto un enorme albero che, più che farci ombra, ci protegge dal vento, teso e deciso, che rende la temperatura gradevole, salvandoci da un caldo altrimenti insopportabile. Viviamo uno dei momenti di riflessione, di confronto con noi stessi, più profondi del nostro viaggio, cercando nel silenzio, e contemplando il grande specchio d’acqua davanti a noi, l’ispirazione, la forza per vincere le nostre imperfezioni e carenze, le nostre resistenze, il rancore, per raccogliere in modo concreto e sincero quell’invito che Gesù fece a Pietro e che fa a tutti noi oggi “Non avere paura! Seguimi!”.

Cafarnao, la Sinagoga

Dopopranzo ci attende un tour de force con ben tre soste: il Monastero di Tabgha, dove tradizione vuole che Gesù abbia compiuto uno dei segni più importanti della sua vita pubblica: la moltiplicazione dei pani e dei pesci; la Chiesa del Primato, qualche chilometro più avanti, luogo in cui Gesù, sottoponendo a una dura “prova di fedeltà” Simon Pietro, gli conferì il “primato”, cioè il compito di essere il “primo”, la “guida” degli apostoli. Quindi proseguiamo per l’ultima (e, almeno da me, più attesa) fermata: il Monte delle Beatitudini. Un luogo meraviglioso, in cui, immersi nella quiete col dolce sottofondo del vento, provare il conforto del sentirsi “Beati”, amati da Dio per ciò che si è. 

Monte delle beatitudini

Un’altra giornata lunghissima si è conclusa. Domani ci attende l’ultimo trasferimento. Arriva l’ultima tappa. Quella più attesa. Gerusalemme, la Città Santa.

<<Che gioia, quando mi dissero “Andremo alla casa del Signore”. E ora i nostri passi si fermano alle tue porte, Gerusalemme>>.

Così recita il salmo 122, che è il salmo di Davide, noto anche come il “Canto dei Pellegrini”. E anche noi, pellegrini in Terra Santa, recitiamo questo salmo, durante il viaggio sul pullman. Eccoci a te, Gerusalemme “Città salda e compatta”, come dice di te il salmo. Ed incredibilmente bella.
Dopo la messa al cenacolino, iniziamo il nostro giro di visite nella città vecchia: Basilica della Dormizione di Maria, Cenacolo, prigione in cui fu rinchiuso Gesù dopo l’arresto, Chiesa del “Gallicantu”– laddove cioè si compì la triplice rinnegazione di Gesù da parte di Pietro – e Chiesa antistante il giardino del Getsemani. Ripercorriamo, in prima persona, nel corpo e nello spirito, la passione di Gesù in tutti i suoi momenti.

Segue, nel pomeriggio, con annessa catechesi, la visita al santuario dedicato al Padre Nostro, che ospita delle stele in ceramica che riportano la preghiera forse più famosa, più bella, il “Padre Nostro” non solo in tutte le lingue… Ma pure in tutti i dialetti! Lo troviamo tradotto persino in calabrese, in piemontese, in sardo e anche in milanese. Ma non è finita qui: la sera concludiamo con una esperienza indimenticabile. Raggiungiamo la Spianata del Tempio, dove si trova il Muro del Pianto, ma non ci limitiamo a guardare: ci avviciniamo, indossiamo la Kippah, tipico copricapo Ebraico… E ci uniamo agli Ebrei presenti nella preghiera, ciascuno secondo le proprie intenzioni, i propri desideri, la propria sensibilità. Personalmente, non ho potuto fare a meno di pregare per un qualcosa di più particolare della solita “pace nel mondo” (per la quale pure ho pregato): ovvero il dialogo inter-religioso. Perché quando si usano il cuore e la mente insieme, abbandonando, svestendo estremismi ed ideologie… Non c’è muro che tenga.

Gerusalemme

Arriviamo così a Mercoledì 15 Agosto, il nostro ultimo giorno in Terra Santa. Anziché impiegare il giorno di Ferragosto nella tradizionale grigliatona con gli amici, lo trascorreremo passeggiando su e giù per la città vecchia di Gerusalemme; non la vedremo tutta (non ce la faremmo mai in una sola giornata), ma quel che vediamo e che facciamo ci resterà nel cuore. La giornata inizia con la visita al sito archeologico della piscina di Siloe. La prima domanda che ci poniamo, leggendo il Vangelo della guarigione del paralitico e guidati dal nostro Marco, è “ma noi vogliamo veramente guarire? Io voglio veramente guarire, da ciò che di me non funziona?” E’ una domanda molto provocante, che ci scuote molto. Guarire, quindi, in qualche modo, ripartire. Rinascere. Risorgere. Questa domanda, questa nostra riflessione si collega al tema successivo, al momento che segue, che è la chiusura del cerchio, il più perfetto compimento della nostra esperienza: il tema della risurrezione, vissuto facendo memoria degli ultimi drammatici momenti della vita di Gesù.

Il muro del pianto, Gerusalemme, spianata del tempio

Partendo dal Santuario della Flagellazione, ci incamminiamo, mescolandoci tra le folle impetuose che marciano con passo deciso, lungo la Via Dolorosa: il percorso che, secondo alcune risultanze storiche e (soprattutto) la tradizione, parrebbe essere stato quello percorso da Gesù, caricato della croce, fino al Golgota. Una Via Crucis, diversa da tutte le altre che abbiamo vissuto, non immersa in un luttuoso silenzio, ma accerchiata da un gran rumore di sottofondo: rumore di passi, di voci, di merci acquistate, di trattative in corso nei vari negozi. Un rumore di vita. La stessa atmosfera che doveva viversi in città anche quando passò Gesù mentre andava in croce. Noi ci fermiamo, rallentiamo, procediamo piano. Gerusalemme no, continua a vivere. Coi suoi forsennati e inarrestabili ritmi vitali.
La Via Dolorosa si conclude all’interno della Chiesa del Santo Sepolcro, all’Altare della Crocifissione, il punto esatto in cui si pensa si trovasse il Gòlgota, e dove dunque fu piantata la croce di Gesù. Scesi dall’altare (la Chiesa del Santo Sepolcro, che si sviluppa su almeno tre livelli, è enorme, descriverla nel dettaglio in questa sede è impossibile) ci mettiamo in fila per visitare la cappella ottocentesca che ospita quello che (sempre si ritiene) doveva essere il sepolcro in cui fu deposto il corpo di Gesù. E’ un momento molto toccante, personale, difficile da descrivere. Una volta dentro, sostiamo in preghiera pochi istanti, sia perché dietro di noi c’è una lunghissima coda, sia perché non è che ci sia molto da vedere. E’ un luogo di passaggio: il sepolcro è vuoto. Gesù è stato lì, ma poi è risorto. Ha vinto per sempre la morte. E’ ripartito. E così dobbiamo fare anche noi. Profondissima preghiera, e poi usciamo. La restante parte della giornata ci vede pranzare in un ottimo ristorante Armeno (anche se alla fine abbiamo mangiato le stesse cose di tutti i giorni precedenti del pellegrinaggio, ovvero riso e pollo), poi recarci allo Yad We Shem, il memoriale della shoah di Gerusalemme, che ospita anche la celeberrima “Foresta dei Giusti” (il museo dell’olocausto più grande e più curato del mondo; particolarmente toccanti la sezione dedicata ai bimbi ebrei sterminati e i padiglioni ricostruenti gli ambienti vari dei campi di concentramento. Se andate a Gerusalemme, non perdetevelo) e infine fare un’ultima passeggiata per le vie del centro storico dove, snodandosi tra i vari quartieri, si trova il mercato: personalmente, il mercato più bello nel quale abbia mai passeggiato e comprato qualcosa. Una fittissima rete di vie dove, da ambo i lati, si susseguono negozietti di souvenir, di vestiario, tappeti, gioielli, arte sacra (o profana); e tantissimi fruttivendoli che ti propongono spremute d’arancia o di melograno fatte al momento. Gerusalemme è un microcosmo di sacralità celeste e terrena, di colori, etnie, culture, religioni, saperi, epoche storiche, forme, identità tutte diverse. Una città caleidoscopica, tra terra e cielo, umano e divino. Che conosci e capisci davvero solo se la visiti: se ti limiti a farla raccontare, ci riesci solo in parte.

Siamo alla fine, ai saluti. Non andremo neanche a dormire: all’alba ci attende, al Ben Gurion di Tel Aviv, l’aereo per Istanbul, da dove poi proseguiremo fino a Malpensa. Fino a casa. Ma il finale, credetemi, è di quelli col botto: tornando in albergo, inerpicandomi sulla (ripidissima!) salita del monte degli Ulivi, sulla sommità del quale c’è il nostro albergo, mi volto indietro: e mi trovo di fronte a un tramonto… Mai visto prima. Il tramonto su Gerusalemme, visto tante volte in foto, ma dal vivo è davvero come se fosse la prima volta. Resto per ben dieci minuti, all’ingresso del cimitero Ebraico, a guardare la città santa, con la cupola dorata della moschea di Omar spiccante al centro, mentre il sole cala alle sue spalle. Un tramonto così bello da diventar preghiera. E mi vien da pensare “Quanto vorrei restare qui”. Ma è un attimo, perché sarebbe un errore. Il pellegrino, diverso, cambiato, parte e torna. Si rientra dunque. Pronti a ripartire, con uno sguardo nuovo sulle cose.

Nicola Campione

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